giovedì
07 Maggio 2026

I canestri improbabili finiscono in mostra

Fino al 15 aprile “Impossiblebasket” a Bonobolabo

Canestri usurati o rotti, magari in posti improbabili, spesso montati da parenti poco pratici dello sport, canestri sbagliati e ingiocabili che nel tempo sono diventati solo ornamentali. Di questo parla Impossiblebasket, una raccolta di foto amatoriali – postate da diverse persone che hanno raccolto la sfida di Nicola “Rospo” Bustacchini su Instagram – che diventa una mostra visitabile nello spazio Bonobolabo di Ravenna (via Centofanti) dal 2 al 15 aprile (inaugurazione sabato 2 dalle 16) in collaborazione con Basket Ravenna e nell’ambito del calendario di eventi per Ravenna Città europea dello sport 2016.


«Il progetto nasce dalla mia passione per questo sport, soprattutto quando praticato in strada nei cosiddetti playground – dice Bustacchini –. Ho sempre subito il fascino dei luoghi dinamicamente immobili come skatepark, neve immacolata, onde senza nessuno in acqua e, appunto, i campetti da basket. Luoghi fermi e deserti che però spingono la mente a riempirli, immaginandoli usati per i loro scopi».

I canestri improbabili finiscono in mostra

Fino al 15 aprile “Impossiblebasket” a Bonobolabo

Canestri usurati o rotti, magari in posti improbabili, spesso montati da parenti poco pratici dello sport, canestri sbagliati e ingiocabili che nel tempo sono diventati solo ornamentali. Di questo parla Impossiblebasket, una raccolta di foto amatoriali – postate da diverse persone che hanno raccolto la sfida di Nicola “Rospo” Bustacchini su Instagram – che diventa una mostra visitabile nello spazio Bonobolabo di Ravenna (via Centofanti) dal 2 al 15 aprile (inaugurazione sabato 2 dalle 16) in collaborazione con Basket Ravenna e nell’ambito del calendario di eventi per Ravenna Città europea dello sport 2016.


«Il progetto nasce dalla mia passione per questo sport, soprattutto quando praticato in strada nei cosiddetti playground – dice Bustacchini –. Ho sempre subito il fascino dei luoghi dinamicamente immobili come skatepark, neve immacolata, onde senza nessuno in acqua e, appunto, i campetti da basket. Luoghi fermi e deserti che però spingono la mente a riempirli, immaginandoli usati per i loro scopi».

In sette anni hanno chiuso oltre 2.500 imprese del commercio e del turismo

L’allarme di Confesercenti, che presenta ai candidati a sindaco
le proprie proposte per salvare i piccoli negozi, bar e ristoranti

Negli ultimi sette anni, fino al 31 dicembre scorso, in provincia di Ravenna hanno cessato la loro attività 1.843 imprese del commercio e 675 imprese del turismo. Anche nei primi due mesi di quest’anno il saldo (tra aperture e chiusure) è stato negativo di 8 imprese nel commercio e 9 nel turismo (complessivamente in provincia il saldo è stato di -51 nel primo bimestre 2016 nelle imprese del commercio al dettaglio, che complessivamente sono 3.384). Sono i dati dell’osservatorio della Confesercenti, riportati dal presidente comunale Gianluca Gasperoni che accusa anche la politica locale di essere rimasta praticamente indifferente di fronte a quella che definisce come una «ecatombe».

«I negozi, i bar, i ristoranti – commenta Gasperoni – sono più di altri importanti perché definiscono l’anima di una città, il suo volto più vero, il tratto distintivo che si porta a casa il turista. Se questo è vero dovrebbe interessare a chi si propone di governare la città». E per questo motivo Confesercenti presenterà le proprie proposte il 9 maggio ai candidati a sindaco. Tra queste, la richiesta per le imprese del commercio e del turismo di una «forte riduzione fiscale per Imu, tasse dei rifiuti e Tasi», quella di «sgravi nel forese per chi apre nuove attività commerciali», quella di «dar vita finalmente a un consorzio di commercianti del centro storico», quella di «investire su eventi di qualità che portino turisti e visitatori da fuori città» e infine la richiesta di bloccare autorizzazioni per nuovi centri commerciali.

