martedì
12 Maggio 2026

Se il denaro è fatto di ore: la Banca del Tempo compie 20 anni

Un convegno alla Classense per l’occasione. Gli iscritti sono 64,
di cui solo 7 uomini, a disposizione per piccoli servizi o assistenza

Nell’epoca delle speculazioni finanziarie globali, della questione dei pagamenti in contante e del fantomatico bitcoin (la moneta virtuale che circola sul web) c’è chi gestisce una banca dove non si scambia denaro ma semplicemente tempo dedicato a piccoli servizi artigianali o di assistenza alle persone. Si tratta della Banca del Tempo di Ravenna, un’associazione che compie vent’anni e per l’occasione, con un convegno pubblico in programma sabato 14 novembre (alle 15) alla Sala Muratori della Classense, apre una riflessione sul senso e il futuro di questa singolare esperienza di “economia collaborativa”.

Il meccanismo di funzionamento di questo istituto del credito “temporale” è semplice – ci illustra la presidente Giuseppina Belloni: «Chi si associa alla banca si rende disponibile a scambiare con altri soci saperi, competenze e attività che può mettere a disposizione. L’unità di misura con cui vengono calcolati questi servizi è solo il tempo occupato dalle prestazioni mentre il denaro circola solo per le spese vive». Per esempio: se chiedo un trasporto dovrò pagare la benzina mentre il valore di scambio è il tempo impiegato per il trasposto.

Il servizio viene per così dire “pagato” con un assegno, con un conteggio in ore. «Gli assegni vengono conferiti a uno “sportello” – spiega Belloni – che è poi la segreteria dell’associazione (in via Maggiore 122, ndr) che registra la contabilità, cioè il dare e avere in ore, e archivia su questa base gli estratti conto dei soci. Per accedere e fornire i servizi che si scambiano si devono seguire però due regole fondamentali: i servizi devono essere di breve durata e occasionali. Tutto dipende dalla disponibilità delle persone poiché non sono fissati orari ne obblighi, per cui gli scambi sono molto liberi».

La potenzialità degli scambi si fondano su di un elenco di offerte di servizi, diviso per categorie di attività e competenze, con nome e numero telefonico dei prestatori per contatti. «I contatti sono gestiti in autonomia dai soci – precisa sempre il presidente – perché la banca non fa intermediazione ma si limita a registrare solo i conteggi delle ore impiegate».

Il progetto fu promosso dall’amministrazione comunale nel 1995. A quell’epoca nacque un nucleo originale di una ventina di persone, oggi i soci sono 64. Nel corso degli anni c’è stato un certo avvicendamento fra gli aderenti che ha accresciuto il numero delle donne e ridotto a 7 gli uomini attivi. Il che limita l’offerta di prestazioni come le manutenzioni e riparazioni domestiche, peraltro molto richieste. Quasi tutti i soci sono pensionati.

La Banca del Tempo svolge anche servizi per il Comune, duecento ore in cambio della sede e dei pochi costi di gestione: si tratta di vigilanza, di laboratori e corsi rivolti ai cittadini e altre associazioni di volontariato, di animazione nelle case protette.

«Il nostro problema adesso è rinnovarci e trovare nuovi orientamenti per sviluppare la nostra esperienza» riflette Giuseppina Belloni a proposito del convegno alla Classense che prevede due importanti interventi sul tema: quello di Flavia Franzoni Prodi della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna che parlerà di “La Banca del Tempo fra economia solidale e relazioni comunitarie” e quello dell’esperta di comunicazione e web marketing Lidia Marongiu dedicato alla “Sharing econonomy, numeri, esperienze e impatto dell’economia collaborativa sulla nostra vite”.

In epoca di crisi e transizione delle relazioni sociali, la Banca del Tempo potrebbe ambire a un rilancio non solo etico e partecipativo ma anche economico, evidenziando la convenienza di questo genere di scambi. Magari attraverso un utilizzo più ampio e strutturato degli strumenti sul web, a partire dai social network.

