martedì
05 Maggio 2026

«Manca un miliardo di fideiussioni per le casse di colmata dei dragaggi»

L’esposto di Ancisi (Lpr) punta il dito sulle garanzie finanziarie
che avrebbe dovuto dare chi ha scavato tra cui Sapir e Cmc 

Alvaro Ancisi«Al contrario di quanto richiede la legge, non risultano depositate garanzie finanziarie a favore della Provincia dai privati che hanno riempito sette casse di colmata tra 2002 e 2011 con oltre cinque milioni di metri cubi di fanghi dragati dai fondali del porto. Stiamo parlando di quasi un miliardo di euro in totale che l’ente pubblico avrebbe potuto utilizzare per svuotamento e bonifica permettendo i nuovi lavori rimasti bloccati». Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna e candidato alle elezioni comunali, presenterà un esposto alla procura per fare chiarezza su un nuovo aspetto che riguarda il contesto portuale e le tante questioni legate ai dragaggi. La questione delle fideiussioni era stata sollevata anche da Maurizio Bucci, candidato sindaco della Pigna, una ventina di giorni fa.

Le carte a sostegno dell’esposto di Ancisi sono quelle avute (e anche quelle non avute) da Gianfranco Spadoni, consigliere provinciale di Lpr. A dicembre la Provincia gli consegnò le 27 autorizzazioni rilasciate tra 2002 e 2011 a favore di quattro soggetti per il dragaggio: un milione di metri per Sac, 145mila mc per Sapir, 20mila per La Dragaggi e 3,9 milioni per Cmc. Totale poco più di 5 milioni. Materiale che doveva restare solo temporaneamente ma che invece, secondo l’indagine della procura, in parte (3,3 milioni) è ancora fermo nelle casse quando le autorizzazioni sono scadute da tempo diventando così discariche abusive di rifiuti con dieci persone indagate.

Casse colamta porto di RavennaAncisi fa riferimento a quanto prescrive la Regione: «La garanzia finanziaria deve ammontare a 140 euro per tonnellata». Una garanzia, appunto, che la legge preveda venga utilizzata dall’ente pubblico per completare i lavori qualora il privato che li ha fatti non completi la procedura. Per stimare quanto avrebbe dovuto essere l’ammontare esatto Ancisi ipotizza il peso specifico di un metro cubo di fanghi in una media tra 1,6 tonnellate della sabbia e 2,1 tonnellate della sabbia bagnata: «Ipotizzando 1,85 ne risulterebbero 935 milioni di euro».

Che queste fideiussioni non ci siano lo dice Arpa in risposta all’interrogazione di Spadoni. Ancisi cita il passaggio scritto della risposta: «In merito ad autorizzazioni rilasciate per conferimenti di fanghi per deposito temporaneo in casse di colmata portuali, non risultano agli atti garanzie finanziarie depositate a favore della Provincia di Ravenna».

Il ragionamento del decano dell’opposizione si spinge oltre il caso specifico della mancata fideiussione: «Se ci fossero state quelle garanzie la Provincia avrebbe potuto provvedere da sola a svuotare le casse utilizzando soldi di chi non aveva fatto il suo lavoro fino in fondo. Casse vuote avrebbero permesso di avviare i nuovi lavori di approfondimento ancora bloccati. Quant’è il danno subito dal porto per questi mancati lavori?».

Nei documenti allegati tutte le carte raccolte sul caso e diffuse alla stampa da Lista per Ravenna.

«Manca un miliardo di euro di fideiussioni per le casse di colmata dei dragaggi»

L’esposto di Ancisi (Lpr) punta il dito sulle garanzie finanziarie che avrebbe dovuto dare chi ha scavato tra cui Sapir e Cmc

Alvaro Ancisi«Al contrario di quanto richiede la legge, non risultano depositate garanzie finanziarie a favore della Provincia dai privati che hanno riempito sette casse di colmata tra 2002 e 2011 con oltre cinque milioni di metri cubi di fanghi dragati dai fondali del porto. Stiamo parlando di quasi un miliardo di euro in totale che l’ente pubblico avrebbe potuto utilizzare per svuotamento e bonifica permettendo i nuovi lavori rimasti bloccati». Alvaro Ancisi, capogruppo di Lista per Ravenna e candidato alle elezioni comunali, presenterà un esposto alla procura per fare chiarezza su un nuovo aspetto che riguarda il contesto portuale e le tante questioni legate ai dragaggi. La questione delle fideiussioni era stata sollevata anche da Maurizio Bucci, candidato sindaco della Pigna, una ventina di giorni fa.

Le carte a sostegno dell’esposto di Ancisi sono quelle avute (e anche quelle non avute) da Gianfranco Spadoni, consigliere provinciale di Lpr. A dicembre la Provincia gli consegnò le 27 autorizzazioni rilasciate tra 2002 e 2011 a favore di quattro soggetti per il dragaggio: un milione di metri per Sac, 145mila mc per Sapir, 20mila per La Dragaggi e 3,9 milioni per Cmc. Totale poco più di 5 milioni. Materiale che doveva restare solo temporaneamente ma che invece, secondo l’indagine della procura, in parte (3,3 milioni) è ancora fermo nelle casse quando le autorizzazioni sono scadute da tempo diventando così discariche abusive di rifiuti con dieci persone indagate.

Casse colamta porto di RavennaAncisi fa riferimento a quanto prescrive la Regione: «La garanzia finanziaria deve ammontare a 140 euro per tonnellata». Una garanzia, appunto, che la legge preveda venga utilizzata dall’ente pubblico per completare i lavori qualora il privato che li ha fatti non completi la procedura. Per stimare quanto avrebbe dovuto essere l’ammontare esatto Ancisi ipotizza il peso specifico di un metro cubo di fanghi in una media tra 1,6 tonnellate della sabbia e 2,1 tonnellate della sabbia bagnata: «Ipotizzando 1,85 ne risulterebbero 935 milioni di euro».

Che queste fideiussioni non ci siano lo dice Arpa in risposta all’interrogazione di Spadoni. Ancisi cita il passaggio scritto della risposta: «In merito ad autorizzazioni rilasciate per conferimenti di fanghi per deposito temporaneo in casse di colmata portuali, non risultano agli atti garanzie finanziarie depositate a favore della Provincia di Ravenna».

Il ragionamento del decano dell’opposizione si spinge oltre il caso specifico della mancata fideiussione: «Se ci fossero state quelle garanzie la Provincia avrebbe potuto provvedere da sola a svuotare le casse utilizzando soldi di chi non aveva fatto il suo lavoro fino in fondo. Casse vuote avrebbero permesso di avviare i nuovi lavori di approfondimento ancora bloccati. Quant’è il danno subito dal porto per questi mancati lavori?».

Boschi in città per de Pascale E il 3 giugno arriva Matteo Renzi

La ministra: «Non ci spaventa la fatica, ma non possiamo permetterci di sprecare tempo ed energie in inutili polemiche»

Boschi De PascaleSala D’Attorre strapiena per la ministra Maria Elena Boschi venuta a sostenere la candidatura di Michele de Pascale, venerdì 27 maggio. Dopo gli interventi del segretario regionale del Pd, Paolo Calvano, che ha parlato della tradizione «riformista in salsa romagnola», ossia della spinta a fare sempre meglio, è intervenuto lo stesso de Pascale per ribadire il ruolo centrale che Ravenna può avere per la regione e per l’Italia soprattutto in tema di turismo e portualità.