«Come diceva qualche anno fa l’economista Sapelli – conclude Gasperoni – salvare i piccoli negozi è un problema politico».

In sette anni hanno chiuso oltre 2.500 imprese del commercio e del turismo

L’allarme di Confesercenti, che presenta ai candidati a sindaco le proprie proposte per salvare i piccoli negozi, bar e ristoranti

Negli ultimi sette anni, fino al 31 dicembre scorso, in provincia di Ravenna hanno cessato la loro attività 1.843 imprese del commercio e 675 imprese del turismo. Anche nei primi due mesi di quest’anno il saldo (tra aperture e chiusure) è stato negativo di 8 imprese nel commercio e 9 nel turismo (complessivamente in provincia il saldo è stato di -51 nel primo bimestre 2016 nelle imprese del commercio al dettaglio, che complessivamente sono 3.384). Sono i dati dell’osservatorio della Confesercenti, riportati dal presidente comunale Gianluca Gasperoni che accusa anche la politica locale di essere rimasta praticamente indifferente di fronte a quella che definisce come una «ecatombe».

«I negozi, i bar, i ristoranti – commenta Gasperoni – sono più di altri importanti perché definiscono l’anima di una città, il suo volto più vero, il tratto distintivo che si porta a casa il turista. Se questo è vero dovrebbe interessare a chi si propone di governare la città». E per questo motivo Confesercenti presenterà le proprie proposte il 9 maggio ai candidati a sindaco. Tra queste, la richiesta per le imprese del commercio e del turismo di una «forte riduzione fiscale per Imu, tasse dei rifiuti e Tasi», quella di «sgravi nel forese per chi apre nuove attività commerciali», quella di «dar vita finalmente a un consorzio di commercianti del centro storico», quella di «investire su eventi di qualità che portino turisti e visitatori da fuori città» e infine la richiesta di bloccare autorizzazioni per nuovi centri commerciali.

«Come diceva qualche anno fa l’economista Sapelli – conclude Gasperoni – salvare i piccoli negozi è un problema politico».

È tornato in ufficio l’ispettore del lavoro arrestato per assenteismo

Insieme a un superiore deve rispondere anche di corruzione per avere passato informazioni su controlli in cambio di regalie

Arrestato per assenteismo, non appena tornato libero, è ritornato al lavoro. Protagonista è il 44enne M.S., impiegato all’ispettorato del Lavoro di Ravenna che fu arrestato dai carabinieri il 10 dicembre scorso assieme a un suo superiore, il funzionario 60enne Gianfranco Ferrara.

I due – citiamo testualmente un’agenzia dell’Ansa – oltre che di truffa legata a uso improprio del loro badge (vengono contestati giri in bici, passaggi dall’estetista, meccanico, dentista o al mare) devono rispondere anche di corruzione per avere passato informazioni su controlli in cambio di regalie.

M.S., una volta scarcerato, era andato ai domiciliari: martedì la liberazione con obbligo di firma. E mercoledì mattina si è presentato al lavoro.

L’inchiesta vede in totale 8 indagati già avvisati tra cui 5 imprenditori e la direttrice dell’ispettorato ravennate. Per l’eventuale uso improprio del badge, la Procura ha iniziato verifiche pure su una decina di altri dipendenti dei 50 dell’ispettorato ravennate.

Chiude Micron Mineral: firmato l’accordo per il futuro dei 21 dipendenti licenziati

E la Cgil lancia l’appello anche ai candidati a sindaco di Ravenna:
«Costruzioni in crisi, serve un impegno diverso della politica»

In questi giorni nella sede di Confindustria di Ravenna è stato raggiunto un accordo sulla mobilità dei lavoratori della Micron Mineral. Si tratta di un’azienda del settore cemento che ha deciso di chiudere il proprio stabilimento di via Classicana, con il conseguente licenziamento di tutti i 21 lavoratori. L’azienda si è insediata a Ravenna nel 2003 ed è stata rilevata dal gruppo Holcim nel 2008, gruppo che ha altri stabilimenti nel nord Italia e che fa parte della multinazionale leader mondiale nel settore cemento Lafarge.

