giovedì
23 Aprile 2026

Anche Arrigo Sacchi in municipio per il rilancio dello storico Low Ponte

Al via il nuovo progetto del presidente onorario Fabio Bazzocchi, ex calciatore e allenatore della società di Ponte Nuovo, malato di Sla  

«Perché lo faccio? Perché nella malattia ho trovato tanti amici che quotidianamente aiutano me, i miei figli, la mia famiglia. Amici conosciuti nel mondo del calcio, praticando questo sport. A tutti loro devo una parte del mio tempo, che voglio usare per dare a tanti ragazzi e adulti la possibilità di essere fortunati come lo sono stato io, la possibilità di essere circondati da persone magnifiche». Alla fine della presentazione nella sala preconsiliare del municipio di Ravenna, è il messaggio di Fabio Bazzocchi a sintetizzare quello che c’è dietro tutta l’operazione, che è di una semplicità disarmante: l’amicizia e la passione per il calcio. D’altronde Fabio ha giocato per buona parte della sua vita, allenando inoltre anche i bambini. Nel Low Ponte, la società di Ponte Nuovo (nata sulle ceneri dello storico Low Street di Ravenna) che negli ultimi anni, dopo stagioni importanti nelle categorie dilettantistiche, ha attraversato una fase molto difficile a causa della crisi economica, rischiando di scomparire. Ora il rilancio, grazie soprattutto alla volontà di Fabio, 46 anni il prossimo aprile, dal 2010 costretto a convivere con la Sla (sclerosi laterale amiotrofica), malattia neurodegenerativa che gli impedisce qualsiasi movimento. Comunica tramite messaggi e social network grazie a un software che legge il movimento degli occhi. Mentalmente, lo si sarà capito, è lucidissimo. «Ha sicuramente più memoria di me», è stata la battuta di Arrigo Sacchi, tra gli ospiti d’eccezione della presentazione in Comune del nuovo Low Ponte, rivelando che Fabio la sera prima gli aveva ricordato che si erano già visti nel 1988.

Il Low Ponte ripartirà grazie a tante persone qualificate che hanno risposto all’appello di Fabio (nominato presidente onorario), che lo hanno conosciuto sul campo e che vogliono contribuire a riportare la società ai fasti di un tempo. Il presidente sarà Piero Valentini, figura storica ed ex custode, al Low Street sin dalla sua nascita negli anni Settanta. La filosofia sarà quella di collaborare con tutte le società dei dintorni senza preclusioni (compreso il Ravenna, attaccato invece in passato per la decisione di aprire una franchigia per i giovani), puntando tutto sul settore giovanile (ma ci sarà di nuovo anche la prima squadra) e all’insegna dei principi della Carta dei diritti del bambino, come ha spiegato il preparatore e responsabile dell’area tecnica Andrea Zavatta.

«Fabio ci sta insegnando valori importanti – è stato poi il commento di Sacchi –, in un paese come l’Italia in cui regna la confusione, in cui si vuole vincere sempre, anche tra i bambini. Fabio è un esempio formidabile di costanza, volontà, determinazione, faccio a lui e a tutti i suoi collaboratori i miei migliori auguri».

Hanno parlato di Fabio come un esempio anche gli altri due allenatori professionisti ravennati presenti in municipio per l’occasione, Davide Ballardini e Andrea Mandorlini. Il primo ha rivelato di essere diventato amico di Fabio al mare, dove ha conosciuto anche moglie e i suoi due bambini («Lui incarna tante belle cose dello sport – ha detto Ballardini –, la tenacia e il rispetto delle regole in primis»), Mandorlini invece ha ricordato anche i suoi primi passi calcistici proprio al Low Street, prima poi di arrivare a vincere anche uno scudetto con l’Inter e di allenare in serie A.

Tra il folto pubblico in municipio (in rappresentanza dell’Amministrazione ha preso la parola l’assessore allo Sport Roberto Fagnani) tanti addetti ai lavori e semplici amici di Fabio, passati anche solo per fargli un saluto.

Ausl: «Il trasporto sangue avviene rispettando le temperature predefinite»

L’azienda sanitaria smentisce gli allarmi dei sindacati che hanno proclamato lo sciopero per il 6 febbraio

«I sistemi di monitoraggio sul trasporto sangue non sono opinioni, ma sono garantiti da precisi sistemi di tracciatura dei tempi e delle temperature durante tutto il processo dei trasporti». Lo afferma l’Ausl Romagna, all’indomani della proclamazione dello sciopero per il 6 febbraio da parte dei diciotto lavoratori del servizio, per garantire che la situazione non è nel caos dopo il cambio di appalto come invece sostengono i sindacati (vedi tra gli articoli correlati). L’azienda sanitaria inoltre ribadisce che la gara d’appalto si è svolta nel rispetto dei principi e delle normative vigenti in materia di appalti pubblici e censura le dichiarazioni dei sindacati che avevano parlato di sangue trasportato a temperature non adeguate.

