«Cambiamo sistema: il teatro dopo la pandemia deve avere un ruolo fondamentale»

La regista Giorgina Pi in scena al Rasi con il suo dramma sul mito di Tiresia, primo spettacolo a Ravenna dopo la lunga chiusura dei teatri

Giorgina Pi Tiresias

Giorgina Pi e Gabriele Portoghese (foto Lau Chourmo)

La giornata “Ricominciamo dal Primo Maggio”, organizzata da Ravenna Teatro con diversi eventi, che riapre dopo lunghi mesi di chiusura i sipari ravennati, si concluderà in serata con l’arrivo sul palco del Rasi di Tiresias, una produzione Angelo Mai/Bluemotion con Gabriele Portoghese e la regia di Giorgina Pi.
Tiresias – tratto da Hold your own/resta te stessa della drammaturga (e tantissimo altro) londinese Kate Tempest – ha debuttato la scorsa estate al Paolo Pini di Milano ed è stato salutato come uno degli spettacoli più interessanti del 2020. La regista romana Giorgina Pi è al secondo affondo su Kate Tempest dopo Wasted del 2019, e a lei chiediamo di raccontarci lo spettacolo.

Per quello che è stato finora il tuo percorso artistico (la riscrittura del mito, le drammaturghe contemporanee) il testo di Kate Tempest sembrava proprio lì ad aspettarti. Come ti sei approcciata a Hold your own?
«La cosa è nata parlandone con Gabriele Portoghese, quando stavamo facendo le repliche di Wasted, visto il grande interesse comune per i testi di Tempest, e comunque la figura di Tiresia mi risultava molto affascinante. In Hold your own c’è questo senso di aggrapparsi a sé, di trovare dentro se stessi una forma di salvezza e di apprezzare le tante vite che abbiamo in una sola vita, rimanendo sempre noi. Tempest ha la capacità straordinaria di riportare le caratteristiche principali di Tiresia: per esempio a me affascina tantissimo – e lo si può dedurre proprio dallo spettacolo – la questione del Tiresia anziano, quello delle Baccanti, che è anziano ma è come se fosse giovane, che ricomincia un ciclo di vita».

A pensarci bene, Tiresia è davvero una figura attualissima, per mille aspetti…
«È sempre molto difficile risalire ai motivi esatti che scatenano la passione per un dato interesse, però sicuramente la figura di Tiresia ha tanti elementi che mi risuonano, almeno in questa fase della mia vita. Quando ho iniziato a studiare questa figura non avevo ben chiaro l’obiettivo, se non quello di indagare quello che è un cosiddetto “mito minore” ma che in realtà secondo me è invece un mito di snodo. Tiresia tiene insieme la questione del tempo, inteso come dimensione in qualche modo ciclica e non verticale, e la questione del corpo come dimensione ciclica, grazie alla sua doppia transessualità nel mito. C’è sempre un cerchio che torna, la cosa straordinaria di Tiresia è che quando è donna è completamente donna, quando è uomo è completamente uomo, lo stesso quando è giovane e poi anziano, la sua attualità sta nel fatto di sentirsi e vivere per ciò che si sceglie di essere».

Dopo la pandemia e tutto ciò che ha comportato, cosa cambierà, in generale, per le compagnie teatrali?
«Come al solito ci si dividerà tra chi non sta bene nel proprio presente e chi invece cerca di accomodarsi sui divani più comodi, è la storia del mondo e, purtroppo, anche di molti artisti. Credo che ci saranno sicuramente delle compagnie che riusciranno a fare riflessioni molto profonde sull’accaduto, ma il tema vero è il sistema: se questo nostro sistema teatrale non cambia, se non si trovano delle forme di finanziamento differenti rispetto al passato, c’è un impedimento reale affinché il teatro possa avere il ruolo fondamentale che deve assolutamente avere dopo un’esperienza traumatica come la pandemia».

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