Tra le torri del Deserto rosso, dove la vegetazione soffoca i draghi artificiali

L’installazione della fotografa Silvia Camporesi su quanto resta della Sarom, aperta fino all’8 agosto all’Almagià

Sarom Torri OrizzonteIcone che anticipavano il postmoderno in Deserto rosso di Antonioni, le torri di raffreddamento degli impianti della Sarom, della Sir e dell’Anic hanno colonizzato l’immaginario di tutti i boomers del territorio ravennate negli anni Sessanta. Per raggiungere Marina si passava come ora da via Trieste: il rumore dei bambini si bloccava per incanto lungo tutto il perimetro della Sarom, quando – trattenendo il fiato per la puzza – ci si sentiva piccole prede sotto le grandi torri e le altissime ciminiere da cui uscivano gettate di fiamme alternate, nella fantasia concreti draghi artificiali. Ci sono voluti anni per tradurre il silenzio degli adulti e comprenderne il non detto.
Gli impianti – oggi scomparsi in zona Sir, in parte attivi all’Anic lungo la Baiona, in parte smantellati e oggetto di un progetto di fitobonifica da parte di Eni Rewind nell’area ex Sarom – sono diventati uno skyline consueto a ridosso dell’area portuale.

Una location ambita da cantanti e gruppi musicali come altre zone industriali abbandonate e non, già analizzate da video e film o utilizzati come location per interventi di danza urbana. Ci sono molte zone di Ravenna da cui è possibile vedere la zona industriale, in parte ancora attiva, ingombrante, illuminata a giorno e fumosa, a diretto contrasto con le acque delle piallasse, la vegetazione selvatica delle piante palustri, i rumori pigri di una natura apparentemente indisturbata. Ci siamo abituati a questo contrasto di cui, in assenza, forse sentiremmo la mancanza.
Su questa strana dicotomia paradossalmente armonica nell’abitudine degli occhi – senza stare dalla parte dell’industria ma senza sottrarsi al fascino delle forme degli ex draghi artificiali – si sono indirizzate le recenti immagini di Silvia Camporesi.
Il progetto presentato all’Almagià a cura di Sabina Ghinassi è sorto sul tema della Rigenerazione / TeRapie e costituisce la prima azione di “Appunti per un terzo paesaggio”, giunto quest’anno alla sesta edizione.

Il nome di Caporesi è già molto noto negli ambienti dell’arte contemporanea grazie a un lavoro principalmente realizzato dal mezzo fotografico con esiti calibrati, evocativi, che seguono direttrici diverse e legate a seconda del progetto a fenomeni naturali e culturali sfuggenti al quotidiano, ipotesi di ricostruzioni storiche impossibili, luoghi abbandonati e in rovina in cui la storia e il paradosso rivivono attraverso l’incanto delle emozioni.

Grazie a permessi speciali la zona dell’ex Sarom – interdetta del tutto all’accesso pubblico – è stata oggetto di perlustrazioni della fotografa e della curatrice all’alba, al tramonto, in orari che garantissero la resa delle masse scultoree delle torri e il contrasto con la lenta invasione della vegetazione. Una moltitudine di giunchi, sorprendenti licheni di colore rosso, rovi e sterpaglie invadono l’area guarendo lentamente la zona, soffocando la potenza dei draghi artificiali.

L’installazione di 13 immagini stampate su stoffa – tratte da una serie molto maggiore di scatti – appese nella navata dell’Almagià e in continuo lento movimento metaforizzano l’opera progressiva della natura e il forte contrasto visivo fra le masse perfette dei resti industriali e quelle parcellizzate, vibranti delle piante.

Arricchisce l’allestimento la traccia acustica realizzata da Alice Fabbri e Alberto Tamburini in collaborazione con altri giovani del progetto Ecophonia, mappatura sonora della città, nato all’interno di Rete Almagià, che aumenta la potenza delle immagini e dell’installazione in uno spazio che acuisce le ombre del grande sogno economico.

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