Ecco i dettagli di come si svolgono le operazioni, così come li illustra l’Ausl: «I trasporti dei campioni biologici e del sangue per l’Officina Trasfusionale per l’ambito di Ravenna sono effettuati con mezzi tracciati con sistema Gps che consentono, in caso di necessità, di conoscere la posizione dell’autovettura che trasporta i materiali. Ciascun mezzo è dotato di sistema di riscaldamento e raffrescamento per far fronte sia al clima invernale che estivo in modo da garantire gli intervalli di temperatura di trasporto predefiniti. Nelle vetture è presente una sonda nel vano di carico che rileva le temperature di trasporto e al fine di garantire la sicurezza anche in caso di guasto, in ciascun vano, oltre alla sonda principale, sono presenti due sonde di backup che permettono di rilevare la temperatura qualora la sonda principale non trasmetta, per qualsiasi ragione, le temperature del vano. Ciascun autista può impostare dal posto di guida la temperatura del vano di carico attraverso apposito display, inoltre ha a in dotazione un ulteriore dispositivo che consente di verificare la temperatura del vano ad ogni istante. Le temperature rilevate sono disponibili informaticamente in modo da disporre di alcuni indicatori rispetto alla temperatura ed al tempo che consentono di indentificare, la temperatura minima, massima e media rilevata nel trasporto».

Infine l’azienda specifica che «il capitolato di gara, a garanzia della qualità del servizio, prevedeva la selezione della migliore offerta individuata sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo, e non al massimo ribasso, assegnando alla qualità il punteggio massimo di 65 punti su 100  ed al prezzo punteggio massimo 35 punti su 100».

Spese pazze in Regione, condannati tre consiglieri ravennati: dovranno risarcire

La Corte dei Conti sui rimborsi 2011-12: contestati migliaia di euro a Mazzotti (Pd), Fiammenghi (Pd) e Bazzoni (Pdl)

Ventisei consiglieri regionali della legislatura 2010-2014 in Emilia Romagna – compresi i tre ravennati Miro Fiammenghi (Pd), Mario Mazzotti (Pd) e Gianguido Bazzoni (Pdl) – sono stati condannati dalla Corte dei Conti per cattiva gestione di soldi pubblici: le sentenze riguardano le spese sostenute negli ultimi mesi del 2011 e nel 2012, rimborsate dalla Regione ma ritenute illegittime dalla procura contabile. Lo si apprende dalle pagine de Il Resto del Carlino.

Si tratta di quella che è passata alle cronache come l’inchiesta Spese pazze (la vicenda penale è distinta e i tre ravennati sono ancora coinvolti). La Corte contesta una gestione poco attenta dei fondi destinati all’attività politica dei gruppi consiliari ma non un intento criminale. Dalla lettura del Carlino risulterebbe che per i tre ravennati la mancanza della lettera di incarico del gruppo renderebbe plausibile la riconduzione della spesa a esigenze personali del consigliere. A tutti, hanno stabilito i giudici, si applicherà uno sconto del 15 percento delle spese contestate. Ma la parte restante andrà saldata: metà dal consigliere (o ex) condannato e metà da chi avrebbe dovuto vigilare cioè i rispettivi capigruppo.

A Fiammenghi vengono contestati 4.721 euro: pranzi di rappresentanza e attività di promozione del gruppo consiliare (2.789), spese taxi (377), auto (1.825) e giornali (782). Dopo lo sconto la cifra da risarcire è 4.013 euro da dividere con il capogruppo Monari. Per Mazzotti la somma totale è 3.554 euro. Infine Bazzoni: 18.769 euro da dividere con il capogruppo dell’epoca Villani.

Comune e Mistral adottano 821 alunni colpiti dal terremoto nelle Marche

Raccolta di materiale didattico a favore di un istituto scolastico dalla materna alle medie. L’assessore invita privati, imprese e scuole a partecipare

L’associazione ravennate di protezione civile Radio club Mistral e il Comune di Ravenna hanno avviato una raccolta di materiale didattico a favore dell’istituto comprensivo Paladini, composto da due scuole secondarie di primo grado, due scuole primarie e una scuola dell’infanzia a Treia, comune della provincia di Macerata colpito dagli eventi sismici del 2016 e 2017. In totale 821 tra bambini e ragazzi alle prese con le difficoltà post terremoto.

Una delle due scuole secondarie risulta inagibile, per cui le classi sono state trasferite nei locali di un oratorio e nei container montati dalla Protezione civile, e l’altra ha tre aule dissestate e inutilizzabili; la primaria della frazione di Passo è stata trasferita presso un altro edificio e la scuola dell’infanzia è chiusa per i lavori di messa in sicurezza. La scelta di questo istituto nasce su segnalazione dell’agenzia regionale di Protezione Civile delle Marche che da tempo opera in collaborazione con Mistral e soprattutto perché questo territorio si colloca al confine del cratere sismico e non rientra, per ora, tra gli enti destinatari della prima tranche di fondi per la ricostruzione.