Dopo tre incontri di trattativa tra la proprietà, le organizzazioni sindacali di categoria e le rappresentanze sindacali – e dopo che l’assemblea dei lavoratori aveva accettato a larga maggioranza l’ipotesi di accordo – si è proceduto alla firma. L’accordo prevede il licenziamento di tutti i 21 dipendenti al 7 maggio con una serie di misure di accompagnamento al personale, al fine di ridurre l’impatto sociale dello chiusura dello stabilimento e della conseguente perdita di lavoro dei dipendenti in forza. Si prevedono una serie di percorsi per facilitare la ricollocazione dei lavoratori, «tra questi – spiegano i sindacati in una nota – un servizio di outplacement per la durata di 12 mesi, la segnalazione dei curricula agli altri stabilimenti del Gruppo sia in Italia che all’estero, l’allungamento del diritto di precedenza nelle assunzioni, se l’azienda dovesse riprendere l’attività a 24 mesi, e infine un incentivo all’esodo per singolo lavoratore superiore a 30.000 euro. Oltre a quanto previsto nell’accordo procederanno i lavori del tavolo di crisi costituito nel Comune di Ravenna per ricollocare i lavoratori nelle aziende del territorio».

«Quando chiude un’azienda e si perdono dei posti di lavoro non si può mai esultare – dichiara Davide Conti, segretario generale della Fillea Cgil di Ravenna -. In questa trattativa pensiamo comunque di aver raggiunto un accordo soddisfacente che dà delle risposte ai lavoratori in termini economici e di prospettiva per la ricollocazione, come dimostra anche l’ampio consenso ottenuto dall’assemblea. Il nostro obiettivo primario era, però, impedire la chiusura e dare una prospettiva di rilancio alla produzione nello stabilimento di Ravenna ma, anche a causa della attuale normativa e politica del Governo, non è stato possibile. Ora deve proseguire l’impegno al tavolo di crisi per rioccupare tutti i lavoratori della Micron Mineral nel territorio. Certamente rimane aperto il grande problema della crisi del settore delle costruzioni nel nostro territorio. Ad oggi non si vede nessun segnale di ripresa e anzi ci giungono segnali di probabili e possibili ulteriori chiusure. La nostra provincia e in particolare il comune di Ravenna non può più permetterselo e pertanto è indispensabile un forte impegno della politica e delle istituzioni per invertire la tendenza; su questo chi si candida a governare la città dovrebbe presentare un piano credibile e sostenibile che oggi non si vede».

Chiude Micron Mineral: firmato l’accordo per il futuro dei 21 dipendenti licenziati

E la Cgil lancia l’appello anche ai candidati a sindaco di Ravenna:
«Costruzioni in crisi, serve un impegno diverso della politica»

In questi giorni nella sede di Confindustria di Ravenna è stato raggiunto un accordo sulla mobilità dei lavoratori della Micron Mineral. Si tratta di un’azienda del settore cemento che ha deciso di chiudere il proprio stabilimento di via Classicana, con il conseguente licenziamento di tutti i 21 lavoratori. L’azienda si è insediata a Ravenna nel 2003 ed è stata rilevata dal gruppo Holcim nel 2008, gruppo che ha altri stabilimenti nel nord Italia e che fa parte della multinazionale leader mondiale nel settore cemento Lafarge.