Ma ha anche fatto una richiesta precisa rispetto alle riforme in atto che prevedono oltre alla trasformazione del Senato la cancellazione definitiva delle Provincie: «Non devono esistere cittadini di serie A, quelli delle città metropolitane, e cittadini di serie B. Oggi il timore è quello». Le città metropolitane (nella nostra Regione è Bologna) infatti stanno ottenendo finanziamenti non disponibili per gli altri territori.
E ha anche detto: «Qualcuno dice che invitiamo i ministri perché abbiamo paura, ma non è vero, posso tranquillizzarli. Invitiamo i ministri perché vogliamo condividere con loro i nostri progetti e chiedere il loro impegno nel realizzarli». Ed è de Pascale a ufficilizzare la notizia: Matteo Renzi sarà a Ravenna il 3 giugno alle 18.30 a chiudere la campagna elettorale.

A concludere la serata la ministra, al termine di un tour per l’Emilia Romagna. Pochi gli accenni alla Rfiorma costituzionale e alla legge elettorale: qui si comincerà davvero dal 6 giugno. Ieri si è limitata a rivendicare il lavoro fatto in due anni citando anche la riforma della Pubblica Amministrazione, la riforma della Scuola e la riforma del Lavoro.
Ha parlato più nelle vesti di militante Pd che da ministro: ha infatti spiegato come ovviamente le Istituzioni dialogheranno e collaboreranno con chiunque dovesse vincere, ma ha anche aggiunto che come donna del Pd si sente chiamata a dare una mano nelle campagne elettorali, così come del resto stanno facendo altri ministri e lo stesso Renzi, perché «questo significa essere una comunità che si mette al servizio di un’idea di crescita condivisa».

E ancora: «Non ci spaventa la fatica, ma quello che non possiamo permetterci è lo spreco: spreco di tempo, riserve, di energia, non possiamo permetterci inutili polemiche».
E qui incassa l’applauso più lungo dell’intera serata. Bersani, che pare sia in arrivo martedì prossimo, è avvisato.

Il mito delle Olimpiadi del 1936 messe in scena da Federico Buffa

Parla l’autore dello spettacolo che racconta le vicende di eroi sportivi come Owens e Kee-chung. Al PalaCosta il 31 maggio.

Buffa OlimpiadiRecitare in uno spettacolo teatrale era l’unica cosa ancora da spuntare nella lista scritta da adolescente con le dieci cose da fare nella vita. C’è riuscito nel 2015 con la messa in scena de “Le Olimpiadi 1936”, spettacolo che vede protagonista anche a Ravenna Federico Buffa, il celebre affabulatore che ha conquistato il pubblico con le sue Storie Mondiali trasmesse da Sky.

Alla vigilia della prima parlava del timore per non essere un attore... «Troppo gentile con timore, facciamo terrore che è molto più vicino alla realtà».

D’accordo, terrrore. C’è ancora o intanto è diventato un attore? «Attore non lo posso diventare mai ma il terrore è diluito in timore».

La prima volta a teatro da spettatore andò portato da suo padre… «Quando sono entrato in scena la prima volta credo di aver provato una sensazione semi irripetibile e ho pensato a mio padre che non c’è più, che è l’uomo che mi ha fatto amare il teatro, e a che emozione sarebbe stata per lui vedermi su un palco. Ma forse non avrei retto io l’idea che lui fosse a guardarmi quindi abbiamo tenuto un contatto di altro tipo. Però sono felice che quello che lui mi ha insegnato ad amare in qualche modo sia entrato nella mia vita».

Lo spettacolo nasce su idea dei registi… «Mi hanno chiesto se volevo fare qualcosa dopo aver visto un episodio di Storie mondiali e l’idea di Berlino 1936 è mia. È venuta fuori una forma ibrida in cui io sono due personaggi, un narratore che sa tutto e un personaggio esistito, il comandante del villaggio olimpico che verrà destituito e morirà suicida».

Perché il comandante del villaggio? «Come ha brillantemente detto il regista Emilio Russo il personaggio di Furstner è il personaggio della drammaturgia della sconfitta».

Gli sportivi protagonisti di quella olimpiade si rendevano conto di che significato ci fosse dietro a quell’evento? «Gli sportivi non sono mai particolarmente lucidi, sono lì per gareggiare. Tranne ovviamente quelli come il koreano della maratona che corre con il nome giapponese: quello si rende conto perché si accorge di quello che succede a casa sua e se non può competere per la sua nazione ma con un nome giapponese per i giapponesi, cioè gli esseri umani che odia di più al mondo, lui è una persona conscia».

Jesse Owens

Dovremmo aspettarci o pretendere che gli sportivi, in generale, siano più lucidi nel modo di comportarsi in certi momenti storici? «Impossibile rispondere. Cosa dovevano fare i giocatori italiani nel Mondiale 1934? Cosa doveva fare Vittorio Pozzo nel ’34 se non allenare la squadra nel miglior modo possibile? La storia la scrive chi ha vinto e lui ha vinto due Mondiali e una Olimpiade, è nettamente il più grande allenatore della nazione. Avrebbe dovuto essere ricordato per sempre, è scandaloso che non abbia uno stadio dedicato a lui. Quindi vuol dire che vuoi farne un fatto politico. Cosa avrebbe dovuto fare, l’eroe? Non può farlo, nessuno lo farebbe. Molto semplice guardarlo adesso ma bisogna guardarlo quando succede. Certo ci sono anche i casi del centravanti della nazionale cilena che si rifiuta di stringere la mano a Pinochet o il ritiro di Carrascosa dall’Argentina: ci sono atleti che si sono opposti e hanno dimostrato più coraggio di altri ma non me la sento di guardare indietro a un atleta che non l’ha fatto».

Cosa rende particolare Berlino 1936? «È la perfezione dell’organizzazione tedesca. I tedeschi organizzano due olimpiadi in un anno perché fanno anche quella invernale, oggi sarebbe impensabile. Tante cose che loro hanno fatto in quelle olimpiadi poi sono diventate il paradigma organizzativo e ispirante di tutte le olimpiadi a seguire. Nessuno aveva mai pensato all’idea di portare la fiaccola dalle rovine dell’antica Grecia fino al luogo dell’Olimpiade. Fu Goebbels che pensò a questo per la prima volta. In più è la prima kermesse mondiale con una finalità di propaganda. L’idea è di Mussolini nel ’34 con il Mondiale però i tedeschi portano tutto a vertici impensabili».

Evento sportivo come propaganda di regime. L’opinione pubblica degli spettatori se ne rendeva conto? «Penso proprio di sì. Anche se poi, nell’analisi storica mi permetto di far notare come i tedeschi siano riusciti ad aggirare l’aspetto propagandistico per come lo percepiamo ex post. Di fatto alla fine gli americani che dovrebbero boicottare non boicottano e realmente quell’olimpiade non è stata mai neanche vagamente boicottata. Eppure i venti di guerra nel ’36 erano più che evidenti, le leggi di Norimberga sono già promulgate. Si riesce ad aggirare il boicottaggio che oggi sarebbe del tutto normale ma all’epoca non l’aveva mai fatto nessuno e, grazie alla perfidia infinita di Goebbels, riescono a far sembrare le cose diverse da quelle che erano».

Federico BuffaQualche altro evento sportivo fra qualche anno ci sembrerà diverso da quello che era? «Sinceramente il Mondiale del ’78 gli argentini cominciano a raccontarselo un po’ diverso. Gli atleti vogliono vincere, vogliono consegnarsi alla storia dello sport. Ti dicono “ma noi non ce ne accorgevamo”, in realtà non volevi accorgertene. Kempes non saluta Videla al momento della premiazione dopo aver vinto il Mondiale, dirà “eh ma c’era un milione di persone”, e poi postumo dirà “no, no, non volevo stringere la mano all’uomo che insaguinava il mio Paese”. Però  sono dette dopo queste cose, non nell’immediatezza».