L’appello di Mistral e del Comune è rivolto a cittadini singoli, attività commerciali e associazioni ma anche alle scuole. L’assessore comunale all’Istruzione Ouidad Bakkali ha scritto una lettera a tutti i dirigenti scolastici invitandoli a dare massima risonanza all’iniziativa con le famiglie e gli insegnanti: «È una richiesta di collaborazione su un tema delicato, ma allo stesso tempo importante per sviluppare nei bambini un senso di comunità e spirito di solidarietà che è bene tenere allenato in questo momento storico che tende invece a favorire gli egoismi».

Per cittadini, attività commerciali e associazioni il punto di raccolta è il centro operativo di Mistral che si trova in via Romea Nord 270 e rimarrà aperto al pubblico il martedì e il sabato dalle 15 alle 19. Per le scuole, gli stessi dirigenti potranno individuare il punto di raccolta dal quale i volontari Mistral passeranno, quando da loro contattati, a ritirare quanto donato. «L’obiettivo che ci siamo dati – continua l’assessora Bakkali – è di partire con la prima missione di consegna tra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo e programmare la seconda nei mesi successivi».

Tra il materiale richiesto ci sono notebook per allestire aule di informatica; libri per le biblioteche e dizionari di italiano, inglese, francese, greco e cinese; materiali per i laboratori scientifici e per le attività di geografia; materiali per l’attività psicomotoria e per le palestre; giochi, costruzioni, quaderni e colori.

Comune e Mistral adottano 821 alunni colpiti dal terremoto nelle Marche

Raccolta di materiale didattico a favore di un istituto scolastico dalla materna alle medie. L’assessore invita privati, imprese e scuole a partecipare

L’associazione ravennate di protezione civile Radio club Mistral e il Comune di Ravenna hanno avviato una raccolta di materiale didattico a favore dell’istituto comprensivo Paladini, composto da due scuole secondarie di primo grado, due scuole primarie e una scuola dell’infanzia a Treia, comune della provincia di Macerata colpito dagli eventi sismici del 2016 e 2017. In totale 821 tra bambini e ragazzi alle prese con le difficoltà post terremoto.

Una delle due scuole secondarie risulta inagibile, per cui le classi sono state trasferite nei locali di un oratorio e nei container montati dalla Protezione civile, e l’altra ha tre aule dissestate e inutilizzabili; la primaria della frazione di Passo è stata trasferita presso un altro edificio e la scuola dell’infanzia è chiusa per i lavori di messa in sicurezza. La scelta di questo istituto nasce su segnalazione dell’agenzia regionale di Protezione Civile delle Marche che da tempo opera in collaborazione con Mistral e soprattutto perché questo territorio si colloca al confine del cratere sismico e non rientra, per ora, tra gli enti destinatari della prima tranche di fondi per la ricostruzione.

L’appello di Mistral e del Comune è rivolto a cittadini singoli, attività commerciali e associazioni ma anche alle scuole. L’assessore comunale all’Istruzione Ouidad Bakkali ha scritto una lettera a tutti i dirigenti scolastici invitandoli a dare massima risonanza all’iniziativa con le famiglie e gli insegnanti: «È una richiesta di collaborazione su un tema delicato, ma allo stesso tempo importante per sviluppare nei bambini un senso di comunità e spirito di solidarietà che è bene tenere allenato in questo momento storico che tende invece a favorire gli egoismi».

Per cittadini, attività commerciali e associazioni il punto di raccolta è il centro operativo di Mistral che si trova in via Romea Nord 270 e rimarrà aperto al pubblico il martedì e il sabato dalle 15 alle 19. Per le scuole, gli stessi dirigenti potranno individuare il punto di raccolta dal quale i volontari Mistral passeranno, quando da loro contattati, a ritirare quanto donato. «L’obiettivo che ci siamo dati – continua l’assessora Bakkali – è di partire con la prima missione di consegna tra la fine di febbraio e i primi giorni di marzo e programmare la seconda nei mesi successivi».

Tra il materiale richiesto ci sono notebook per allestire aule di informatica; libri per le biblioteche e dizionari di italiano, inglese, francese, greco e cinese; materiali per i laboratori scientifici e per le attività di geografia; materiali per l’attività psicomotoria e per le palestre; giochi, costruzioni, quaderni e colori.

Da dove viene (davvero) il cibo

Il giornalista Liberti presenta a Ravenna il suo libro-inchiesta: «Gran parte dei tonni in scatola che mangiamo sono prodotti in Tailandia»

Da dove viene quello che mangiamo? Chi si arricchisce nel commerciare prodotti alimentari economici ma dannosi per la salute? Perché sappiamo così poco dei cibi che troviamo al supermercato? Secondo previsioni dell’Onu, nel 2050 saremo 9 miliardi di persone sulla Terra. Come ci sfameremo, se le risorse sono sempre più scarse? Uno dei più accreditati giornalisti di inchiesta italiani Stefano Liberti sarà a Ravenna lunedì 6 febbraio alle 18.30 a Palazzo Rasponi per la rassegna “Il Tempo Ritrovato” per parlare de I signori del cibo (Minimumfax).

