In scena il racconto collettivo “Il viaggio di Roberto” da Ravenna ad Auschwitz

Il regista Alessio Pizzech parla della nuova versione dell’opera, rivista per l’esecuzione con orchestra

Viaggio Di Roberto Scena

Una scena de “Il viaggio di Roberto” (foto Zani-Casadio)

Dopo la fortunata esperienza di quattro anni fa, torna al teatro Alighieri di Ravenna la produzione originale di teatro musicale Il viaggio di Roberto, un treno verso Auschwitz, nella nuova versione rivista per orchestra – l’Arcangelo Corelli diretta da Jacopo Rivani – dallo stesso autore delle musiche Paolo Marzocchi.
Domenica 16 dicembre, alle 15.30, l’appuntamento che inaugura la Stagione d’Opera 2018/19 (con repliche per scuole e università in matinée, il 17 e 18 dicembre) riporta in scena la drammatica storia di una delle quarantamila vittime italiane della Shoah, Roberto Bachi, che visse a Ravenna e qui frequentò la quarta elementare alla scuola Filippo Mordani. Il 6 dicembre 1943 Roberto partì dal Binario 21 della stazione di Milano, destinazione Auschwitz.

La sua vicenda è stata ricostruita grazie ad alcuni suoi ex compagni di classe, quali Danilo Naglia, Silvano Rosetti e Sergio Squarzina, sul palco nella rappresentazione, ed è diventata azione scenica su libretto di Guido Barbieri e musiche di Marzocchi. La regia, ieri come oggi, è di Alessio Pizzech.

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Pizzech, è vero che per lei Il viaggio di Roberto è molto più di uno spettacolo?
«Sì, è un’occasione per riprendere le fila di un problema ben noto e di dare risposte al presente, alla crisi della contemporaneità. Riallacciando così i nodi di una società in cui siamo sempre più incapaci di ricostruire racconti collettivi, fondamentali per il passaggio intergenerazionale, ossia per far sapere cosa lasciamo a chi viene dopo di noi».

Alessio Pizzech Regista

Il regista Alessio Pizzech

Com’è tornare a lavorare sullo stesso spettacolo dopo qualche anno?
«Il tempo fa vedere cose che prima non si vedevano. Il tempo che viviamo è dell’istante e del presente, quello del teatro è sedimentazione. Si notano sfumature e si ridà forza a frasi che sembravano scontate e invece non lo sono. Purtroppo il contesto di oggi è più imbarbarito rispetto al 2014…».

Come regista, quali difficoltà ha incontrato in rapporto a questo lavoro?
«Questo è in realtà uno spettacolo fortunato che è venuto da sé. C’è stato un grande lavoro di squadra e le cose sono fluite facilmente. La maggiore difficoltà quindi è essere all’altezza del racconto, essere sinceri con se stessi e non barare. Essendo in ballo storie vere e reali delle persone, ho chiesto molto emotivamente a me stesso e, di conseguenza, agli interpreti».

Per questioni anagrafiche avete scelto nuovi “Roberto”?
«Sì, si alterneranno addirittura in tre. Alcuni di loro avevano partecipato anche alle precedenti edizioni, mentre nei cori avremo ragazzini sia delle medie sia delle superiori. È davvero un racconto di tutti».

Una curiosità: lei si è dedicato all’arte circense fino ai 18 anni. Quanto ha influito questo nel suo rapporto col teatro?
«Da ragazzino volevo fare il direttore di circo attirato dall’idea di spostamento continuo, da una vita un po’ zingaresca. Lavorando con clown russi mi sono reso conto della mia inadeguatezza per via di una certa crudezza che non mi apparteneva. Dall’universo circense mi sono portato dietro l’idea che tutto debba funzionare alla perfezione e che qualsiasi imprevisto vada gestito in modo che il pubblico non se ne accorga. Una grande palestra, in cui ho imparato anche che tutto è importante dal numero di punta al tirare il tendone del circo. Ecco, questa è una filosofia che mi appartiene e – ancora oggi – se mi capita un palcoscenico sporco, la prima cosa che faccio è spazzare. Ho una visione artigianale e concreta del teatro».

Lei ha al suo attivo oltre 100 lavori, fra prosa e lirica. A quale spettacolo o incontro più legato emotivamente?
«Certamente ha cambiato la mia vita L’ascesa e la caduta della città di Mahagonny prodotta da Opera Studio. Un’opera che ha segnato il mio incontro con Ravenna e che mi ha costretto a cambiare il rapporto con il cantante e, di conseguenza, il mio modo di fare regia lirica. Un incontro indimenticabile è stato poi quello con il grande autore Bernard-Marie Koltès, che mi ha plasmato e aperto nuovi mondi».

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