Poi però i boicottaggi arrivarono per davvero. «Le olimpiadi di Mosca vengono boicottate perché l’Unione Sovietica ha invaso l’Afghanistan nel ’79 e più di 60 nazioni boicottano. Poi il blocco sovietico boicotta Los Angeles 84 e da lì si è compreso che lo sport invece dovrebbe avere un’altra valenza e quindi il comitato olimpico ha gestito le Olimpiadi come un invito alla democratizzazione: alla fine lo sport anche se è corrotto, ed è più che mai corrotto e lo vediamo tutti i giorni, è l’unica forma che abbiamo per ricomporre le frizioni e le frazioni fra gli uomini».

Insomma togliamo di mezzo la retorica dello sport sano e pulito? «Dai non scherziamo, lo sport è corrottissimo, lo è sempre stato ma adesso è arrivato ai punti di rottura. Il doping ha ovviamente inciso tanto, i soldi hanno inciso tanto».

Ma la passione sportiva sopravvive. «Perché comunque gli appassionati amano il gioco e non si fermano, il gioco è attraente, la gente vuole vedere il gesto. Nel ’94 la Fifa obbliga praticamente Maradona a venire a giocare il Mondiale negli Stati Uniti ma poi lo bastona facendo quello che doveva fare e il giorno dopo nel Bangladesh gli studenti non fanno gli esami perché gli hai tolto il giocatore più importante del mondo. Il calcio noi lo vediamo da questo angolo di occidentali che l’hanno sempre avuto ma nel mondo il calcio è l’esperanto del pianeta, lo vedono e lo giocano i monaci in Bhutan. Non lo puoi fermare perché ha un valore che va al di là del fatto che come tutto lo sport è palesemente corrotto».

Berlino 1936 è la storia di Owens, una storia unica che ha uno spazio importante nello spettacolo. Ma quali sono le altre storie di sport che hanno grande potenza? «Ce ne sono quotidianamente, comqe quelle degli atleti portatori di handicap che sono degli eroi. Oppure basta pensare alla passione che le donne persiane hanno per il calcio da vedere e da giocare. E la difficoltà di potersi esprimere. A Udine mi è capitato di vedere una squadra iraniana che giocava col velo, che deve essere anche scomodo, ma non le fermi… e le italiane giocavano in braghe corte. Tutte queste vicende umane dimostrano che il mondo dello sport, che sia corrotto o no, resta il più bel mondo possibile perché le storie di sport con forte connotazione individuale umana sono il motivo per cui siamo qua».

Lo spettacolo “Le Olimpiadi del 1936” è in programma il 31 maggio alle 21 al Pala Costa (biglietti www.ravennafestival.it, intero 20 euro). Federico Buffa sarà ospite lo stesso giorno al negozio Sporty Concept Store, promotore dell’evento organizzato da Ravenna Festival, in via Allende 52 dalle 14.30 alle 15.30 per un momento di incontro. Il pomeriggio proseguirà al bagno QueVida, in via Teseo Guerra 29 a Porto Corsini, ulteriore occasione per dialogare e per condividere racconti di sport.

Intervista tratta dall’edizione 2016 del Ravenna Festival Magazine (edizioni Reclam) rivista ufficiale del Ravenna Festival.

Il mito delle Olimpiadi del 1936 messe in scena da Federico Buffa

Parla l’autore dello spettacolo che racconta le vicende di eroi sportivi come Owens e Kee-chung. Al PalaCosta il 31 maggio.

Buffa OlimpiadiRecitare in uno spettacolo teatrale era l’unica cosa ancora da spuntare nella lista scritta da adolescente con le dieci cose da fare nella vita. C’è riuscito nel 2015 con la messa in scena de “Le Olimpiadi 1936”, spettacolo che vede protagonista anche a Ravenna Federico Buffa, il celebre affabulatore che ha conquistato il pubblico con le sue Storie Mondiali trasmesse da Sky.

Alla vigilia della prima parlava del timore per non essere un attore...
«Troppo gentile con timore, facciamo terrore che è molto più vicino alla realtà».

D’accordo, terrrore. C’è ancora o intanto è diventato un attore?
«Attore non lo posso diventare mai ma il terrore è diluito in timore».

La prima volta a teatro da spettatore andò portato da suo padre…
«Quando sono entrato in scena la prima volta credo di aver provato una sensazione semi irripetibile e ho pensato a mio padre che non c’è più, che è l’uomo che mi ha fatto amare il teatro, e a che emozione sarebbe stata per lui vedermi su un palco. Ma forse non avrei retto io l’idea che lui fosse a guardarmi quindi abbiamo tenuto un contatto di altro tipo. Però sono felice che quello che lui mi ha insegnato ad amare in qualche modo sia entrato nella mia vita».

Lo spettacolo nasce su idea dei registi…
«Mi hanno chiesto se volevo fare qualcosa dopo aver visto un episodio di Storie mondiali e l’idea di Berlino 1936 è mia. È venuta fuori una forma ibrida in cui io sono due personaggi, un narratore che sa tutto e un personaggio esistito, il comandante del villaggio olimpico che verrà destituito e morirà suicida».

Perché il comandante del villaggio?
«Come ha brillantemente detto il regista Emilio Russo il personaggio di Furstner è il personaggio della drammaturgia della sconfitta».

Gli sportivi protagonisti di quella olimpiade si rendevano conto di che significato ci fosse dietro a quell’evento?
«Gli sportivi non sono mai particolarmente lucidi, sono lì per gareggiare. Tranne ovviamente quelli come il koreano della maratona che corre con il nome giapponese: quello si rende conto perché si accorge di quello che succede a casa sua e se non può competere per la sua nazione ma con un nome giapponese per i giapponesi, cioè gli esseri umani che odia di più al mondo, lui è una persona conscia».

Jesse Owens

Dovremmo aspettarci o pretendere che gli sportivi, in generale, siano più lucidi nel modo di comportarsi in certi momenti storici?
«Impossibile rispondere. Cosa dovevano fare i giocatori italiani nel Mondiale 1934? Cosa doveva fare Vittorio Pozzo nel ’34 se non allenare la squadra nel miglior modo possibile? La storia la scrive chi ha vinto e lui ha vinto due Mondiali e una Olimpiade, è nettamente il più grande allenatore della nazione. Avrebbe dovuto essere ricordato per sempre, è scandaloso che non abbia uno stadio dedicato a lui. Quindi vuol dire che vuoi farne un fatto politico. Cosa avrebbe dovuto fare, l’eroe? Non può farlo, nessuno lo farebbe. Molto semplice guardarlo adesso ma bisogna guardarlo quando succede. Certo ci sono anche i casi del centravanti della nazionale cilena che si rifiuta di stringere la mano a Pinochet o il ritiro di Carrascosa dall’Argentina: ci sono atleti che si sono opposti e hanno dimostrato più coraggio di altri ma non me la sento di guardare indietro a un atleta che non l’ha fatto».

Cosa rende particolare Berlino 1936?
«È la perfezione dell’organizzazione tedesca. I tedeschi organizzano due olimpiadi in un anno perché fanno anche quella invernale, oggi sarebbe impensabile. Tante cose che loro hanno fatto in quelle olimpiadi poi sono diventate il paradigma organizzativo e ispirante di tutte le olimpiadi a seguire. Nessuno aveva mai pensato all’idea di portare la fiaccola dalle rovine dell’antica Grecia fino al luogo dell’Olimpiade. Fu Goebbels che pensò a questo per la prima volta. In più è la prima kermesse mondiale con una finalità di propaganda. L’idea è di Mussolini nel ’34 con il Mondiale però i tedeschi portano tutto a vertici impensabili».