Cosa è stato che nel tempo ha allontanato le persone dal chiedersi “da dove arriva quello che sto mangiando”?
«Con l’urbanizzazione le persone si sono allontanate dalle campagne dove si coltiva e si alleva, a questo si sono aggiunti i processi produttivi della industria alimentare e poi le catene della grande distribuzione negli anni ’60 che hanno reso il cibo un prodotto e non più un alimento. Però questo processo si è un po’ invertito negli ultimi anni e ora questa domanda se la pongono sempre più persone».

Come mai sta tornando questo interesse?
«Nasce da una coscienza salutistica. Nei luoghi poveri è solo il prezzo che comanda, nei paesi più ricchi si torna invece a interrogarsi su che effetti può avere sulla salute una alimentazione non sana».

Quando è partito per lavorare a questa inchiesta che l’ha portata nei Paesi più remoti aveva in mente i passaggi di questa catena, o anche lei è rimasto stupito della sua estensione?
«Quando ho elaborato il progetto non immaginavo che questa filiera mi portasse così lontano. Non pensavo che il concentrato di pomodoro che l’Italia esporta in Africa fosse prodotto in Cina o che i tonni in scatola che mangiamo fossero per la maggior parte prodotti in Tailandia. Sono cose che il cittadino medio non sa. Non si può immaginare quanta distanza fanno i cibi e quanti processi passano nella lunghissima filiera prima di arrivare nei supermercati».

Un consumo critico può fare la differenza o siamo talmente immersi in questo sistema che non si può più cambiare?
«È vero che siamo totalmente immersi in questo sistema, ma il cittadino ha un forte potere di orientamento delle scelte della distribuzione. Il caso dell’olio di palma ha fatto scuola».

Cosa è successo con l’olio di palma da rendere oggi “senza olio di palma” un ossessivo mantra pubblicitario?
«Si è fatta molta informazione sul disboscamento che la produzione di olio di palma stava causando in Indonesia e Malesia, ma senza ottenere risultati. Quando invece l’attenzione si è spostata sulla salute a quel punto la campagna anti-olio di palma ha avuto uno slancio straordinario e oggi l’Italia è il primo Paese che ha quasi totalmente abolito l’uso di olio di palma. Tutto è partito dalla forza dell’opinione pubblica che ha portato le imprese a fare considerazioni di tipo economico. Quindi è possibile modificare questo meccanismo».

Le persone sono disposte a spendere di più per prodotti più sani o più etici?
«Il prezzo diventa l’unico criterio di scelta perché la distribuzione vuole che sia così. È chiaro che se le notizie sul prodotto non vengono fornite, l’unico parametro su cui giudicare rimane il prezzo. Se fosse obbligatorio e vincolante per i produttori indicare nelle etichette la provenienza dei prodotti e anche le lavorazioni che hanno subito, le scelte dei consumatori sarebbero molto diverse. Sapere che la carne di maiale viene prodotta in Cina in condizioni di un certo tipo influirebbe sulle vendite di quel prodotto. Queste sono notizie che molte aziende non vogliono far sapere al consumatore».

L’informazione è fondamentale per questo tipo di scelte, per questo il lavoro di inchiesta che lei fa è molto importante. Questo tipo di inchieste però, lunghe e complesse, sono un genere giornalistico quasi estinto…
«Sono inchieste che richiedono molto tempo e impegno e sono un modello di business difficile da sostenere per un editore. Con la crisi dell’editoria è ancora più difficile. Per questo io mi sono ispirato al modello statunitense, dove questo tipo di inchieste sono finanziate da fondazioni. Io sono riuscito a scrivere “I signori del cibo” grazie alla Fondazione Charlemagne Onlus che finanzia ricerche approfondite di questo tipo».

Da dove viene (davvero) il cibo

Il giornalista Liberti presenta a Ravenna il suo libro-inchiesta: «Gran parte dei tonni in scatola che mangiamo sono prodotti in Tailandia»

Da dove viene quello che mangiamo? Chi si arricchisce nel commerciare prodotti alimentari economici ma dannosi per la salute? Perché sappiamo così poco dei cibi che troviamo al supermercato? Secondo previsioni dell’Onu, nel 2050 saremo 9 miliardi di persone sulla Terra. Come ci sfameremo, se le risorse sono sempre più scarse? Uno dei più accreditati giornalisti di inchiesta italiani Stefano Liberti sarà a Ravenna lunedì 6 febbraio alle 18.30 a Palazzo Rasponi per la rassegna “Il Tempo Ritrovato” per parlare de I signori del cibo (Minimumfax).