Se il denaro è fatto di ore: la Banca del Tempo compie 20 anni

Un convegno alla Classense per l’occasione. Gli iscritti sono 64,
di cui solo 7 uomini, a disposizione per piccoli servizi o assistenza

Nell’epoca delle speculazioni finanziarie globali, della questione dei pagamenti in contante e del fantomatico bitcoin (la moneta virtuale che circola sul web) c’è chi gestisce una banca dove non si scambia denaro ma semplicemente tempo dedicato a piccoli servizi artigianali o di assistenza alle persone. Si tratta della Banca del Tempo di Ravenna, un’associazione che compie vent’anni e per l’occasione, con un convegno pubblico in programma sabato 14 novembre (alle 15) alla Sala Muratori della Classense, apre una riflessione sul senso e il futuro di questa singolare esperienza di “economia collaborativa”.

Il meccanismo di funzionamento di questo istituto del credito “temporale” è semplice – ci illustra la presidente Giuseppina Belloni: «Chi si associa alla banca si rende disponibile a scambiare con altri soci saperi, competenze e attività che può mettere a disposizione. L’unità di misura con cui vengono calcolati questi servizi è solo il tempo occupato dalle prestazioni mentre il denaro circola solo per le spese vive». Per esempio: se chiedo un trasporto dovrò pagare la benzina mentre il valore di scambio è il tempo impiegato per il trasposto.

Il servizio viene per così dire “pagato” con un assegno, con un conteggio in ore. «Gli assegni vengono conferiti a uno “sportello” – spiega Belloni – che è poi la segreteria dell’associazione (in via Maggiore 122, ndr) che registra la contabilità, cioè il dare e avere in ore, e archivia su questa base gli estratti conto dei soci. Per accedere e fornire i servizi che si scambiano si devono seguire però due regole fondamentali: i servizi devono essere di breve durata e occasionali. Tutto dipende dalla disponibilità delle persone poiché non sono fissati orari ne obblighi, per cui gli scambi sono molto liberi».

La potenzialità degli scambi si fondano su di un elenco di offerte di servizi, diviso per categorie di attività e competenze, con nome e numero telefonico dei prestatori per contatti. «I contatti sono gestiti in autonomia dai soci – precisa sempre il presidente – perché la banca non fa intermediazione ma si limita a registrare solo i conteggi delle ore impiegate».

Il progetto fu promosso dall’amministrazione comunale nel 1995. A quell’epoca nacque un nucleo originale di una ventina di persone, oggi i soci sono 64. Nel corso degli anni c’è stato un certo avvicendamento fra gli aderenti che ha accresciuto il numero delle donne e ridotto a 7 gli uomini attivi. Il che limita l’offerta di prestazioni come le manutenzioni e riparazioni domestiche, peraltro molto richieste. Quasi tutti i soci sono pensionati.

La Banca del Tempo svolge anche servizi per il Comune, duecento ore in cambio della sede e dei pochi costi di gestione: si tratta di vigilanza, di laboratori e corsi rivolti ai cittadini e altre associazioni di volontariato, di animazione nelle case protette.

«Il nostro problema adesso è rinnovarci e trovare nuovi orientamenti per sviluppare la nostra esperienza» riflette Giuseppina Belloni a proposito del convegno alla Classense che prevede due importanti interventi sul tema: quello di Flavia Franzoni Prodi della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna che parlerà di “La Banca del Tempo fra economia solidale e relazioni comunitarie” e quello dell’esperta di comunicazione e web marketing Lidia Marongiu dedicato alla “Sharing econonomy, numeri, esperienze e impatto dell’economia collaborativa sulla nostra vite”.