Dopo tre incontri di trattativa tra la proprietà, le organizzazioni sindacali di categoria e le rappresentanze sindacali – e dopo che l’assemblea dei lavoratori aveva accettato a larga maggioranza l’ipotesi di accordo – si è proceduto alla firma. L’accordo prevede il licenziamento di tutti i 21 dipendenti al 7 maggio con una serie di misure di accompagnamento al personale, al fine di ridurre l’impatto sociale dello chiusura dello stabilimento e della conseguente perdita di lavoro dei dipendenti in forza. Si prevedono una serie di percorsi per facilitare la ricollocazione dei lavoratori, «tra questi – spiegano i sindacati in una nota – un servizio di outplacement per la durata di 12 mesi, la segnalazione dei curricula agli altri stabilimenti del Gruppo sia in Italia che all’estero, l’allungamento del diritto di precedenza nelle assunzioni, se l’azienda dovesse riprendere l’attività a 24 mesi, e infine un incentivo all’esodo per singolo lavoratore superiore a 30.000 euro. Oltre a quanto previsto nell’accordo procederanno i lavori del tavolo di crisi costituito nel Comune di Ravenna per ricollocare i lavoratori nelle aziende del territorio».

«Quando chiude un’azienda e si perdono dei posti di lavoro non si può mai esultare – dichiara Davide Conti, segretario generale della Fillea Cgil di Ravenna -. In questa trattativa pensiamo comunque di aver raggiunto un accordo soddisfacente che dà delle risposte ai lavoratori in termini economici e di prospettiva per la ricollocazione, come dimostra anche l’ampio consenso ottenuto dall’assemblea. Il nostro obiettivo primario era, però, impedire la chiusura e dare una prospettiva di rilancio alla produzione nello stabilimento di Ravenna ma, anche a causa della attuale normativa e politica del Governo, non è stato possibile. Ora deve proseguire l’impegno al tavolo di crisi per rioccupare tutti i lavoratori della Micron Mineral nel territorio. Certamente rimane aperto il grande problema della crisi del settore delle costruzioni nel nostro territorio. Ad oggi non si vede nessun segnale di ripresa e anzi ci giungono segnali di probabili e possibili ulteriori chiusure. La nostra provincia e in particolare il comune di Ravenna non può più permetterselo e pertanto è indispensabile un forte impegno della politica e delle istituzioni per invertire la tendenza; su questo chi si candida a governare la città dovrebbe presentare un piano credibile e sostenibile che oggi non si vede».

Cibo e vino in sette piazze del centro In autunno Giovinbacco si allarga

E la vincitrice di Masterchef sarà madrina del festival del cappelletto
a maggio: coni da street food preparati da ristoranti locali

Con i cappelletti ha conquistato l’accesso alla quinta edizione di Masterchef e rivisitando lo stesso piatto ha vinto il talent show culinario: non poteva che essere la ravennate Erica Liverani la madrina del primo festival dedicato al cappelletto che si terrà in piazza del Popolo a Ravenna dal 13 al 15 maggio, un evento culinario dedicato a questa specialità di pasta fresca romagnola considerata uno dei brand più importanti della tradizione gastronomica locale. I cappelletti, come già anticipato nei giorni scorsi, saranno preparati con ingredienti a chilometro zero e venduti da ristoratori locali, coinvolti dalle associazioni di categoria Confesercenti e Confcommercio, con modalità street food, cioè mezze porzioni in una sorta di cono da passeggio.

La presentazione dell’appuntamento, stamani in municipio, è stata l’occasione per fare il punto su altre due manifestazioni dedicate all’enogastronomia. In particolare l’edizione 2016 di Giovinbacco, kermesse dedicata al vino e al cibo di Romagna giunta alla 14esima edizione, tornerà per il secondo anno consecutivo in centro storico e lo farà conquistando altri spazi: dal 21 al 23 ottobre saranno due le piazze in cui il vino sarà protagonista (piazza del Popolo e piazza Garibaldi) mentre altre cinque piazze e le vie del centro saranno dedicate alle eccellenze gastronomiche del territorio, dalla piadina alla birra artigianale, dal cibo di strada di qualità al mercato contadino per arrivare ai grandi formaggi italiani e ai vini passiti selezionati da Slow Food che organizza la manifestazione con Tuttifrutti e la compartecipazione del Comune di Ravenna (ingresso libero, degustazioni a pagamento).