Cosa è stato che nel tempo ha allontanato le persone dal chiedersi “da dove arriva quello che sto mangiando”?
«Con l’urbanizzazione le persone si sono allontanate dalle campagne dove si coltiva e si alleva, a questo si sono aggiunti i processi produttivi della industria alimentare e poi le catene della grande distribuzione negli anni ’60 che hanno reso il cibo un prodotto e non più un alimento. Però questo processo si è un po’ invertito negli ultimi anni e ora questa domanda se la pongono sempre più persone».

Come mai sta tornando questo interesse?
«Nasce da una coscienza salutistica. Nei luoghi poveri è solo il prezzo che comanda, nei paesi più ricchi si torna invece a interrogarsi su che effetti può avere sulla salute una alimentazione non sana».

Quando è partito per lavorare a questa inchiesta che l’ha portata nei Paesi più remoti aveva in mente i passaggi di questa catena, o anche lei è rimasto stupito della sua estensione?
«Quando ho elaborato il progetto non immaginavo che questa filiera mi portasse così lontano. Non pensavo che il concentrato di pomodoro che l’Italia esporta in Africa fosse prodotto in Cina o che i tonni in scatola che mangiamo fossero per la maggior parte prodotti in Tailandia. Sono cose che il cittadino medio non sa. Non si può immaginare quanta distanza fanno i cibi e quanti processi passano nella lunghissima filiera prima di arrivare nei supermercati».

Un consumo critico può fare la differenza o siamo talmente immersi in questo sistema che non si può più cambiare?
«È vero che siamo totalmente immersi in questo sistema, ma il cittadino ha un forte potere di orientamento delle scelte della distribuzione. Il caso dell’olio di palma ha fatto scuola».

Cosa è successo con l’olio di palma da rendere oggi “senza olio di palma” un ossessivo mantra pubblicitario?
«Si è fatta molta informazione sul disboscamento che la produzione di olio di palma stava causando in Indonesia e Malesia, ma senza ottenere risultati. Quando invece l’attenzione si è spostata sulla salute a quel punto la campagna anti-olio di palma ha avuto uno slancio straordinario e oggi l’Italia è il primo Paese che ha quasi totalmente abolito l’uso di olio di palma. Tutto è partito dalla forza dell’opinione pubblica che ha portato le imprese a fare considerazioni di tipo economico. Quindi è possibile modificare questo meccanismo».

Le persone sono disposte a spendere di più per prodotti più sani o più etici?
«Il prezzo diventa l’unico criterio di scelta perché la distribuzione vuole che sia così. È chiaro che se le notizie sul prodotto non vengono fornite, l’unico parametro su cui giudicare rimane il prezzo. Se fosse obbligatorio e vincolante per i produttori indicare nelle etichette la provenienza dei prodotti e anche le lavorazioni che hanno subito, le scelte dei consumatori sarebbero molto diverse. Sapere che la carne di maiale viene prodotta in Cina in condizioni di un certo tipo influirebbe sulle vendite di quel prodotto. Queste sono notizie che molte aziende non vogliono far sapere al consumatore».

L’informazione è fondamentale per questo tipo di scelte, per questo il lavoro di inchiesta che lei fa è molto importante. Questo tipo di inchieste però, lunghe e complesse, sono un genere giornalistico quasi estinto…
«Sono inchieste che richiedono molto tempo e impegno e sono un modello di business difficile da sostenere per un editore. Con la crisi dell’editoria è ancora più difficile. Per questo io mi sono ispirato al modello statunitense, dove questo tipo di inchieste sono finanziate da fondazioni. Io sono riuscito a scrivere “I signori del cibo” grazie alla Fondazione Charlemagne Onlus che finanzia ricerche approfondite di questo tipo».

Da dove viene (davvero) il cibo

Il giornalista Liberti presenta a Ravenna il suo libro-inchiesta: «Gran parte dei tonni in scatola che mangiamo sono prodotti in Tailandia»

Da dove viene quello che mangiamo? Chi si arricchisce nel commerciare prodotti alimentari economici ma dannosi per la salute? Perché sappiamo così poco dei cibi che troviamo al supermercato? Secondo previsioni dell’Onu, nel 2050 saremo 9 miliardi di persone sulla Terra. Come ci sfameremo, se le risorse sono sempre più scarse? Uno dei più accreditati giornalisti di inchiesta italiani Stefano Liberti sarà a Ravenna lunedì 6 febbraio alle 18.30 a Palazzo Rasponi per la rassegna “Il Tempo Ritrovato” per parlare de I signori del cibo (Minimumfax).