Evento sportivo come propaganda di regime. L’opinione pubblica degli spettatori se ne rendeva conto?
«Penso proprio di sì. Anche se poi, nell’analisi storica mi permetto di far notare come i tedeschi siano riusciti ad aggirare l’aspetto propagandistico per come lo percepiamo ex post. Di fatto alla fine gli americani che dovrebbero boicottare non boicottano e realmente quell’olimpiade non è stata mai neanche vagamente boicottata. Eppure i venti di guerra nel ’36 erano più che evidenti, le leggi di Norimberga sono già promulgate. Si riesce ad aggirare il boicottaggio che oggi sarebbe del tutto normale ma all’epoca non l’aveva mai fatto nessuno e, grazie alla perfidia infinita di Goebbels, riescono a far sembrare le cose diverse da quelle che erano».

Federico BuffaQualche altro evento sportivo fra qualche anno ci sembrerà diverso da quello che era?
«Sinceramente il Mondiale del ’78 gli argentini cominciano a raccontarselo un po’ diverso. Gli atleti vogliono vincere, vogliono consegnarsi alla storia dello sport. Ti dicono “ma noi non ce ne accorgevamo”, in realtà non volevi accorgertene. Kempes non saluta Videla al momento della premiazione dopo aver vinto il Mondiale, dirà “eh ma c’era un milione di persone”, e poi postumo dirà “no, no, non volevo stringere la mano all’uomo che insaguinava il mio Paese”. Però  sono dette dopo queste cose, non nell’immediatezza».

Poi però i boicottaggi arrivarono per davvero.
«Le olimpiadi di Mosca vengono boicottate perché l’Unione Sovietica ha invaso l’Afghanistan nel ’79 e più di 60 nazioni boicottano. Poi il blocco sovietico boicotta Los Angeles 84 e da lì si è compreso che lo sport invece dovrebbe avere un’altra valenza e quindi il comitato olimpico ha gestito le Olimpiadi come un invito alla democratizzazione: alla fine lo sport anche se è corrotto, ed è più che mai corrotto e lo vediamo tutti i giorni, è l’unica forma che abbiamo per ricomporre le frizioni e le frazioni fra gli uomini».

Insomma togliamo di mezzo la retorica dello sport sano e pulito?
«Dai non scherziamo, lo sport è corrottissimo, lo è sempre stato ma adesso è arrivato ai punti di rottura. Il doping ha ovviamente inciso tanto, i soldi hanno inciso tanto».

Ma la passione sportiva sopravvive.
«Perché comunque gli appassionati amano il gioco e non si fermano, il gioco è attraente, la gente vuole vedere il gesto. Nel ’94 la Fifa obbliga praticamente Maradona a venire a giocare il Mondiale negli Stati Uniti ma poi lo bastona facendo quello che doveva fare e il giorno dopo nel Bangladesh gli studenti non fanno gli esami perché gli hai tolto il giocatore più importante del mondo. Il calcio noi lo vediamo da questo angolo di occidentali che l’hanno sempre avuto ma nel mondo il calcio è l’esperanto del pianeta, lo vedono e lo giocano i monaci in Bhutan. Non lo puoi fermare perché ha un valore che va al di là del fatto che come tutto lo sport è palesemente corrotto».

Berlino 1936 è la storia di Owens, una storia unica che ha uno spazio importante nello spettacolo. Ma quali sono le altre storie di sport che hanno grande potenza?
«Ce ne sono quotidianamente, comqe quelle degli atleti portatori di handicap che sono degli eroi. Oppure basta pensare alla passione che le donne persiane hanno per il calcio da vedere e da giocare. E la difficoltà di potersi esprimere. A Udine mi è capitato di vedere una squadra iraniana che giocava col velo, che deve essere anche scomodo, ma non le fermi… e le italiane giocavano in braghe corte. Tutte queste vicende umane dimostrano che il mondo dello sport, che sia corrotto o no, resta il più bel mondo possibile perché le storie di sport con forte connotazione individuale umana sono il motivo per cui siamo qua».

Lo spettacolo “Le Olimpiadi del 1936” è in programma il 31 maggio alle 21 al Pala Costa (biglietti www.ravennafestival.it, intero 20 euro). Federico Buffa sarà ospite lo stesso giorno al negozio Sporty Concept Store, promotore dell’evento organizzato da Ravenna Festival, in via Allende 52 dalle 14.30 alle 15.30 per un momento di incontro. Il pomeriggio proseguirà al bagno QueVida, in via Teseo Guerra 29 a Porto Corsini, ulteriore occasione per dialogare e per condividere racconti di sport.

Intervista tratta dall’edizione 2016 del Ravenna Festival Magazine (edizioni Reclam) rivista ufficiale del Ravenna Festival.

Tre anni in bici per il mondo FOTO «Stop in Canada ma resto viaggiatore»

Marco Meini ci racconta i suoi 40mila km in sella. E sabato sera dalla piazza collegamento Skype con l’amico che prosegue

Il contachilometri macinava senza sosta fino a segnare 40mila e nel frattempo il bagaglio caricato sulla bici si riduceva al minimo indispensabile mentre si arricchiva quello dentro l’animo. «Le cose materiali pesano», dice Marco Meini dopo tre anni e tre mesi di viaggio. È partito da Ravenna il 17 febbraio 2013 con Giovanni Gondolini per fare il giro del mondo in sella: unendo Marco a Giovanni è nato il Magio Bike Tour. Rientro previsto nel 2019. Invece a metà impresa il Magio si è diviso a un bivio: Giovanni sta proseguendo da solo e ora è negli Stati Uniti, Marco è rientrato a Ravenna dal Canada per alcuni giorni prima di ritornare nel nord America dove andrà a vivere con Sheena, ragazza canadese di origini filippine conosciuta un anno fa in Vietnam.

Marco è rimasto a casa con la famiglia e gli amici per qualche giorno, per fare scorta di abbracci da portare nel freddo Canada, non solo climaticamente: «In molte parti del mondo gli abbracci non ci sono», ci racconta passando in redazione a trovarci. Un sapore particolare deve averlo avuto quello con i genitori in stazione a Ravenna: «Abbiamo pianto tanto». Anche se la botta emotiva era stata smorzata dalla tecnologia: «Skype è bellissimo ma riduce le distanze e percepisci meno la mancanza».

Balcani, Turchia, Iran, India, Siberia, Australia, Indonesia, Giappone, Canada: questo a grandi linee il percorso fatto finora e raccontato su queste pagine attraverso le loro testimonianze in prima persona (vedi correlati). Per muoversi nessun navigatore ma una mappa cartacea, scelta romantica ma anche pratica: «Quando stendi il foglio ti rendi conto com’è la situazione». In totale, come detto, oltre 40mila km (solo cinque voli aerei per i collegamenti impossibili via terra, una distanza che ha reso necessario l’aquisto di due velocipedi nuovi in Canada). Tragitto ipotizzato alla vigilia e poi deciso giorno dopo giorno tenendo conto di tutte le più impensabili variabili: «Dal maltempo ai problemi burocratici per ottenere un visto sul passaporto, dalla pendenza della strada alla vista panoramica offerta da certi passaggi». Nessuna guida da sfogliare: «Volevamo entrare nei luoghi fidandoci solo dei consigli di altri viaggiatori o delle nostre intuizioni. Poi è capitato molto spesso che ci siamo documentati sui posti dopo averli visitati per capirli meglio»

Ci sono cose che non si imparano da una mappa di carta o da una guida: «La prima cosa che abbiamo imparato è stata non avere paura di cosa c’è là fuori. Siamo partiti facendo quelli spavaldi ma la paura c’era: piantavamo la tenda in punti nascosti e cercavano di fare tutto il possibile per evitare i cosiddetti brutti incontri tanto temuti. Poi al primo deserto in Turkmenistan dove non c’era proprio nessuno abbiamo avuto paura di essere soli e da lì abbiamo cominciato a cercare le persone per avere contatti».