In epoca di crisi e transizione delle relazioni sociali, la Banca del Tempo potrebbe ambire a un rilancio non solo etico e partecipativo ma anche economico, evidenziando la convenienza di questo genere di scambi. Magari attraverso un utilizzo più ampio e strutturato degli strumenti sul web, a partire dai social network.

Se il denaro è fatto di ore: la Banca del Tempo compie 20 anni

Un convegno alla Classense per l’occasione. Gli iscritti sono 64, di cui solo 7 uomini, a disposizione per piccoli servizi o assistenza

Nell’epoca delle speculazioni finanziarie globali, della questione dei pagamenti in contante e del fantomatico bitcoin (la moneta virtuale che circola sul web) c’è chi gestisce una banca dove non si scambia denaro ma semplicemente tempo dedicato a piccoli servizi artigianali o di assistenza alle persone. Si tratta della Banca del Tempo di Ravenna, un’associazione che compie vent’anni e per l’occasione, con un convegno pubblico in programma sabato 14 novembre (alle 15) alla Sala Muratori della Classense, apre una riflessione sul senso e il futuro di questa singolare esperienza di “economia collaborativa”.

Il meccanismo di funzionamento di questo istituto del credito “temporale” è semplice – ci illustra la presidente Giuseppina Belloni: «Chi si associa alla banca si rende disponibile a scambiare con altri soci saperi, competenze e attività che può mettere a disposizione. L’unità di misura con cui vengono calcolati questi servizi è solo il tempo occupato dalle prestazioni mentre il denaro circola solo per le spese vive». Per esempio: se chiedo un trasporto dovrò pagare la benzina mentre il valore di scambio è il tempo impiegato per il trasposto.

Il servizio viene per così dire “pagato” con un assegno, con un conteggio in ore. «Gli assegni vengono conferiti a uno “sportello” – spiega Belloni – che è poi la segreteria dell’associazione (in via Maggiore 122, ndr) che registra la contabilità, cioè il dare e avere in ore, e archivia su questa base gli estratti conto dei soci. Per accedere e fornire i servizi che si scambiano si devono seguire però due regole fondamentali: i servizi devono essere di breve durata e occasionali. Tutto dipende dalla disponibilità delle persone poiché non sono fissati orari ne obblighi, per cui gli scambi sono molto liberi».

La potenzialità degli scambi si fondano su di un elenco di offerte di servizi, diviso per categorie di attività e competenze, con nome e numero telefonico dei prestatori per contatti. «I contatti sono gestiti in autonomia dai soci – precisa sempre il presidente – perché la banca non fa intermediazione ma si limita a registrare solo i conteggi delle ore impiegate».

Il progetto fu promosso dall’amministrazione comunale nel 1995. A quell’epoca nacque un nucleo originale di una ventina di persone, oggi i soci sono 64. Nel corso degli anni c’è stato un certo avvicendamento fra gli aderenti che ha accresciuto il numero delle donne e ridotto a 7 gli uomini attivi. Il che limita l’offerta di prestazioni come le manutenzioni e riparazioni domestiche, peraltro molto richieste. Quasi tutti i soci sono pensionati.

La Banca del Tempo svolge anche servizi per il Comune, duecento ore in cambio della sede e dei pochi costi di gestione: si tratta di vigilanza, di laboratori e corsi rivolti ai cittadini e altre associazioni di volontariato, di animazione nelle case protette.

«Il nostro problema adesso è rinnovarci e trovare nuovi orientamenti per sviluppare la nostra esperienza» riflette Giuseppina Belloni a proposito del convegno alla Classense che prevede due importanti interventi sul tema: quello di Flavia Franzoni Prodi della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna che parlerà di “La Banca del Tempo fra economia solidale e relazioni comunitarie” e quello dell’esperta di comunicazione e web marketing Lidia Marongiu dedicato alla “Sharing econonomy, numeri, esperienze e impatto dell’economia collaborativa sulla nostra vite”.

