Spettacoli: «resta indispensabile la proposta dal vivo, in teatro o auditorium»

Franco Masotti, codirettore del Ravenna Festival, riflette sul futuro di festival e rassegne, e auspica una presa di coscienza sull’ambiente

Franco Masotti Ufficio

Franco Masotti nel suo ufficio alla direzione del Ravenna Festival

Franco Masotti, nato nel 1955, dal 1998 è uno dei due direttori artistici di Ravenna Festival, è stato critico musicale per importanti riviste e docente di Storia ed estetica dei linguaggi artistici del ’900 presso il Conservatorio di Perugia. Soprattutto è, indiscutibilmente e da più di vent’anni, una delle guide culturali della città. Per questo a lui abbiamo chiesto cosa teme e cosa auspica per il dopo emergenza, soprattutto nell’ambito dello spettacolo dal vivo.

«È molto difficile immaginare il dopo, io posso solo osservare come stiamo vivendo ora questo periodo. Chiusi i teatri, stiamo assistendo a un’inevitabile proliferazione di presenza on-line e sui social network di tanti artisti, tra chi si è mosso spontaneamente o chi è stato invece sollecitato attraverso un proliferare di call.

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Se da un lato in questo momento è inevitabile, dall’altro la preoccupazione è che possa diventare la “normalità”. Credo che il silenzio assordante e drammatico in cui siamo avvolti ci debba far riflettere sull’assenza di qualcosa. E la mancanza può generare desiderio. In questo caso parlo della musica dal vivo, ma anche del teatro nella sua accezione più ampia, perché nulla potrà sostituire l’esperienza del corpo e dei suoi cinque sensi, ovvero di un pubblico inteso come anima di una comunità, presenza attiva, che interagisce con gli artisti.

Si assimila spesso questo periodo a una guerra, dimenticando che in guerra la musica dal vivo non è mai venuta meno, e penso, ad esempio, a Leningrado durante il tremendo assedio nazista durato due anni e costato centinaia di migliaia di morti, al teatro Mariinsky l’orchestra continuava a suonare, anche a meno 18 gradi. Ma certo non c’era il virus…

Se ci fosse un effettivo stop di un anno di tutte le manifestazioni dal vivo sarebbe drammatico sotto tanti punti di vista e non solo per quella «la sospensione dello spirito critico» di cui ha parlato Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno accademico dell’Università Scaligera il 30 novembre scorso, ma, ad esempio, senza più concerti live non avremmo più nemmeno i parametri, il termine di confronto, rispetto ai quali valutare la qualità di una registrazione e già viviamo in un mondo in cui tanti, troppi, in particolare tra i più giovani, stanno perdendo se non addirittura non conoscono affatto l’esperienza di un ascolto di alta qualità, nel monopolio di Spotify, Apple Music o YouTube.

E questo ci porta all’aspetto economico: molti artisti senza i concerti “veri” e le tournée, dopo il crollo dell’industria discografica (il rinato vinile è solo un settore molto di nicchia), si troverebbero nella situazione di veri disoccupati con tutto ciò che questo comporta. Sono già stati fatti tanti esperimenti per unire arte, performance dal vivo e tecnologia, penso ai Berliner Philharmoniker che hanno trasformato la propria storica sede in una sorta di enorme studio di registrazione e televisivo hi-tech – la Digital Concert Hall – dove eseguono concerti che sono trasmessi nel mondo e che ogni spettatore può vedere da casa propria, pagando, o le ultime produzioni del Royal Ballet o del Mariinsky che vengono distribuite nei cinema, per chi non può permettersi di viaggiare. Però nessuno di questi, che ormai non sono più esperimenti ma bensì offerta reale, parte per essere solo trasmesso online, in streaming.

A monte, o in prospettiva, ci deve essere sempre comunque la proposta dal vivo, in un teatro o in un auditorium, e non solo per ammortizzare i costi di produzione, sempre molto alti. Non riesco e non voglio neppure pensare a un teatro che possa fare a meno di un’esperienza fisica in uno stato vicinanza, sia fisica che emotiva, tra le persone, che possa ridursi a produrre ascolti mestamente solitari, magari dentro sia pur sofisticatissimi caschi 3D con Dolby 5.1 ecc. Le performing arts non sono videogiochi (con tutto il rispetto per i videogiochi). Non so che ne penserebbero oggi l’autore de L’arte nell’età della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin o Marshall McLuhan.

Quindi ciò che fortemente desidero, è che passata l’emergenza, torneremo tutti a fare ciò che facevamo prima, organizzatori, musicisti, artisti, pubblico, reimmergendoci nella calda realtà del live!

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David Byrne live in “American Utopia” al Ravenna Festival 2018

Con la maggiore consapevolezza che i luoghi della musica, i teatri, i cinema, non possano essere considerati un bene superfluo, non è un caso che siano stati tra i primi a cui siamo stati costretti a rinunciare e la preoccupazione è che siano gli ultimi a cui rimettere mano, a cui pensare anche dal punto di vista economico.

È tempo che ci si convinca che l’arte e la cultura in generale sono elementi, se non addirittura alimenti, insostituibili per la resistenza, la resilienza umana anche o soprattutto nelle grandi avversità, come quella attuale. Possono offrirti strumenti per interpretare, comprendere ciò che sta accadendo, e penso a quanti di noi in questi giorni sono andati a ripescare dagli scaffali il Decameron o La Peste di Camus e possono offrire importanti strumenti per lo sviluppo economico oltre che intellettuale. Non finisco di sorprendermi di come questo non venga recepito dal mondo imprenditoriale e della politica. Ricordiamoci sempre che l’Italia, per il mondo, sia anche il paese di Dante, Verdi, Fellini.

Mi chiedete poi cosa potrebbe emergere di positivo da questa crisi? Spererei in una maggior sensibilità nei confronti della questione ambientale, visto che sembra ormai ritenuto molto probabile, al di là di tutti i fantasiosi complottismi, che lì risieda l’origine della pandemia. Auspico che in questa sorta di sia pur forzata sospensione temporale in cui ci troviamo a vivere, ciò rappresenti uno stimolo a riflettere sul fatto che ognuno di noi è responsabile per la sua parte.

Finché ci limitiamo solo a prefigurare, a immaginare gli scenari futuri legati all’aumento delle temperature, all’inquinamento o alla deforestazione selvaggia, attraverso la lettura di un libro o di qualche articolo di rivista, o la visione di un documentario, ci sembra poco più che fantascienza o letteratura distopica, ma ora che siamo dentro a una di quelle pandemie che, ad esempio, David Quammen, l’autore di Spillover, aveva così nitidamente previsto, pensiamo di essere in un incubo che è invece dannatamente e drammaticamente la realtà.
Si rende indispensabile e urgente una reazione, che se non proviene dall’alto, dalla politica, da chi detiene il potere (e dunque anche o soprattutto l’economia mondiale) dovrà partire dal basso, ossia da noi. Questa è la principale lezione che possiamo trarre da quanto ci sta accadendo».

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