Per rompere il ghiaccio hanno potuto contare sue carte da giocare, la faccia da stranieri e le bici cariche: «Attiravamo la curiosità di molti che ci venivano a chiedere la nostra storia. E così sono nate conoscenze e amicizie, volti di persone del posto o di cicloturisti in viaggio come noi». Ad esempio Aurelio, 44enne brasiliano. Che ha lasciato una moglie e una figlia e si è messo a viaggiare. Oppure l’olandese Jean Pierre. Ma anche la stessa Sheena: «Ci siamo incontrati il 7 febbraio 2015 in un ostello di Hue, lei era con una amica in viaggio. Siamo rimasti in contatto via Facebook e quando siamo arrivati in Canada sono andato a trovarla…».

Nomi e storie che insieme a tante altre accumulate pedalata dopo pedalata riempiono il diario di viaggio tenuto dai due: «Adesso che l’ho provato mi viene da dire che bisognerebbe tenere un diario di tutta la propria vita anche se stai viaggiando, per conservare dei ricordi che altrimenti in testa non puoi tenere. Noi in tre anni anni siamo arrivati a cinque quaderni. Li custodisce un amico comune e di certo una parte finiranno nel libro che Giovanni vuole scrivere a fine viaggio».

Perché Marco non ha dubbi che l’amico completerà l’impresa: restano Sud America e Africa. «Io credo che lui avesse voglia di alzare un po’ l’asticella della sfida con se stesso e provare a fare una parte di viaggio da solo. Tanti di quelli che abbiamo incontrato ci hanno detto che il vero cicloturismo è in solitaria. E se sei solo fai meno paura a chi deve accoglierti. Forse gli ho fatto un regalo a fermarmi… perché andavamo d’accordissimo e nessuno avrebbe mai detto all’altro di dividersi». Il momento clou è stato in un bar di Vancouver con tante lacrime. E partire in tre creando uno Shemagio? «Ci eravamo dati una regola severa: niente donne in viaggio…»

Intanto questa sera, 28 maggio, per dare una spinta morale a Giovanni ci sarà un collegamento via Skype da piazza del Popolo alle 23 dove si ritroveranno diversi amici utilizzando il maxischermo installato per la visione della finale di Champions League in occasione della tre giorni di calcetto. 

L’idea del Magio è nata otto anni fa in occasione di una mini vacanza in bicicletta a Nizza dove Giovanni se ne uscì dicendo che presto avrebbero fatto il giro del mondo: «Mi sono messo a ridere e vedevo che lui restava serio invece – dice Marco -. Allora un po’ alla volta ci siamo decisi, abbiamo messo da parte i soldi e siamo partiti. C’è chi cambia la macchina appena può e noi invece abbiamo conservato i soldi». Obiettivo di budget in viaggio: non spendere più 10 euro al giorno. E finora ci sono riusciti: «Come? Abbiamo dormito molte notti in tenda piantandola nei posti più assurdi. Abbiamo usato ostelli dove c’erano i pidocchi. Abbiamo cucinato sul fornellino facendo la spesa. Abbiamo usato i fiumi per lavarci. In Australia siamo rimasti diversi mesi e abbiamo lavorato. Abbiamo avuto l’ospitalità di tante persone sconosciute». E se fosse passato da Ravenna da viaggiatore, dove si sarebbe accampato: «I parchi pubblici di notte sono chiusi… magari saremmo andati ai Fiumi Uniti o in spiaggia».

Adesso per Marco il viaggio si ferma. Fisicamente ma non nello spirito: «Se per tre anni ti sposti in giro per il mondo in bicicletta succede che il viaggio diventa la tua vita. Adesso ci sarà da tornare a una vita diversa ma vorrei conservare quella voglia di conoscere cose nuove che ho maturato». E ci sarà da lavorare per mettere insieme la cosa che più è mancata a Marco in questi anni: «Una situazione familiare in cui attorno hai gente che ti conosce e sa come scherzare con te».

Polizia: «Furti in casa dimezzati in due anni»

I dati del questore alla vigilia della pensione: nel confronto fra il primo quadrimestre del 2014 e quello del 2016 si è passati da 972 denunce a 533, un calo del 45 percento

Nel confronto tra il primo quadrimestre del 2014 e quello del 2016 si registra un calo del 45 percento nelle denunce per furti in casa raccolte dalla polizia in provincia di Ravenna: da 972 nel 2014 a 796 nel 2015 a 533 quest’anno. È la statistica principale fornita dalla questura in occasione della celebrazione per il 164esimo anniversario della fondazione con una cerimonia che si è svolta in prefettura.

Il questore Mario Mondelli andrà in pensione dal 31 maggio (al suo posto Rosario Eugenio Russo da Rovigo) e traccia un bilancio del triennio passato a Ravenna: «Dall’anno 2014, anno di riferimento delle ultime statistiche pubblicate pochi mesi or sono, sono trascorsi 18 mesi durante i quali è stata potenziata l’attività di controllo del territorio con posti di blocco nei punti nevralgici della provincia ad opera di tutte le forze di polizia, con un calo dei reati nel 2015 del 13,9 percento. Nel 2016 questa strategia operativa è stata ulteriormente affinata individuando sulla base delle analisi di ogni singolo reato le zone e gli orari ove i servizi di controllo risultano più produttivi sia in termini di prevenzione che di percezione della sicurezza da parte dei cittadini. Tanto che nel periodo le persone e i veicoli controllati sono aumentati del 40 percento». Mondelli ritiene che la strada intrapresa sia quella giusta e auspica che la stessa venga seguita anche in futuro.

«Il reddito di cittadinanza proposto da Guerra aiuterebbe 92 disoccupati su 13mila»

L’assessore Morigi (candidata di Sinistra per Ravenna) critica la proposta di Guerra (Cambierà)

«Il provvedimento per un reddito di cittadinanza presentato dalla lista civica Cambierà aiuterebbe 92 persone a fronte di 13mila cittadini in cerca di lavoro». L’assessore al Bilancio Valentina Morigi, candidata alle elezioni di giugno con la lista Sinistra per Ravenna in appoggio al Pd, smonta così la proposta che Michela Guerra ha ribadito in occasione del confronto fra i cinque candidati sindaco organizzato da Ravenna&Dintorni ai giardini pubblici il 26 maggio.

Morigi, calcolatrice alla mano, fa i conti «per un’operazione di chiarezza su questa uscita da campagna elettorale: «Guerra ha aggiunto che destinerà a questo provvedimento lo 0,5 percento del bilancio comunale che, al netto delle spese a specifica destinazione e della posta Tari e al netto delle spese per il personale, ammonta a circa 100 milioni di euro. Lo 0,5 percento corrisponde quindi a circa 500mila euro. Se il reddito di cittadinanza, per ipotesi, corrispondesse all’assegno sociale cioè circa 450 euro, i ravennati che potrebbero beneficiare di questa misura sarebbero 92. Gli iscritti alle liste di collocamento del Centro per l’Impiego, nel solo Comune di Ravenna, sono più di 13mila».

L’assessore uscente, entrata nella squadra di Matteucci in quota Sel, conclude il suo ragionamento: «In mancanza di un provvedimento nazionale, la Regione Emilia Romagna si sta facendo carico di studiare misure come il Reddito Sociale e il Servizio di Inclusione Attiva e il Comune di Ravenna, usando risorse dei Piani di Zona, ogni anno eroga contributi straordinario e limitati nel tempo, a favore dei lavoratori colpiti dalla crisi. Fuori dalla demagogia della campagna elettorale, Sinistra per Ravenna propone la conferma delle misure di redistribizione attraverso la fiscalità locale e la riconferma dei fondi dedicati al sociale e al welfare, per aiutare i cittadini, le cittadine e le famiglie meno abbienti in maniera concreta e reale».