In epoca di crisi e transizione delle relazioni sociali, la Banca del Tempo potrebbe ambire a un rilancio non solo etico e partecipativo ma anche economico, evidenziando la convenienza di questo genere di scambi. Magari attraverso un utilizzo più ampio e strutturato degli strumenti sul web, a partire dai social network.

Il Movimento 5 Stelle verso le elezioni Santarella: «Pronta a ricandidarmi…»

Parla la consigliera comunale. Il candidato sindaco dei grillini verrà
votato da un’ottantina di persone, ossia gli iscritti al 10 ottobre

In prima linea nella battaglia contro lo sfratto del Centro Recupero Avifauna Selvatica di questi giorni (vedi articoli correlati), eletta in consiglio comunale nel 2011, Francesca Santarella è uno dei volti più noti del Movimento 5 stelle in città. Attivista impegnata in molte battaglie sul territorio, Santarella si dice a disposizione per una nuova eventuale candidatura (al contrario del capogruppo Pietro Vandini che ha già annunciato l’intenzione di non ripresentarsi): «Farò quello che sarà ritenuto più utile». Anche se, come noto, questo potrebbe segnare la fine degli incarichi politici nel movimento, visto che dopo due mandati non è più possibile candidarsi a nulla. «Lo so, ma non mi interessa. Voglio bene alla mia città, non capisco cosa e perché dovrei aspettare se posso essere utile adesso». Pronta a candidarsi a sindaco? «Troppo prematuro, sono disponibile a fare ciò che può servire, ma è troppo presto».

Santarella racconta di anni di battaglie in consiglio comunale dove ha trovato un Pd i cui membri, ci dice, «spesso capiscono e condividono molti nostri temi, ma poi votano come viene detto loro dall’alto…».

Le battaglie per cui Santarella è nota sono quelle di carattere ambientale e anche per il Sigarone in Darsena che dopo cinque anni è ancora lì, nulla è successo. «Una vittoria a metà – dice – il nostro obiettivo non è certo quello di lasciare alla fine lì un edificio vuoto o che rischi il degrado. La speranza è quella piuttosto di aver sensibilizzato i cittadini e magari anche gli imprenditori sui possibili impieghi». Un lavoro durato anni che è sfociato in un volume dedicato proprio ai paraboloidi (edifici con la forma simile appunto a quella del Sigarone) presentato di recente addirittura alla Camera dei deputati e firmato proprio anche da Santarella.

Ma le battaglie da portare avanti contro le politiche del Pd sul territorio sono decisamente più numerose, ci dice Santarella, e stanno venendo al pettine: «Il tema fondamentale del porto e di come mantenere un equilibrio ambientale, il turismo non valorizzato, valli che sprofondano, pinete tenute male, subsidenza, trivellazioni… ».

Un giudizio davvero non roseo per il Pd. E i loro diretti avversari? «Ho avuto modo di conoscere Ancisi e anche di apprezzare il suo modo di lavorare. E sì, credo che anche la candidatura della Sutter possa raccogliere voti. Noi quindi dobbiamo lavorare e molto per questa campagna elettorale». Insomma, secondo la consigliera non basta certo affidarsi agli andamenti del nazionale, che pure hanno sempre influenzato molto anche il voto ravennate in passato.

Il candidato o la candidata (Michela Guerra resta un nome papabile) sarà scelta già forse a dicembre dall’ottantina di ravennati iscritti al portale al 10 ottobre. Più larghe le maglie invece per chi volesse presentare la propria candidatura.

La lista di sinistra Ravenna in Comune si presenta pubblicamente

Con la candidata sindaco Raffaella Sutter e lo scrittore Tahar Lamri

Domani, sabato 14 novembre, si presenta pubblicamente Ravenna in Comune, la lista che raccoglie i vari soggetti politici di sinistra e singoli che hanno aderito all’appello in vista delle elezioni amministrative di Ravenna della prossima primavera, in cui si presenterà come alternativa e, come da ripetutti annunci, nettamente contro il Partito democratico e il candidato sindaco Liverani.