Cosa è stato che nel tempo ha allontanato le persone dal chiedersi “da dove arriva quello che sto mangiando”?
«Con l’urbanizzazione le persone si sono allontanate dalle campagne dove si coltiva e si alleva, a questo si sono aggiunti i processi produttivi della industria alimentare e poi le catene della grande distribuzione negli anni ’60 che hanno reso il cibo un prodotto e non più un alimento. Però questo processo si è un po’ invertito negli ultimi anni e ora questa domanda se la pongono sempre più persone».

Come mai sta tornando questo interesse?
«Nasce da una coscienza salutistica. Nei luoghi poveri è solo il prezzo che comanda, nei paesi più ricchi si torna invece a interrogarsi su che effetti può avere sulla salute una alimentazione non sana».

Quando è partito per lavorare a questa inchiesta che l’ha portata nei Paesi più remoti aveva in mente i passaggi di questa catena, o anche lei è rimasto stupito della sua estensione?
«Quando ho elaborato il progetto non immaginavo che questa filiera mi portasse così lontano. Non pensavo che il concentrato di pomodoro che l’Italia esporta in Africa fosse prodotto in Cina o che i tonni in scatola che mangiamo fossero per la maggior parte prodotti in Tailandia. Sono cose che il cittadino medio non sa. Non si può immaginare quanta distanza fanno i cibi e quanti processi passano nella lunghissima filiera prima di arrivare nei supermercati».

Un consumo critico può fare la differenza o siamo talmente immersi in questo sistema che non si può più cambiare?
«È vero che siamo totalmente immersi in questo sistema, ma il cittadino ha un forte potere di orientamento delle scelte della distribuzione. Il caso dell’olio di palma ha fatto scuola».

Cosa è successo con l’olio di palma da rendere oggi “senza olio di palma” un ossessivo mantra pubblicitario?
«Si è fatta molta informazione sul disboscamento che la produzione di olio di palma stava causando in Indonesia e Malesia, ma senza ottenere risultati. Quando invece l’attenzione si è spostata sulla salute a quel punto la campagna anti-olio di palma ha avuto uno slancio straordinario e oggi l’Italia è il primo Paese che ha quasi totalmente abolito l’uso di olio di palma. Tutto è partito dalla forza dell’opinione pubblica che ha portato le imprese a fare considerazioni di tipo economico. Quindi è possibile modificare questo meccanismo».

Le persone sono disposte a spendere di più per prodotti più sani o più etici?
«Il prezzo diventa l’unico criterio di scelta perché la distribuzione vuole che sia così. È chiaro che se le notizie sul prodotto non vengono fornite, l’unico parametro su cui giudicare rimane il prezzo. Se fosse obbligatorio e vincolante per i produttori indicare nelle etichette la provenienza dei prodotti e anche le lavorazioni che hanno subito, le scelte dei consumatori sarebbero molto diverse. Sapere che la carne di maiale viene prodotta in Cina in condizioni di un certo tipo influirebbe sulle vendite di quel prodotto. Queste sono notizie che molte aziende non vogliono far sapere al consumatore».

L’informazione è fondamentale per questo tipo di scelte, per questo il lavoro di inchiesta che lei fa è molto importante. Questo tipo di inchieste però, lunghe e complesse, sono un genere giornalistico quasi estinto…
«Sono inchieste che richiedono molto tempo e impegno e sono un modello di business difficile da sostenere per un editore. Con la crisi dell’editoria è ancora più difficile. Per questo io mi sono ispirato al modello statunitense, dove questo tipo di inchieste sono finanziate da fondazioni. Io sono riuscito a scrivere “I signori del cibo” grazie alla Fondazione Charlemagne Onlus che finanzia ricerche approfondite di questo tipo».

Verdi: «Il Comune di Lugo sta devastando il parco del Loto» 

Gli ambientalisti criticano gli interventi pubblici sul canneto e sulle siepi nell’area natuale

«Non solo viene abbandonato a se stesso, ma periodicamente il parco del Loto di Lugo subisce le devastazioni perpetrate dal Comune. L’ultima è stata la parziale distruzione del canneto ripariale di questi giorni e i numerosi interventi di taglio delle siepi, tutt’ora in atto». I Verdi di Lugo puntano il dito contro la manutenzione pubblica nello spazio riconosciuto come area di riequilibrio ecologico nel 2011 e chiedono che l’assessore all’Ambiente, Fabrizio Casamento, intervenga per fermare «la distruzione portata avanti dai suoi stessi uffici».

Il movimento ambientalista riconosce che l’intervento sulle varie edere è utile e necessario perché diventate infestanti «ma questo non giustifica la distruzione di canneti e arbusti che offrono riparo e cibo a innumerrevoli specie animali».

Per concludere i Verdi ricordano che gli obiettivi gestionali dell’area di riequilibrio ecologico votati dalla Provincia nel 2011 «prevedono il miglioramento ed ulteriore rinaturalizzazione dei boschi e delle siepi perimetrali con azioni di mantenimento della vegetazione di ripa e dei canneti di margine per tre metri di larghezza».