Dal 17 al 19 giugno invece “La cozza di Marina di Ravenna in festa”: tre giornate caratterizzate dalla perla dell’Adriatico, regina di eventi in piazza Dorza Markus e di menù serviti dai ristoranti delle nove spiagge di Ravenna e della città.

Cibo e vino in sette piazze del centro In autunno Giovinbacco si allarga

E la vincitrice di Masterchef sarà madrina del festival del cappelletto a maggio: coni da street food preparati da ristoranti locali

Con i cappelletti ha conquistato l’accesso alla quinta edizione di Masterchef e rivisitando lo stesso piatto ha vinto il talent show culinario: non poteva che essere la ravennate Erica Liverani la madrina del primo festival dedicato al cappelletto che si terrà in piazza del Popolo a Ravenna dal 13 al 15 maggio, un evento culinario dedicato a questa specialità di pasta fresca romagnola considerata uno dei brand più importanti della tradizione gastronomica locale. I cappelletti, come già anticipato nei giorni scorsi, saranno preparati con ingredienti a chilometro zero e venduti da ristoratori locali, coinvolti dalle associazioni di categoria Confesercenti e Confcommercio, con modalità street food, cioè mezze porzioni in una sorta di cono da passeggio.

La presentazione dell’appuntamento, stamani in municipio, è stata l’occasione per fare il punto su altre due manifestazioni dedicate all’enogastronomia. In particolare l’edizione 2016 di Giovinbacco, kermesse dedicata al vino e al cibo di Romagna giunta alla 14esima edizione, tornerà per il secondo anno consecutivo in centro storico e lo farà conquistando altri spazi: dal 21 al 23 ottobre saranno due le piazze in cui il vino sarà protagonista (piazza del Popolo e piazza Garibaldi) mentre altre cinque piazze e le vie del centro saranno dedicate alle eccellenze gastronomiche del territorio, dalla piadina alla birra artigianale, dal cibo di strada di qualità al mercato contadino per arrivare ai grandi formaggi italiani e ai vini passiti selezionati da Slow Food che organizza la manifestazione con Tuttifrutti e la compartecipazione del Comune di Ravenna (ingresso libero, degustazioni a pagamento).

Dal 17 al 19 giugno invece “La cozza di Marina di Ravenna in festa”: tre giornate caratterizzate dalla perla dell’Adriatico, regina di eventi in piazza Dorza Markus e di menù serviti dai ristoranti delle nove spiagge di Ravenna e della città.

Eni dopo il blitz sulla sua piattaforma «Noi operiamo nel rispetto delle leggi»

Una ventina di attivisti Greenpeace sono saliti sulla Agostino B
in mare a 15 km da Marina sostenendo che sia tra le più inquinanti

«Sull’inquinamento da idrocarburi nel Mediterraneo è utile ricordare che studi effettuati da Università e Istituti scientifici evidenziano che per il 60 percento tale inquinamento deriva da scarichi civili e industriali e per il 40 percento dal traffico navale, che riversa in mare circa 150mila tonnellate annue di idrocarburi. Insignificante, invece, l’apporto dell’attività petrolifera, meno dello 0,1 percento». È la replica che Eni indirizza a Greenpeace dopo il blitz di una ventina di attivisti della Ong ambientalista sulla piattaforma metanifera Agostino B al largo di Marina (15 km dalla costa, alta 50 metri sul mare in un pondo dove il fondale è 22) per appendere due enormi striscioni contro le trivelle e a favore del sì nel prossimo referendum del 17 aprile. Nei pressi della piattaforma è intervenuta anche la guardia costiera: per gli attivisti quasi certamente scatterà una sanzione da duecento a mille euro.