L’appuntamento è dalle 15 alla sala A dell’ex prima circoscrizione, di via Sant’Alberto 73, a Ravenna, adiacente al centro sociale Le Rose.

Interverranno la candidata a sindaco di Ravenna in Comune Raffaella Sutter, la portavoce della lista Dora Casalino e lo scrittore Tahar Lamri.

Vandali alla Ca’ Rossa: rapaci in fuga E dopo lo sfratto, il Cra ora trasloca

Caos al Centro di recupero animali selvatici di via Canale Molinetto
ma l’accordo è vicino: si trasferirà alla cooperativa La Casa

Alla mattina lo sfratto, di notte i vandali, il giorno dopo la protesta in piazza e la discussione in consiglio comunale. Due giornate decisamente intense per il Centro Recupero Avifauna Selvatica (Cra) di Ravenna che da circa 15 anni opera (ospitando e curando animali selvatici sotto sequestro o feriti, ritrovati nel territorio) nello stabile di proprietà comunale Ca’ Rossa, in via Destra Canale Molinetto, «acquisito dal Comune – come sottolinea nel question time discusso a Palazzo Merlato il Movimento 5 Stelle – grazie al lascito Zappaterra, le cui finalità erano quelle di ospitare attività senza fini di lucro destinate agli animali in difficoltà».

Dal 1991 il Comune ha concesso in uso la Ca’ Rossa alla associazione San Francesco che ne cura totalmente la gestione e la manutenzione – come ha sottolineato l’assessore competente in materia del Comune, Giovanna Piaia – e che ha deciso di allargare la propria attività di volontariato in difesa degli animali (senza fini di lucro) anche negli spazi del Cra, a cui aveva affittato un’area, da cui ora è stato per questo motivo sfrattato. Con l’ufficiale giudiziario inviato mercoledì mattina dal tribunale è stato raggiunto un accordo – come riporta il Corriere Romagna – e il Centro potrà restare alla Ca’ Rossa fino al termine del mese di febbraio. Nel frattempo, però – come riporta invece il Carlino – sarebbe già stato trovato un altro accordo con la cooperativa La Casa per il suo trasferimento negli stabili vicino al centro iperbarico, dove già è stato realizzato negli anni scorsi il dormitorio per i senzatetto.

Intanto però nella notte tra mercoledì e giovedì il centro è stato, come detto, visitato da alcuni vandali che hanno aperto e divelto tutte le gabbie e le voliere dove erano ospitati circa duecento animali, soprattutto volatili. In totale ne sarebbero rimasti un’ottantina, mentre gli altri sono fuggiti, per la disperazione dello storico gestore che ai quotidiani oggi assicura che faranno una brutta fine, essendo animali o feriti oppure non più abituati alla vita in natura. Tra gli oltre cento uccelli in fuga anche diversi rapaci tra cui gufi, civette, barbagianni e falchi.

Vandali alla Ca’ Rossa: rapaci in fuga E dopo lo sfratto, il Cra ora trasloca

Caos al Centro di recupero animali selvatici di via Canale Molinetto ma l’accordo è vicino: si trasferirà alla cooperativa La Casa

Alla mattina lo sfratto, di notte i vandali, il giorno dopo la protesta in piazza e la discussione in consiglio comunale. Due giornate decisamente intense per il Centro Recupero Avifauna Selvatica (Cra) di Ravenna che da circa 15 anni opera (ospitando e curando animali selvatici sotto sequestro o feriti, ritrovati nel territorio) nello stabile di proprietà comunale Ca’ Rossa, in via Destra Canale Molinetto, «acquisito dal Comune – come sottolinea nel question time discusso a Palazzo Merlato il Movimento 5 Stelle – grazie al lascito Zappaterra, le cui finalità erano quelle di ospitare attività senza fini di lucro destinate agli animali in difficoltà».