Verlicchi (Pigna): «Ravenna Holding è solo un poltronificio, il Comune deve chiuderla»

La coordinatrice della lista civica ribadisce quanto detto in campagna elettorale: «Dismettere le partecipazioni frutterebbe 240 milioni di euro da investire nel rilancio della città»

«Lo abbiamo detto durante la campagna elettorale e lo ribadiamo ancora oggi: le partecipazioni in società che non hanno nulla a che fare con la mission del Comune devono essere oggetto di veloce dismissione». Veronica Verlicchi, coordinatrice della lista civica La Pigna preme per sciogliere Ravenna Holding, la cosiddetta cassaforte in cui confluiscono tutte le partecipazioni di Palazzo Merlato, e investire nel rilancio della città il ricavato che stima in circa 240 milioni di euro: «Il Comune deve concentrarsi unicamente sull’erogazione dei servizi ai cittadini, alle associazioni e alle imprese ravennati e smettere di fare l’imprenditore».

Ravenna Holding detiene le partecipazioni in società che per Verlicchi sono solo «un centro di interessi di partito»: Sapir, Hera, Ravenna Farmacie, Aser e Azimut «sono costose e poco efficienti, servono solo per sostenere il poltronificio costituito da presidenti, vicepresidenti, consiglieri, consulenti vari, amici ed ex dirigenti del Pd e dei suoi alleati».

La candidata consigliera comunale della lista civica che presentava Maurizio Bucci come candidato sindaco alle ultime amministrative quantifica il costo della holding: «Ogni anno quasi 1,7 milioni, soldi che possono benissimo essere risparmiati ed utilizzati per abbassare le tasse comunali e sostenere progetti di natura sociale ed economica. Come se non bastasse, ad aggravare i costi della Holding a discapito delle tasche di noi cittadini, gli amministratori della stessa società, hanno addirittura contratto un mutuo di 15 milioni di euro per rimborsare i soci – tra cui il Comune di Ravenna – a seguito della riduzione di capitale».

Per quanto riguarda Hera, la convinzione della Pigna è che anche questa partecipazione vada dismessa e sostituita con una società in house, «come sta facendo il Comune di Forlì a guida Pd, per permettere costi della raccolta e smaltimento dei rifiuti notevolmente più bassi. Emblematica poi è la scarsa redditività delle Farmacie Comunali: a fronte di ricavi per oltre 71 milioni di euro l’utile prima delle imposte è di soli 462mila euro».

La promessa di Verlicchi è di attuare tutte le azioni utili a disposizione «per costringere il Comune di Ravenna a dismettere queste inutili partecipazioni, coinvolgendo anche i cittadini ravennati. E ricorreremo, inoltre, alle autorità nazionali preposte».

Inquinamento aria, misure straordinarie: limiti al riscaldamento e al traffico

Anticipati i provvedimenti previsti dopo il 14esimo giorno consecutivo di sforamenti di polveri sottili

Riscaldamento entro 19 gradi nelle abitazioni e 17 nelle attività produttive e artigianali; divieto di utilizzo di camini aperti (alimentati con legno, pellet, cippato); potenziamento dei controlli sulla circolazione dei veicoli nelle città. Sono le misure straordinarie, previste di norma allo scadere del 14esimo giorno consecutivo di sforamenti, che verranno anticipate su tutto il territorio dell’Emilia Romagna per far fronte all’emergenza inquinamento in atto in regione e in tutta la Pianura padana. Lo ha deciso oggi a Bologna la cabina di regia, convocata dall’assessore regionale all’Ambiente Paola Gazzolo, composta dai 21 Comuni capoluogo e con più di 30mila abitanti. Tali misure si affiancheranno alla domenica ecologica confermata per il prossimo 5 febbraio in 28 Comuni. Arpae a sua volta metterà a disposizione anche il sabato e la domenica le mappe previsionali e i dati validati registrati nelle diverse stazioni di rilevamento.

Dal 24 gennaio al 30 gennaio sono stati superati per 7 giorni consecutivi i valori limite di Pm 10 (50 microgrammi per metro cubo) nelle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena. Il 31 gennaio aumenti con valori superiori ai 130 microgrammi per metro cubo hanno interessato tutte le stazioni di pianura. L’1 febbraio, i valori di Pm10 si sono mantenuti elevati in tutta la regione con dati superiori a 120 microgrammi per metro cubo ed un massimo di 247 a Bologna. Valori insolitamente elevati sono stati misurati anche il 2 febbraio. Un miglioramento della situazione è previsto tra domenica e lunedì per l’arrivo di una perturbazione che dovrebbe favorire un rimescolamento dell’aria.

