Biennale del Mosaico, scopriamo tutte le mostre

Giovani artisti, performance, “tradimenti”, ospiti da tutto il mondo: prosegue la festa dell’arte musiva

Aleksandar Velichkovski

“Personal Jesus” di Aleksandar Velichkovski

Viste le numerose collettive aperte per questa edizione della Biennale del Mosaico 2023, è possibile fare qui solo una ricognizione non esaustiva per cui rimane valido il consiglio di girare per le mostre sparse in città.

In Manica lunga alla Classense, la mostra GAEM (Giovani Artisti e Mosaico) curata da Sabina Ghinassi e Paolo Trioschi è una miniera di sorprese: legata a due concorsi diversi – per opere con materiali e tecniche tradizionali e, al contrario, non convenzionali – la mostra presenta tutti i lavori partecipanti. In alcuni, la tecnica musiva è reinterpretata a livello iconografico in chiave contemporanea come nel caso di Yining Jia, artista proveniente dall’Accademia di Belle Arti di Firenze, che affronta il tema iconografico mariano ottenendo un rovesciamento totale dell’immagine tradizionale. Era il 1926 quando Max Ernst dipinse una Madonna troppo umana, venendo accusato di blasfemia ma nel mosaico di Yining il livello non è altrettanto critico: qui infatti, l’evanescente immagine della Vergine è solo nascosta dall’agnello mistico in modo da creare comunque un’inquiatudine spesso alla base della ricerca contemporanea. Ancora un’iconografia religiosa – in questo caso di Cristo – viene affrontata da Aleksandar Velichkovski, mosaicista diplomato all’Accademia di Ravenna, che con un intervento bicromo in bianco e oro in omaggio alla tecnica musiva tradizionale, rende in Personal Jesus (2023) una profonda riflessione sul patrimonio delle icone russe e ridefinisce l’ambito sacrale in senso contemporaneo.

Come si diceva, molti interventi rimangono nella scia tecnica e materica tradizionale del mosaico senza contraddire una certa radice decorativa come accade nel lavoro Orli di Martina Zani. In altre opere si accentua la bellezza dei materiali di supporto come nelle Architetture ritrovate di Andreina Cristino, presentate in un’installazione di mosaico e cemento che fa ripensare ai motivi amati da Giosetta Fioroni. In altre opere si assiste invece ad un’estensione della tipologia materica senza tradire però la texture ricompositiva del mosaico: in questo senso va letto il lavoro di Silvia Vesco che negli Strati del tempo orchestra un pattern di punti metallici su legno, una strategia operativa seguita anche da Aleksandra Miteva, studentessa macedone iscritta all’Accademia di Ravenna. Nell’intervista inserita nel bel documentario Generatrici di Mosaico progettato e realizzato dal gruppo Asja Lacis, Miteva dichiara la sua passione per il mosaico ma anche la volontà di mantenere aperta una ricerca sui materiali, sulle texture che l’hanno portata a sperimentare le potenzialità espressive del rame. Il filone del metallo in dialogo col mosaico è la scia approfondita anche da Simona Rukuizaite, un’artista lituana che in Beyond Visible ricrea una tessitura poetica in sintonia con la tecnica giapponese Kintsugi.

La distanza dai tradizionali materiali musivi prende avvio invece nella serie di paesaggi di Du Jiaming, giovane studentessa all’Accademia fiorentina che utilizza granelli di riso al posto delle tessere per creare immagini da inserire in buste di plastica sottovuoto. Ma il mosaico diventa quasi un pretesto, una sorta di linguaggio inter pares, nelle piccole miniature seriali di Chiara Gasbarro o nella performance di Gina Tamborra costruita su tessere di carta applicate al corpo per un’azione che – tolta l’aurea tragica e politica – ricorda le pionieristiche azioni di Hannah Wilke negli anni ’70.

A poca distanza dalla Manica Lunga si apre nel loggiato della Biblioteca Oriani la mostra dedicata a Calvino e alle città invisibili con opere di mosaico realizzate fra Ravenna e la Giordania. Oltre ai bei lavori di affermate mosaiciste ravennati – fra cui una lussureggiante azalea di Elisa Brighi ed Evelina Garoni e una criptica Fillide di Luciana Notturni – vale citare almeno due bei paesaggi realizzati rispettivamente da Mohamad Salem e Sonia Twal, ospiti giordani della presente rassegna.

A poca distanza, ai Chiostri francescani la selezione di Opere dal mondo, curata da Rosetta Berardi e Maria Grazia Marini, già nel sottotitolo chiarisce l’omaggio ai due colori – nero e oro – in omaggio a Burri. Colpisce fra le opere esposte l’opera di Toyoharu Kii, maturo artista giapponese di fama internazionale che nella sua opera unica esposta – Broken Road and Growing Flower – dà un saggio memorabile della propria predilezione per il marmo bianco e una riduzione linguistica minimale, percorsa da pura poesia.

Un’altra bella opera dello stesso artista è presente anche nella mostra La memoria fisica della materia, allestita nel quadriportico del MAR e curata da Linda Kniffitz e Daniele Torcellini. Numerosi sono i lavori selezionati per questa esposizione che nasce dall’intento di recuperare la tecnica antica della tradizione ravennate nelle sue rivisitazioni contemporanee attraverso diverse generazioni e decenni – dagli anni ’70 a oggi – privilegiando solo i dati materiali, le forme, gli spazi, gli equilibri e i contrasti. Assieme ad alcuni più che conosciuti maestri e studi ravennati come Marco Bravura, CaCO3, Marco De Luca, Daniele Strada, Paolo Racagni, Stefano Mazzotti e Felice Nittolo, è presente anche un bel lavoro di Sergio Policicchio che in Corpi Celesti disgrega la tessitura musiva superando la necessità dell’immagine per rilanciare l’eleganza del materiale e delle forme. Meno aderente alla tradizione è l’opera di Takako Hirai, mosaicista d’adozione ravennate che ha abituato il pubblico a poetiche indagini esplorative del mondo naturale in cui espressività materica e capacità immaginifica collaborano per opere di grande coinvolgimento.

Altrettanto infedele risulta infine l’opera di Sara Vasini, una sorta di tradimento musivo per una fedeltà superiore: in Remain in Light infatti rimane solo una lontana idea tratta dal mosaico per il pattern compositivo e la citazione del materiale in foglia d’oro in omaggio all’antico mondo bizantino.

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