Dal 1991 il Comune ha concesso in uso la Ca’ Rossa alla associazione San Francesco che ne cura totalmente la gestione e la manutenzione – come ha sottolineato l’assessore competente in materia del Comune, Giovanna Piaia – e che ha deciso di allargare la propria attività di volontariato in difesa degli animali (senza fini di lucro) anche negli spazi del Cra, a cui aveva affittato un’area, da cui ora è stato per questo motivo sfrattato. Con l’ufficiale giudiziario inviato mercoledì mattina dal tribunale è stato raggiunto un accordo – come riporta il Corriere Romagna – e il Centro potrà restare alla Ca’ Rossa fino al termine del mese di febbraio. Nel frattempo, però – come riporta invece il Carlino – sarebbe già stato trovato un altro accordo con la cooperativa La Casa per il suo trasferimento negli stabili vicino al centro iperbarico, dove già è stato realizzato negli anni scorsi il dormitorio per i senzatetto.

Intanto però nella notte tra mercoledì e giovedì il centro è stato, come detto, visitato da alcuni vandali che hanno aperto e divelto tutte le gabbie e le voliere dove erano ospitati circa duecento animali, soprattutto volatili. In totale ne sarebbero rimasti un’ottantina, mentre gli altri sono fuggiti, per la disperazione dello storico gestore che ai quotidiani oggi assicura che faranno una brutta fine, essendo animali o feriti oppure non più abituati alla vita in natura. Tra gli oltre cento uccelli in fuga anche diversi rapaci tra cui gufi, civette, barbagianni e falchi.

In piazza Kennedy riapre ai veicoli il tratto di via Rasponi

A breve lavori per il marciapiede. Verrà invece chiusa via Fantuzzi

Termineranno nella mattinata di venerdì, 13 novembre, in piazza Kennedy, in centro a Ravenna, i lavori di asfaltatura nel tratto di via Rasponi compreso tra via D’Azeglio e via Fantuzzi, in fregio a palazzo Rasponi Murat, che tornerà ad essere percorribile dai veicoli autorizzati dal pomeriggio di domani in direzione via D’Azeglio.

Il ripristino della viabilità su questo tratto di via Rasponi – interrotto in giugno in occasione dell’avvio dei lavori, fungendo unicamente da collegamento pedonale – coinciderà con la chiusura di via Fantuzzi, utilizzata precedentemente come viabilità in uscita.

La prossima settimana, sempre su questo tratto, inizieranno i lavori per la realizzazione del marciapiede.

Per quanto riguarda le opere nella piazza, l’impresa Cbr prosegue la posa dei sottoservizi lungo il perimetro sotto la sorveglianza degli archeologi.

Poggiali (Setramar): «Sì, sto col Pd. Qui purtroppo centrodestra non all’altezza»

L’imprenditore prepara la lista civica a sostegno di Liverani. La Pigna
lo attacca, ma lui assicura: «Non mi faccio strumentalizzare»

Potrebbe anche essere la volta di una vittoria del centrodestra alle amministrative 2016 di Ravenna ma in quella coalizione non vorrebbe starci: «Non saprei da che parte farmi il giorno dopo la vittoria, nel centrodestra di Ravenna chi sono gli uomini che comandano e dirigono?». Ecco perché il 43enne Giovanni Poggiali, noto imprenditore del settore portuale con l’azienda di famiglia Setramar, ha scelto di schierarsi accanto al Pd
nel momento in cui ha deciso di impegnarsi in prima persona «per il futuro della città». È dei giorni scorsi, dalle pagine de Il Resto del Carlino, la notizia di una lista civica in appoggio al candidato dem Enrico Liverani: «A casa alla mia famiglia ho manifestato la mia intenzione, dovendo metterci la faccia penso che valga la pena fare il capolista. Ma al momento nulla è ancora deciso».