Eni ha il suo quartiere generale del distretto centro-settentrionale in via del Marchesato a Marina e tutte le piattaforme nelle acque antistanti al tratto di costa ravennate fanno capo alla multinazionale italiana: «Dopo l’azione dimostrativa di Greenpeace, condotta peraltro in violazione delle norme di sicurezza stabilite dalla legge a tutela delle persone e degli impianti, ribadiamo l’adozione dei più elevati standard e linee guida internazionali nella gestione delle attività in tutti i contesti in cui opera, primo fra tutti l’ambiente marino». Dagli ambientalisti infatti arriva l’accusa precisa di piattaforme inquinanti. Greenpeace fa l’esempio specifico dell’Agostino B: «In funzione da 45 anni, oggi produce circa un quindicesimo di quanto produceva nel 1980, eppure le concentrazioni di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) registrate nei sedimenti che la circondato hanno superato i valori degli standard di qualità ambientale (identificati dal DM 56/2009) per ben 11 inquinanti nel 2011 e per 12 inquinanti sia nel 2012 che nel 2013».

Così replica Eni: «I nostri impianti offshore operano da sempre nel pieno rispetto delle leggi e delle prescrizioni vigenti. Rigidi controlli ambientali vengono eseguiti da Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dalle Capitanerie di Porto, coadiuvante dalle Arpa locali. I dati elaborati nello studio di Greenpeace sono stati estrapolati da tali rapporti di monitoraggio presentati da Eni al ministero negli ultimi 3 anni e relativi a 34 piattaforme. Nel merito di quanto riportato nel documento pubblicato da Greenpeace è necessario precisare che i limiti presi in considerazione da Greenpeace per le sostanze oggetto di monitoraggio non rappresentano limiti di legge definiti per valutare l’eventuale inquinamento derivante da una specifica attività antropica. Tali valori sono utilizzati da Ispra come riferimento tecnico nelle relazioni di monitoraggio dell’ecosistema marino circostante le piattaforme unicamente per valutarne le eventuali alterazioni, sulla base di un confronto con standard di qualità utilizzati per aree incontaminate. I limiti presi a riferimento da Greenpeace, ossia gli Standard di Qualità Ambientale definiti nel D.M. 56/2009 e D.M. 260/2010, sono utilizzati per definire una classificazione comune a livello europeo circa lo stato di salute di un ambiente incontaminato in corpi idrici superficiali e riguarda, pertanto, le acque marine costiere all’interno della linea immaginaria distante 1 miglio nautico (circa 1,8 km) dalla linea di costa, mentre tutte le 34 piattaforme, oggetto dell’analisi, sono ubicate ad una distanza dalla costa compresa tra 6 miglia (10,5 km) e 33 miglia (60 km)».

Le segreterie territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil esprimono una ferma condanna per l’episodio: «Un gesto di questo tipo non ha alcun significato se non aggiungere uno slogan “da curva ultras” a una campagna referendaria dai toni già molto accesi e, spesso, privi della minima correttezza delle informazioni ai cittadini». L’atteggiamento di Greenpeace otterrà l’effetto contrario, secondo il vicesindaco di Ravenna Giannantonio Mingozzi: «Gran parte degli italiani hanno capito che questa consultazione è inutile e pericolosa per i tanti posti di lavoro che mette a rischio, per gli investimenti che si cancelleranno e per la qualità tecnologica e della ricerca che subiranno un colpo mortale». Condanna espressa anche dal Roca, l’associazione dei contrattisti ravennati dell’offshore: «Le aziende del settore offshore ravennate, composte da soci, dirigenti, lavoratori e famiglie condannano questo gesto e continueranno a sostenere la richiesta di astensione dal referendum, affinchè il tema energetico venga discusso nelle sedi appropriate e non affidato alla demagogia di pochi».

Eni dopo il blitz sulla sua piattaforma «Noi operiamo nel rispetto delle leggi»

Una ventina di attivisti Greenpeace sono saliti sulla Agostino B in mare a 15 km da Marina sostenendo che sia tra le più inquinanti

«Sull’inquinamento da idrocarburi nel Mediterraneo è utile ricordare che studi effettuati da Università e Istituti scientifici evidenziano che per il 60 percento tale inquinamento deriva da scarichi civili e industriali e per il 40 percento dal traffico navale, che riversa in mare circa 150mila tonnellate annue di idrocarburi. Insignificante, invece, l’apporto dell’attività petrolifera, meno dello 0,1 percento». È la replica che Eni indirizza a Greenpeace dopo il blitz di una ventina di attivisti della Ong ambientalista sulla piattaforma metanifera Agostino B al largo di Marina (15 km dalla costa, alta 50 metri sul mare in un pondo dove il fondale è 22) per appendere due enormi striscioni contro le trivelle e a favore del sì nel prossimo referendum del 17 aprile. Nei pressi della piattaforma è intervenuta anche la guardia costiera: per gli attivisti quasi certamente scatterà una sanzione da duecento a mille euro.

