I frutti dimenticati, figli di un’enorme ricchezza chiamata biodiversità

Ogni seme, ogni varietà autoctona, è la risposta a un problema specifico in un luogo specifico

Frutti

La biodiversità è la «variabilità della vita e dei suoi processi. Essa include tutte le forme di vita, dalla singola cellula ai complessi organismi e processi, ai percorsi e ai cicli che collegano gli organismi viventi alle popolazioni, agli ecosistemi ed ai paesaggi». La diversità biologica in agricoltura ne rappresenta un sottoinsieme e si compone della diversità genetica intesa come diversità dei geni entro una specie animale, vegetale e microbica, della diversità di specie, riferita al numero di popolazioni vegetali, animali e di microrganismi e della diversità degli ecosistemi ossia della variabilità degli ecosistemi presenti sul pianeta Terra. Tutto questo è il risultato del processo evolutivo che ha generato, attraverso la selezione naturale, nel corso del tempo, la grande varietà delle specie viventi animali e vegetali. Da ciò emerge che la biodiversità è innanzitutto una ricchezza e solo riconoscendole il valore che ha, sarà possibile preservarla.

CONAD VINI SABBIONI ORIOLO MRT2 07 – 24 01 20

Se entriamo più nello specifico, ogni seme locale, ogni varietà autoctona è una risposta a un problema specifico in un luogo specifico, come nei casi di siccità o di freddi estremi: non per nulla le antiche varietà risultano più resistenti rispetto alle varietà “moderne” perché si sono adattate nel tempo alle caratteristiche del luogo in cui da sempre sono vissute. E se proviamo ad analizzare il nostro territorio vediamo che l’Emilia Romagna è ricchissima di diversità ecologica, sia per la presenza di varie tipologie ambientali (la collina, la montagna, il litorale marino, la valle, la pianura) sia per la sua storia agraria. E’ proprio questa centenaria tradizione agricola che ci posiziona, per il settore ortofrutticolo, fra le prime regioni in Europa, non solo sotto l’aspetto produttivo ma anche per la ricerca e il miglioramento genetico.
Non è un caso che qui si ritrovino i grandi patriarchi fruttiferi che potrebbero aver fornito, o potrebbero fornire in futuro, il corredo genetico per migliorare le moderne cultivar: la selezione delle nuove varietà ha potuto operare su una base genetica molto ampia.

Frutti Dimenticati MeleChe l’Emilia Romagna fosse un’area idonea alle coltivazioni lo avevano intuito anche i Romani duemila anni fa. Qui loro avevano insediato le loro aziende agricole, delle quali esistono tuttora i segni dei confini regolari: sono le tracce e la testimonianza non cancellata della centuriazione romana. La coltura prevalente era quella della vite, soprattutto il rinomato Trebbiano che chiamavano Trebulanus, prodotto in gran quantità e trasportato fino al porto di Classe dal quale veniva imbarcato sulle navi per giungere poi alle destinazioni più diverse. Altra coltura frutticola era quella delle mele, in particolare la Mela Decio (Malus communis cv. decius). Ricordiamo però anche le pere come, a esempio, la Sementina, una piccola pera che fruttifica a grappolo, così chiamata perché matura nel periodo delle sementi. Questa antica varietà è stata ritrovata, in tempi recenti, proprio nelle prime colline dell’area cesenate.

Oltre ai Romani altri popoli si insediarono lasciarono qui tracce della loro cultura: Villanoviani, Etruschi, Celti, Goti, Bizantini e Longobardi. Nei periodi di instabilità politica e sociale che si succedettero dopo la caduta dell’Impero Romano, quasi tutta l’agricoltura si concentrò nelle periferie delle città: qui venivano coltivati gli orti che rifornivano quotidianamente gli abitanti. Poi nei conventi e nei monasteri era diffusa la pratica di coltivare frutti, verdure e piante officinali, secondo il motto benedettino “ora et labora”. Anche la montagna fu un importante serbatoio di conservazione della biodiversità rurale in genere, e in particolare per le specie fruttifere, specialmente per le tante varietà di pere e di mele.

L’isolamento delle popolazioni montane, il radicamento alla terra e alle tradizioni, la tendenza alla conservazione di ciò che veniva ereditato dai padri, ha fatto sì che si sia preservata parte delle varietà dei fruttiferi e delle piante da orto tradizionali. Le ragazze romagnole che andavano in sposa dalle montagne alla pianura portavano con sé i semi di ortaggi, nonchè di piante da frutto del loro luogo, forse per rendere meno amaro il distacco dalla propria terra, forse per mantenere i sapori del luogo natio. Ciò ha senza dubbio fornito un notevole contributo alla diffusione dell’agrobiodiversità.

Ogni zona aveva i suoi frutti: solo per citarne alcuni, nell’Appennino romagnolo erano diffuse pere come la Ruggine, la Campanella, la Dolcina, la Giovanazza, la Cocomerina, la Brutta e Buona e la Molinaccio. Naturalmente non mancava il cosiddetto “albero del pane”: il castagno. Sempre in collina si coltivavano mele come la Ruggine, la Panaia, la Nesta, la Tellina. Le colline cesenati, oltre alla vite, sempre presente sia in pianura sia in collina, erano coltivate con varietà di ciliegi come il Duroncino di Cesena o Marcianina, il Durone, la Morandona… Nelle zone a microclima particolarmente idoneo, come quello delle colline riminesi, cesenati e dell’area di Brisighella, si trovava anche l’olivo. In pianura si coltivava la Pera Volpina, la Scipiona, la Coscia, la Somara, la San Giovanni, la Mora di Faenza oltre a viti, ciliegi, mandorli. Solo per la Romagna sono state censite oltre 60 vecchie varietà (Guidi et al., 2007; Guidi et al., 2009). Insomma, una enorme ricchezza che, per quel che resta, merita di essere conosciuta e preservata.