Confronto allo Chalet/2: chi sogna il Guggenheim e chi una tangenziale

Le foto della serata R&D, le idee e i progetti dei candidati sindaco
C’è spazio per Tallin, reddito di cittadinanza, cessione di Sapir e altro

Tra gli obiettivi della serata allo Chalet dei giardini pubblici – ultimo confronto pubblico tra i cinque candidati a sindaco per le elezioni di giugno, organizzato dalla nostra redazione – c’era, naturalmente, quello di far emergere il più possibile le idee e i progetti dei singoli candidati. E la loro visione di futuro.

Se nel primo articolo (che trovate nei correlati) vi abbiamo raccontato le scintille e le accuse reciproche sul piano politico, qui cerchiamo per ognuno di estrapolare quelli che ci sono sembrati gli spunti più interessanti emersi soprattutto dalle domande riguardo ai progetti da importare o copiare da altre città, il segno da lasciare dopo cinque anni, i primi atti concreti che possano segnare la svolta. Ma abbiamo anche chiesto, scegliendo temi su cui il sindaco ha diretta competenza, cosa vogliono fare dell’ex Dogana in testata Darsena, cosa fare delle auto in centro, il destino della Sapir e anche cosa salverebbero e cosa manterrebbero di quanto fatto da Matteucci. Per ognuno di loro vi raccontiamo cosa più ci ha colpiti e convinti. L’ordine è quello in cui erano disposti, lo stesso in cui i loro nomi appariranno sulla scheda elettorale (dal link in fondo alla pagina potete scaricare il pdf con il profilo personale di ognuno utilizzato per la presentazione a inizio serata).

Michele de Pascale
Cosa importare da fuori Ravenna? De Pascale vola altissimo: il Guggheneim di Bilbao, che potrebbe poi essere quel segno nel nome della bellezza e guardando al futuro che si potrebbe lasciare ai posteri, fa capire. Comunque un’opera architettonica coraggiosa e figlia dei nostri tempi che possa rappresentarci anche tra duecento anni (in questo ricorda moltissimo il Matteucci di dieci anni fa che però non riuscì nell’impresa, causa anche la crisi). E poi vorrebbe importare anche il modello di promozione turistica del Trentino. Del resto si sa, ed è venuto fuori a più riprese nella serata: il turismo è una delle grandi leve economiche su cui il candidato di centrosinistra vuole puntare, senza tuttavia dimenticare gli altri settori economici come chimica, industria e anche agricoltura. Il primo atto concreto sarà togliere i servizi sociali all’Asp e riportarli all’interno del Comune, mentre la raccolta rifiuti sarà affidata tramite bando di gara europeo; Hera ha commesso un errore grave ma non va messo in discussione l’impianto generale societario che per anni ha garantito un buon servizio. Un concorso per la dirigenza della Biblioteca Classense che potrebbe in qualche modo far nascere un polo con l’Oriani, mentre Mar e RavennAntica possono collaborare sull’altro fronte, con l’idea di convincere lo Stato a cedere la gestione dei suoi beni (compresi siti come il mausoleo di Teodorico, il Battistero degli Ariani e Sant’Apollinare in Classe). Un’idea non nuovissima che non si è mai concretizzata, come non nuovissima è quella di un parcheggio nell’ex Caserma di cui si parla da tempo. E, ancora in linea con la tradizione del passato, non fa alcun nome degli assessori che saranno in giunta con lui perché dovranno unire competenza anche a rappresentanza. In termini più semplici, che lui non ha usato, si potrebbe dire che bisognerà aspettare come andranno le liste in appoggio e quanto potranno reclamare un ruolo e anche, chissà, come andranno alcune candidatura dentro la stessa lista Pd. Rispetto al passato, cerca di assicurare discontinuità oltre che sul turismo anche e soprattutto sul fronte del porto e delle infrastrutture dove dice un sindaco deve saper mostrare anche un po’ di “ignoranza romagnola” per ottenere risultati, quella che più elegantemente si potrebbe definire un esercizio di moral suasion maggiore di quanto non è stato fatto. Sapir, come del resto già nell’aria da tempo, sarà scorporata e non svenduta con l’idea di rendere la parte terminalistica privata e quella invece immobiliare dei terreni completamente pubblica. Molti l’hanno visto come il vincitore in una serata in cui ha rispettato i tempi, dato risposte precise e circostanziate e (vedi articolo correlato) anche attaccato. Certo continuano a pesare i due macigni Hera e porto su cui gli avversari hanno gioco facile.

Michela Guerra
Della sua inesperienza politica ne fa un vanto, ma certo è che rispetto alle prime uscite pubbliche quel po’ di esperienza acquisita la rende più disinvolta anche se sembra quella che più soffre i tempi ristretti del modello di confronto. Da altre città vorrebbe importare la mobilità ciclabile di Amsterdram e il modello di raccolta dei rifiuti di Parma. E su questo fronte non manca di attaccare più volte de Pascale e il Pd: «È stata tutta una guerra interna al Pd, dove alla fine hanno vinto i soliti, quelli di Ciclat…». Le aree di Sapir da vendere ad Autorità portuale, che con gli affitti sborsati in questi anni avrebbe già potuto comprarsele e Ztr (zone a traffico rallentato) per il centro e per modificare la mobilità cittadina. Di Matteucci salva la reintroduzione dei comitati cittadini ma è lei quella che ricorda un altro momento decisamente poco glorioso dell’era Matteucci: il buco del Consorzio per i servizi sociali. Trasparenza e competenza sono state come sempre parole cardine del suo discorso. Ha spiccato, nella domanda più generale sul lavoro con cui si è aperta la serata, il passaggio sulla necessità di rivedere orari e servizi per i bambini per facilitare le madri lavoratrici, un dettaglio forse, ma che rende conto dell’attenzione che Guerra ha sempre detto di voler dedicare al tema della maternità e dell’infanzia (in un’ottica però che non ha nulla a che fare con family day o simili). Infine, non poteva mancare da parte sua la sottolineatura del progetto di trasformazione della zona stazione in testata Candiano da poco presentato, in quel contesto l’ex Dogana dovrebbe diventare un punto informativo per i turisti in arrivo. In caso di elezione il primo atto concreto che segnerà la svolta sarà l’introduzione del reddito di cittadinanza comunale per cui basterebbe lo 0,5 percento del bilancio comunale.

Maurizio Bucci
Come sempre il più divertente, il più trascinante, anche ieri sera non ha perso occasione di mostrare la passione che mette nell’impresa della Pigna. Come sempre ha colto ogni singola occasione possibile per ribadire due o tre concetti chiave della campagna, a discapito talvolta della precisione e pertinenza delle risposte: la città è in ginocchio, ha mille potenzialità inespresse per una cappa e un sistema di potere che vuole solo mantenere se stesso attraverso un poltronificio e un sistema alla “compagnopoli” (in particolare sulla cultura) fatto di favori e raccomandazioni. L’esempio lampante? Naturalmente Hera e il porto dove non si è stati capaci di scavare nonostante ci fossero già le risorse a disposizioni, lasciando immobilizzati milioni di euro che avrebbero invece dato ossigeno all’economia. Ecco perché, per ridare slancio e respiro alla città, La Pigna propone la vendita di gran parte delle partecipate del comune, a cominciare da Hera e Sapir (simbolo perfetto del conflitto di interessi che secondo Bucci blocca Ravenna), lo scioglimento di Ravenna Holding per ottenere risorse da investire per rilanciare l’economia in città, a partire dalla Darsena. Cosa fare esattamente dell’ex Dogana non sembra interessargli, perché il suo progetto è appunto più ampio e articolato e prevede l’immissione di ingenti capitali pubblici. A Matteucci? Riconosce solo l’onestà. Tutto il resto è da azzerare e ricostruire. Da fuori? Non c’è bisogno di guardare altrove perché basterebbe ridare vita ai capanni da pesca in chiave turistica. Tra le prime cose a cui metterà mano anche i servizi sociali e il sostegno per chi è più in difficoltà. E per il traffico, quattro parcheggi nei quattro punti cardinali. Anche lui, tra i primi atti mette però i servizi sociali con i progetti innovativi pensati per le nuove povertà e le famiglie.