Eni ha il suo quartiere generale del distretto centro-settentrionale in via del Marchesato a Marina e tutte le piattaforme nelle acque antistanti al tratto di costa ravennate fanno capo alla multinazionale italiana: «Dopo l’azione dimostrativa di Greenpeace, condotta peraltro in violazione delle norme di sicurezza stabilite dalla legge a tutela delle persone e degli impianti, ribadiamo l’adozione dei più elevati standard e linee guida internazionali nella gestione delle attività in tutti i contesti in cui opera, primo fra tutti l’ambiente marino». Dagli ambientalisti infatti arriva l’accusa precisa di piattaforme inquinanti. Greenpeace fa l’esempio specifico dell’Agostino B: «In funzione da 45 anni, oggi produce circa un quindicesimo di quanto produceva nel 1980, eppure le concentrazioni di metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) registrate nei sedimenti che la circondato hanno superato i valori degli standard di qualità ambientale (identificati dal DM 56/2009) per ben 11 inquinanti nel 2011 e per 12 inquinanti sia nel 2012 che nel 2013».

Così replica Eni: «I nostri impianti offshore operano da sempre nel pieno rispetto delle leggi e delle prescrizioni vigenti. Rigidi controlli ambientali vengono eseguiti da Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e dalle Capitanerie di Porto, coadiuvante dalle Arpa locali. I dati elaborati nello studio di Greenpeace sono stati estrapolati da tali rapporti di monitoraggio presentati da Eni al ministero negli ultimi 3 anni e relativi a 34 piattaforme. Nel merito di quanto riportato nel documento pubblicato da Greenpeace è necessario precisare che i limiti presi in considerazione da Greenpeace per le sostanze oggetto di monitoraggio non rappresentano limiti di legge definiti per valutare l’eventuale inquinamento derivante da una specifica attività antropica. Tali valori sono utilizzati da Ispra come riferimento tecnico nelle relazioni di monitoraggio dell’ecosistema marino circostante le piattaforme unicamente per valutarne le eventuali alterazioni, sulla base di un confronto con standard di qualità utilizzati per aree incontaminate. I limiti presi a riferimento da Greenpeace, ossia gli Standard di Qualità Ambientale definiti nel D.M. 56/2009 e D.M. 260/2010, sono utilizzati per definire una classificazione comune a livello europeo circa lo stato di salute di un ambiente incontaminato in corpi idrici superficiali e riguarda, pertanto, le acque marine costiere all’interno della linea immaginaria distante 1 miglio nautico (circa 1,8 km) dalla linea di costa, mentre tutte le 34 piattaforme, oggetto dell’analisi, sono ubicate ad una distanza dalla costa compresa tra 6 miglia (10,5 km) e 33 miglia (60 km)».

Le segreterie territoriali di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil esprimono una ferma condanna per l’episodio: «Un gesto di questo tipo non ha alcun significato se non aggiungere uno slogan “da curva ultras” a una campagna referendaria dai toni già molto accesi e, spesso, privi della minima correttezza delle informazioni ai cittadini». L’atteggiamento di Greenpeace otterrà l’effetto contrario, secondo il vicesindaco di Ravenna Giannantonio Mingozzi: «Gran parte degli italiani hanno capito che questa consultazione è inutile e pericolosa per i tanti posti di lavoro che mette a rischio, per gli investimenti che si cancelleranno e per la qualità tecnologica e della ricerca che subiranno un colpo mortale». Condanna espressa anche dal Roca, l’associazione dei contrattisti ravennati dell’offshore: «Le aziende del settore offshore ravennate, composte da soci, dirigenti, lavoratori e famiglie condannano questo gesto e continueranno a sostenere la richiesta di astensione dal referendum, affinchè il tema energetico venga discusso nelle sedi appropriate e non affidato alla demagogia di pochi».