Non è ancora nata ma la lista civica di Poggiali attira già aspre critiche. Arrivano dalla Pigna, lista civica che aveva lanciato un appello per una grande coalizione unita di centrodestra e ora correrà da sola proponendo Maurizio Bucci, consigliere comunale ex Forza Italia, come candidato sindaco. Imprenditore contro imprenditore. Ecco l’affondo della Pigna: «Finte liste civiche che nascono non dall’iniziativa di liberi cittadini che pensano di impegnarsi per offrire soluzioni, uomini e programmi per la città, ma direttamente dalle stanze del Pd al fine di catalizzare voti che mai andrebbero a loro. La lista di Poggiali ha un duplice scopo: quella di cercare di aggregare il voto cattolico, in veloce uscita dal Pd dopo le dichiarazioni di Liverani sulla trascrizione delle nozze gay, e quello degli industriali». Poggiali respinge tutto: «Credo di non essere così ingenuo da farmi strumentalizzare. Molto più banalmente penso sia un momento in cui bisogna unire le forze e nel momento in cui ho deciso che a 43 anni ho voglia di fare qualcosa per la politica della mia città credo che, pur essendo un’area che storicamente non mi appartiene, attorno al Pd ci sia un know-how che nel centrodestra manca. E lo dico con rammarico dopo aver provato in passato a fare qualcosa in questo senso».

Non è un caso che la Pigna ricordi le passate simpatie di Poggiali per la Lega Nord. L’imprenditore del porto e della viticoltura in Toscana non ne fa mistero: «Vengo dall’autonomismo di don Sturzo, nel momento in cui si fece avanti un movimento federalista mi sono interessato». Ma oggi quella Lega non attira più Poggiali, almeno non a Ravenna: «Da fuori mi piace il consigliere comunale Paolo Guerra ma per quello che posso vedere da esterno. Il problema resta quello di prima: chi sono gli uomini del centrodestra?». E per chi ancora potrebbe stupirsi di un imprenditore che appoggia il centrosinistra, c’è una risposta precisa: «Una volta che certe posizioni marxiste o neomarxiste sono concentrate in un soggetto politico come Ravenna in Comune, per semplificare diciamo che nel Pd non mi risulta ci sia qualcuno che considera la proprietà privata come un furto».

La Pigna punge Poggiali attribuendogli una dichirazione del 2011 in cui si sarebbe definito un perfetto cattolico: «Il perfetto cattolico oggi si allea col perfetto ateo, che in caso di elezione a sindaco provvederà senza indugi alla trascrizione dei matrimoni tra omosessuali contratti all’estero». Il manager resta spiazzato: «Davvero Bucci ha scritto queste cose? Non mi sono mai definito un perfetto cattolico, sarebbe il modo migliore per dimostrare di non esserlo».

Il ministro ammira la Classense E la Oriani ci resta male…

Franceschini su Twitter: «Gioiello di efficienza e bellezza» L’altra biblioteca a rischio chiusura: «Poteva passare anche da noi»

«Gioiello di efficienza e bellezza»: così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha definito in un tweet – con una foto dell’aula magna in cui i due aspetti di biblioteca e di monumento si coniugano – la Classense di Ravenna durante la visita del 6 novembre scorso quando era in città in occasione delle cerimonie in ricordo dell’onorevole Benigno Zaccagnini. Al tweet di Franceschini ha risposto l’account ufficiale della Fondazione Oriani che gestisce l’omonima biblioteca a poca distanza dalla Classense: «Poteva passare anche alla Casa Oriani».

Lo scorso giugno il direttore della Fondazione Oriani, Alessandro Luparini, aveva lanciato un grido dall’allarme proprio da queste pagine (vedi intervista completa tra gli articoli correlati): «Se non ci sarà un’inversione di tendenza è a rischio il futuro della Fondazione Oriani e quindi della biblioteca Oriani stessa». Il tutto nasce da un bilancio di previsione per il 2015 in passivo rispetto a un conto economico di poco più di 480mila euro, in costante calo negli ultimi anni.