Massimiliano Alberghini
Almeno una delle uscite più brillanti della serata è stata sua. Alla domanda infatti su un progetto da copiare da un’altra città ha risposto: «Non c’è bisogno di andar lontano e non è molto originale, ma sogno per Ravenna un’opera come una tangenziale; non si capisce perché tutte le città vicine siano riuscite a realizzarla e non noi». Ha poi però aggiunto anche un modello di Darsena: quello di Valencia. Sotto attacco da più parti (oltre a De Pascale e Bucci, anche la Guerra non ha risparmiato critiche in particolare alla Lega), Alberghini ha ribadito la necessità di agevolare la vita delle imprese. Come Bucci, di Matteucci salverebbe solo l’onestà: «Passerà alla storia per la più grande moschea del nord Europa». Ha trovato lo spazio per un paio di passaggi sul tema sicurezza e immigrazione incoraggiato da una claque particolarmente attiva nel far sentire il proprio sostegno. Nel repertorio c’è stato posto anche per «Se essere razzista significa chiedere che chi viene qui rispetti i nostri usi e costumi, allora sono razzista». E mentre attende dimissioni dei responsabili del Pd da Hera, spiega che i rifiuti vanno raccolti con una società in house, per il traffico va rivista la viabilità prevedendo che alcune strade delle Ztl siano fruibili in certi orari. Alla domanda su cosa fare dell’ex dogana una volta spostati i vigili non risponde, ma incalzato da de Pascale, spiega di apprezzare il progetto di spostamento della stazione dell’architetto Daniele Vistoli (che fu peraltro presentato e proposto da Cna nel 2013) a Fornace Zarattini. La città che vorrebbe lasciare nel 2016? Più sicura, certamente. E che si occupi maggiormente della famiglia. Ma anche una città più trasparente.

Raffaella Sutter
Come sempre quella più fuori dagli schemi, l’unica a non usare la replica, lontana da polemiche, l’unica a non chiedere dimissioni di nessuno, concentrata piuttosto a spiegare i propri progetti e la propria visione che è quella di una sinistra che guarda con attenzione a cosa accade nel resto d’Europa, senza tentazioni passatiste o conservatrici. Un esempio su tutti: il progetto da importare per Sutter è quello sulla mobilità pubblica gratuita di Tallin. E il primo atto concreto e simbolico saranno le audizioni pubbliche per le nomine trasparenti dirigenziali che spettano al sindaco così come chiede il portale “saichivoti”, una grande campagna online che chiede ai candidati sindaci una serie di impegni in tema di anticorruzione. Una curiosità: Sutter è l’unica tra i candidati ravennati che ha aderito (solo a Bologna, per esempio, sono sei di ogni colore politico). Della giunta Matteucci salva le politiche di genere attuate dalla casa delle donne alle modalità del dibattito attuate, mentre la prima cosa che vorrebbe azzerare è quel binomio “sicurezza e immigrazione” che sono state le deleghe di un unico assessore. I rifiuti? In house con una struttura più ampia di quella comunale, sul modello di Romagna Acque, ma non in conseguenza del guaio con Hera, piuttosto perché vanno considerati beni comuni così come l’acqua. Nella Dogana dell’ex Darsena sogna un “Mast” ravennate sul modello di quello bolognese, dedicato alla fotografia con una particolare attenzione alla fotografia industriale. E per i ruoli apice della cultura cittadina vuole concorsi internazionali che riescano a “sprovincializzare” il sistema. È quella che pone di più l’accento sul tema del precariato come condizione da combattere da parte del Comune, in primis nel ruolo di datore di lavoro.

Confronto allo Chalet/1: scintille tra i candidati davanti a centinaia di ravennati

Preso di mira da Alberghini, Bucci e Guerra, De Pascale (Pd) attacca il
candidato del centrodestra e pungola la Sutter: «Noi come la Lega?»  

Temi, progetti, spunti, visioni e anche qualche attacco inedito davanti a un pubblico di centinaia di persone. La serata organizzata dalla nostra redazione ai giardini pubblici, l’ultimo incontro a cinque tra i candidati in questa campagna elettorale che segnerà la fine dell’era Mattuecci, si è rivelato un momento particolarmente vivace.

L’impianto della serata prevedeva alcune domande di approccio generale (come le politiche per il lavoro, la partecipazione diretta dei cittadini, una valutazione del mandato di Matteucci), altre molto specifiche su questioni concrete su cui il Primo cittadino dovrà intervenire e avrà titolo per intervenire nei prossimi anni, la possibilità per ognuno di replicare (per l’ultima volta?) alle critiche più frequenti che sono state loro rivolte in questi mesi e anche un momento in cui si sono potuti fare domande incrociate tra loro. Il tutto per due ore esatte davanti a una platea appunto molto numerosa.

Come sempre e come inevitabile, il bersaglio comune di quattro dei cinque candidati è principalmente uno: Michele de Pascale, segretario del Pd, l’uomo della coalizione di centrosinistra. Ieri sera in particolare è stato attaccato da Michela Guerra (Cambierà), Maurizio Bucci (La Pigna) e Massimiliano Alberghini (centrodestra), tutti a ribadire come lui non possa rappresentare il cambiamento e sia stato parte in causa per esempio nella fallimentare vicenda dello sviluppo del porto di Ravenna, essendo lui segretario del partito che ha governato la città negli ultimi anni. Una critica naturalmente mossa anche da noi e a cui De Pascale ha risposto ribadendo che vanno valutate le sue proposte per il futuro più di quanto fatto da altri in passato e ammettendo le carenze che peraltro Matteucci stesso in parte si riconosce. Ma, rispetto agli avversari, invece di incassare senza replicare – la strada che aveva scelto fino ad ora – De Pascale ha usato un minuto per replicare in particolare ad Alberghini con un affondo sulla mancanza di proposte concrete dell’avversario (in effetti a un paio di domande piuttosto puntuali il candidato del centrodestra aveva preferito rispondere in modo piuttosto generico) e sui modi dei suoi sostenitori, che de Pascale accusa di essere gli unici a interrompere gli avversari mentre parlano durante i dibattiti. Cosa che ieri sera è stata per la verità piuttosto contenuta data anche l’amplissima platea presente con sostenitori di ognuno dei cinque candidati ma anche tante persone, lettori, che avevano aspettato proprio il confronto organizzato da un giornale per vedere i candidati a confronto. E il confronto c’è stato anche tra “vicini” con il momento della domanda incrociata. Se a Guerra è toccata la fortuna in cui tutti speravano, e cioè di poter fare una domanda a de Pascale (ovviamente sulla continuità del potere e sulle responsabilità sul passato), Sutter ha interrogato Guerra sui rom dandole l’occasione di chiarire la sua posizione su un tema rispetto al quale il Movimento 5 Stelle è sempre stato un po’ ambiguo: l’immigrazione. E qui Guerra si è dimostrata sicuramente più vicina alle posizioni di sinistra e di Sutter che di Alberghini e della Lega. Alberghini che ha invece dovuto vedersela con Bucci in uno scambio incrociato che ha dato occasione a Bucci di sfoggiare in libertà tutta la sua verve, la capacità comunicativa, la presenza scenica che tutti gli riconoscono e di rivendicare la scelta di correre da

solo, lontano dai condizionamenti dei partiti, con 32 persone (i candidati consiglieri) che credono in un progetto per risollevare una città secondo lui «in ginocchio». Alberghini ha invece avuto occasione, con meno verve ma altrettanta determinazione, di rimarcare la sua libertà e indipendenza rispetto ai partiti che lo sostengono (Lega Nord, Lista per Ravenna, Forza Italia e Fratelli d’Italia), mettendo in luce quanto invece sia positivo avere per la prima volta a Ravenna un centrodestra compatto che può rappresentare la vera e unica alternativa al Pd. Particolarmente pungente anche l’incrocio a sinistra dove de Pascale ha avuto l’occasione di chiedere a Sutter se lei personalmente, in caso di ballottaggio, non vedesse differenze tra cui scegliere tra la coalizione da lui guidata e quella guidata da Alberghini. Ma Sutter non si è sbilanciata: al ballottaggio ci saremo noi, ha anzi detto, e nel caso non dovessimo esserci, libertà di coscienza per tutti e anche per me.