«Otto discariche abusive di fanghi» Dieci manager verso il processo

Chiuse le indagini sulle casse di colmata per i dragaggi dal 2008 Il pm chiederà il giudizio per i vertici di Autorità portuale, Cmc e Sapir

Dovevano essere depositi solo temporanei, per fanghi dragati dal Candiano e considerati rifiuti non pericolosi e destinati a un successivo riutilizzo, da svuotare in tempi precisi: questo dicevano le autorizzazioni per otto casse di colmata in area portuale a Ravenna ma così non è stato con le autorizzazioni scadute e non rinnovate: per la procura quelli che dovevano essere depositi hanno quindi preso il nome di discariche abusive e dopo un anno di indagini intende portare a processo dieci persone, manager pubblici e privati ai vertici di Sapir, Cmc e Autorità portuale.

I nomi dei dirigenti coinvolti sono quelli di Galliano Di Marco e Antonio Parrello (gli ultimi due presidenti di Ap); di Matteo Casadio, Giordano Angelini e Roberto Rubboli (attuale presidente di Sapir, il suo predecessore e l’attuale amministratore delegato); di Massimo Matteucci e Dario Foschini (presidente e ex amministratore delegato di Cmc); di Maurizio Fucchi, Alfredo Fioretti e Guido Leoni (ex vicepresidenti della Cmc). A loro, come si legge su Corriere Romagna e Resto del Carlino in edicola oggi 31 marzo, è stato notificato l’avviso di fine indagini che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm (indagini condotte dal sostituto procuratore Marilù Gattelli). Proprio un anno fa i dieci ricevettere l’avviso di garanzia che li informò di essere sotto indagine.

Il fascicolo della procura è su presunte irregolarita autorizzative per otto casse di colmata (in buona sostanza vasche di contenimento costituite artificialmente realizzando arginature alte diversi metri sul piano campagna) contenenti fanghi dragati principalmente dai fondali del porto canale di Ravenna. Le scadenze più recenti risalgono alla fine del 2012 ma altre sono precdenti. In totale si tratta di circa tre milioni di metri cubi di materiale (volume equivalente circa a 30mila Tir) conferito nelle casse in momenti diversi nel corso del tempo.

Il procedimento riguarda Ap, Cmc e Sapir perché coinvolte, con profili diversi: da una parte la stazione appaltante e dall’altra gli appaltatori. Ap è l’ente porto e in quanto tale istituzione pubblica incaricata di disporre i dragaggi. Secondo quanto si apprende è direttamente responsabile per una frazione dell’intero volume. Sapir è il più grande terminalista dello scalo ravennate con la gestione di 500mila metri quadrati e 1.600 metri di banchine attrezzate con 14 gru: il controllo della società è a maggioranza pubblica e in passato ha avuto ruoli in gare per l’assegnazione dei lavori di manutenzione nel canale fino alla gestione dei fanghi di risulta considerati rifiuti non pericolosi utilizzabili in edilizia come materiale di riempimento dopo un necessario periodo di permanenza nelle casse. Da Ap riceve un canone di affitto perché ospita alcune delle casse sui suoi terreni. Cmc è la cooperativa edile di via Trieste con un miliardo di fatturato. Anche la coop come Sapir ha partecipato a gare in passato in questo ambito.

Un anno fa gli uomini della guardia forestale hanno perquisito le sedi delle tre società coinvolte sequestrando una grande mole di documentazione. Il riferimento normativo complessivo è il testo unico 152/2006 che richiama sostanzialmente tutta le precedenti disposizioni. Agli indagati vengono contestati due reati ambientali in concorso: smaltimento di rifiuti in mancanza di autorizzazione e creazione di discarica non autorizzata.

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