Secondo l’attuale Piano aria, quando il limite giornaliero di Pm10 viene superato per 14 giorni consecutivi in una provincia, si possono applicare misure emergenziali aggiuntive nei Comuni capoluogo e con più di 30mila abitanti. La decisione odierna di anticipare tali provvedimenti (i 14 giorni di sforamenti tecnicamente scatterebbero martedì prossimo), nasce dalla necessità di fronteggiare una situazione critica con picchi di Pm10 particolarmente elevati su tutto il territorio regionale, «dovuti a un fenomeno di inversione termica – spiega la Regione –, vale a dire la presenza di uno strato d’aria calda che scorre sullo strato d’aria più fredda, schiacciando verso il suolo tutti gli inquinanti».

«Di fronte a una situazione oggettivamente eccezionale, con superamenti dei valori limite anche di 4 e 5 volte, abbiamo condiviso un pacchetto di misure coordinate sul territorio regionale, alle quali diverse amministrazioni hanno già deciso di affiancarne altre, omogenee per area geografica – ha spiegato Gazzolo –. Dal 2001 è in atto una progressiva riduzione dei superamenti e delle soglie di inquinamento, ma l’emergenza in atto dimostra che non bisogna abbassare la guardia. Il nuovo Piano aria integrato regionale che nelle prossime settimane sarà all’esame dell’Assemblea legislativa si dà l’obiettivo di far scendere all’uno percento la quota di popolazione esposta a più di 35 superamenti l’anno di Pm 10, mette in campo 90 interventi di tipo strutturale e contemporaneamente riduce a 4 i giorni di sforamento necessari a far scattare i provvedimenti di emergenza».

Inquinamento aria, misure straordinarie: limiti al riscaldamento e al traffico

Anticipati i provvedimenti previsti dopo il 14esimo giorno consecutivo di sforamenti di polveri sottili

Riscaldamento entro 19 gradi nelle abitazioni e 17 nelle attività produttive e artigianali; divieto di utilizzo di camini aperti (alimentati con legno, pellet, cippato); potenziamento dei controlli sulla circolazione dei veicoli nelle città. Sono le misure straordinarie, previste di norma allo scadere del 14esimo giorno consecutivo di sforamenti, che verranno anticipate su tutto il territorio dell’Emilia Romagna per far fronte all’emergenza inquinamento in atto in regione e in tutta la Pianura padana. Lo ha deciso oggi a Bologna la cabina di regia, convocata dall’assessore regionale all’Ambiente Paola Gazzolo, composta dai 21 Comuni capoluogo e con più di 30mila abitanti. Tali misure si affiancheranno alla domenica ecologica confermata per il prossimo 5 febbraio in 28 Comuni. Arpae a sua volta metterà a disposizione anche il sabato e la domenica le mappe previsionali e i dati validati registrati nelle diverse stazioni di rilevamento.

Dal 24 gennaio al 30 gennaio sono stati superati per 7 giorni consecutivi i valori limite di Pm 10 (50 microgrammi per metro cubo) nelle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena. Il 31 gennaio aumenti con valori superiori ai 130 microgrammi per metro cubo hanno interessato tutte le stazioni di pianura. L’1 febbraio, i valori di Pm10 si sono mantenuti elevati in tutta la regione con dati superiori a 120 microgrammi per metro cubo ed un massimo di 247 a Bologna. Valori insolitamente elevati sono stati misurati anche il 2 febbraio. Un miglioramento della situazione è previsto tra domenica e lunedì per l’arrivo di una perturbazione che dovrebbe favorire un rimescolamento dell’aria.

Secondo l’attuale Piano aria, quando il limite giornaliero di Pm10 viene superato per 14 giorni consecutivi in una provincia, si possono applicare misure emergenziali aggiuntive nei Comuni capoluogo e con più di 30mila abitanti. La decisione odierna di anticipare tali provvedimenti (i 14 giorni di sforamenti tecnicamente scatterebbero martedì prossimo), nasce dalla necessità di fronteggiare una situazione critica con picchi di Pm10 particolarmente elevati su tutto il territorio regionale, «dovuti a un fenomeno di inversione termica – spiega la Regione –, vale a dire la presenza di uno strato d’aria calda che scorre sullo strato d’aria più fredda, schiacciando verso il suolo tutti gli inquinanti».

«Di fronte a una situazione oggettivamente eccezionale, con superamenti dei valori limite anche di 4 e 5 volte, abbiamo condiviso un pacchetto di misure coordinate sul territorio regionale, alle quali diverse amministrazioni hanno già deciso di affiancarne altre, omogenee per area geografica – ha spiegato Gazzolo –. Dal 2001 è in atto una progressiva riduzione dei superamenti e delle soglie di inquinamento, ma l’emergenza in atto dimostra che non bisogna abbassare la guardia. Il nuovo Piano aria integrato regionale che nelle prossime settimane sarà all’esame dell’Assemblea legislativa si dà l’obiettivo di far scendere all’uno percento la quota di popolazione esposta a più di 35 superamenti l’anno di Pm 10, mette in campo 90 interventi di tipo strutturale e contemporaneamente riduce a 4 i giorni di sforamento necessari a far scattare i provvedimenti di emergenza».

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