(1 – segue)

Confronto allo Chalet/1: scintille tra i candidati davanti a centinaia di ravennati

Preso di mira da Alberghini, Bucci e Guerra, De Pascale (Pd) attacca il candidato del centrodestra e pungola la Sutter: «Noi come la Lega?»  

Temi, progetti, spunti, visioni e anche qualche attacco inedito davanti a un pubblico di centinaia di persone. La serata organizzata dalla nostra redazione ai giardini pubblici, l’ultimo incontro a cinque tra i candidati in questa campagna elettorale che segnerà la fine dell’era Mattuecci, si è rivelato un momento particolarmente vivace.

L’impianto della serata prevedeva alcune domande di approccio generale (come le politiche per il lavoro, la partecipazione diretta dei cittadini, una valutazione del mandato di Matteucci), altre molto specifiche su questioni concrete su cui il Primo cittadino dovrà intervenire e avrà titolo per intervenire nei prossimi anni, la possibilità per ognuno di replicare (per l’ultima volta?) alle critiche più frequenti che sono state loro rivolte in questi mesi e anche un momento in cui si sono potuti fare domande incrociate tra loro. Il tutto per due ore esatte davanti a una platea appunto molto numerosa.

Come sempre e come inevitabile, il bersaglio comune di quattro dei cinque candidati è principalmente uno: Michele de Pascale, segretario del Pd, l’uomo della coalizione di centrosinistra. Ieri sera in particolare è stato attaccato da Michela Guerra (Cambierà), Maurizio Bucci (La Pigna) e Massimiliano Alberghini (centrodestra), tutti a ribadire come lui non possa rappresentare il cambiamento e sia stato parte in causa per esempio nella fallimentare vicenda dello sviluppo del porto di Ravenna, essendo lui segretario del partito che ha governato la città negli ultimi anni. Una critica naturalmente mossa anche da noi e a cui De Pascale ha risposto ribadendo che vanno valutate le sue proposte per il futuro più di quanto fatto da altri in passato e ammettendo le carenze che peraltro Matteucci stesso in parte si riconosce. Ma, rispetto agli avversari, invece di incassare senza replicare – la strada che aveva scelto fino ad ora – De Pascale ha usato un minuto per replicare in particolare ad Alberghini con un affondo sulla mancanza di proposte concrete dell’avversario (in effetti a un paio di domande piuttosto puntuali il candidato del centrodestra aveva preferito rispondere in modo piuttosto generico) e sui modi dei suoi sostenitori, che de Pascale accusa di essere gli unici a interrompere gli avversari mentre parlano durante i dibattiti. Cosa che ieri sera è stata per la verità piuttosto contenuta data anche l’amplissima platea presente con sostenitori di ognuno dei cinque candidati ma anche tante persone, lettori, che avevano aspettato proprio il confronto organizzato da un giornale per vedere i candidati a confronto. E il confronto c’è stato anche tra “vicini” con il momento della domanda incrociata. Se a Guerra è toccata la fortuna in cui tutti speravano, e cioè di poter fare una domanda a de Pascale (ovviamente sulla continuità del potere e sulle responsabilità sul passato), Sutter ha interrogato Guerra sui rom dandole l’occasione di chiarire la sua posizione su un tema rispetto al quale il Movimento 5 Stelle è sempre stato un po’ ambiguo: l’immigrazione. E qui Guerra si è dimostrata sicuramente più vicina alle posizioni di sinistra e di Sutter che di Alberghini e della Lega. Alberghini che ha invece dovuto vedersela con Bucci in uno scambio incrociato che ha dato occasione a Bucci di sfoggiare in libertà tutta la sua verve, la capacità comunicativa, la presenza scenica che tutti gli riconoscono e di rivendicare la scelta di correre da

solo, lontano dai condizionamenti dei partiti, con 32 persone (i candidati consiglieri) che credono in un progetto per risollevare una città secondo lui «in ginocchio». Alberghini ha invece avuto occasione, con meno verve ma altrettanta determinazione, di rimarcare la sua libertà e indipendenza rispetto ai partiti che lo sostengono (Lega Nord, Lista per Ravenna, Forza Italia e Fratelli d’Italia), mettendo in luce quanto invece sia positivo avere per la prima volta a Ravenna un centrodestra compatto che può rappresentare la vera e unica alternativa al Pd. Particolarmente pungente anche l’incrocio a sinistra dove de Pascale ha avuto l’occasione di chiedere a Sutter se lei personalmente, in caso di ballottaggio, non vedesse differenze tra cui scegliere tra la coalizione da lui guidata e quella guidata da Alberghini. Ma Sutter non si è sbilanciata: al ballottaggio ci saremo noi, ha anzi detto, e nel caso non dovessimo esserci, libertà di coscienza per tutti e anche per me.

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Discoteche: il gruppo del Pineta rilancia il mitico Sesto Senso del Garda

Il locale riaprirà vicino a Desenzano, dopo l’incendio del 2008

Il gruppo Pineta di Milano Marittima, capitanato dal general manager Marco Amadori e dal co-proprietario Patrick Dallamano (industriale del settore tessile), ha dato vita a una nuova sfida imprenditoriale, riconsegnando al mondo dell’entertainment notturno – dopo otto anni di oblìo – uno dei suoi simboli più celebri: il Sesto Senso.

A fine giugno (data ufficiosa il 25), infatti, sulle eleganti colline di Lonato, in provincia di Brescia, riaprirà la celebre discoteca che, per tanti anni, ha scandito le notti patinate del Garda: «È un’operazione imprenditoriale estremamente onerosa e complessa ma, per questo, molto stimolante – spiega il general manager del Pineta Marco Amadori – il Sesto Senso, per l’importanza del suo brand e per i suoi prestigiosi trascorsi, è sempre stata una delle più importanti discoteche d’Europa».

«L’attesa, nell’area del Lombardo-Veneto, è altissima – aggiunge Patrick Dallamano – perché questo territorio, che vanta strutture ricettive all’avanguardia, ha davvero bisogno di riavere una discoteca elegante per un target elevato. Dopo aver acquisito il marchio ‘Sesto Senso’, avremmo voluto riaprirlo nella location originaria di Desenzano ma, dopo aver richiesto tutte le autorizzazioni, sono emerse alcune problematiche che ci hanno indotto a cambiare i nostri piani. Da qui l’idea di puntare su Lonato, nei locali che hanno ospitato negli ultimi anni il Fura-No Name, in una zona poco distante da Desenzano e comunque geograficamente strategica per tutta l’area del nord-est».

Alla consolle del Sesto Senso – la cui gloriosa storia s’interruppe nel 2008 dopo un incendio doloso – lo staff del Pineta che, sotto la supervisione di Marco Amadori, riproporrà lo stesso format “luxury-hall” che, negli anni, ha reso celebre nel mondo la discoteca di Milano Marittima.

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