Franceschini ha visitato la Classense accompagnato dal sindaco Fabrizio Matteucci e dalla presidente dell’Istituzione Classense Livia Zaccagnini. Guidato dalla direttrice Claudia Giuliani ha potuto ammirare le sale recentemente restaurate della biblioteca di pubblica lettura e l’antica biblioteca Camaldolese. A tale proposito Franceschini ha sottolineato la progettualità futura del ministero nell’ambito della valorizzazione del patrimonio monumentale che caratterizza molte biblioteche italiane.

L’ultimatum del Woodstock: «Apertura fino alle 2 o chiudiamo per sempre»

Per rumore e incolumità pubblica un’ordinanza del sindaco impone la chiusura alle 23. I gestori: «70 euro di incasso a serata non bastano». Confesercenti: «Esiste un problema tanto che hanno installato telecamere»

«Se entro domani non avremo buone notizie per ampliare l’apertura del locale almeno sino e non oltre alle 2 nei giorni settimanali e alle 3 nel weekend credo che sabato chiuderemo per sempre». È il grido d’allarme in versione ultimatum lanciato dai gestori del pub Woodstock di Ravenna a cui un’ordinanza del Comune impone la chiusura alle 23 per ragioni di pubblica sicurezza e eccessivo rumore.

Lavorare fino alle 23 non consente l’afflusso di clientela necessario per garantire un incasso che mandi avandi il locale: «Non possiamo stare aperti per incassare 70 euro al giorno come ieri sera – scrivono oggi, 12 novembre, i gestori sulla propria pagina Facebook –. Spero nella saggezza del sindaco che si è reso disponibile a trovare una soluzione. Anche noi gestori abbiamo figli piccoli e siamo persone che lavoriamo onestamente 16 ore al giorno umilmente. Se non vi saranno novità saremo costretti a chiudere e a fallire non pagando più nulla. Ad oggi noi paghiamo tutto e tutti: giusto per essere chiari, facciamo a tutti lo scontrino».

L’ordinanza firmata dal sindaco Fabrizio Matteucci è in vigore dal 10 novembre ed è già arrivata la prima sanzione per una presunta infrazione delle disposizioni: la polizia municipale ha staccato un verbale da 400 euro sostenendo che alle 23.30 il locale era ancora in attività, i gestori sostengono che invece la chiusura era avvenuta all’orario prestabilito e le luci fossero accese all’interno per le pulizie di fine serata mentre alcuni clienti si era soffermati all’esterno dopo essere usciti alle 23.

Uno dei gestori ha incontrato il primo cittadino in municipio nel pomeriggio di ieri. Inviando inseguito una richiesta di modifica dei vincoli imposti nell’ordinanza spostando l’orario di chiusura dalle 23 alle 3 per venerdì e sabato e alle 2 per le altre serate. Per ottenere questi nuovi orari avanzano una serie di proposte e impegni: «Con effetto immediato, non saranno più utilizzati tavoli esterni, non saranno servite bibite all’ esterno né cibo, sarà monitorata la situazione esterna sia dal personale sia da telecamere istallate solamente all’esterno del locale, verranno allontanati clienti troppo rumorosi, il servizio di somministrazione di alimenti e bevande avverrà solamente ed unicamente all’interno. Stiamo valutando la possibilità, se sarà concessa, di un ampliamento ammesso e concesso che i condomini lo concedano, con tutti crismi di insonorizzazione ed autorizzazioni Arpa e edilizie. Faremo molta attenzione in rumori eccessivi interni ed esterni, e non saranno tollerati, il nostro intento è lavorare con studenti universitari e clientela selezionata».

Matteucci prende tempo: «Esaminerò. Soprattutto valuterò insieme alla polizia municipale e le forze dell’ordine, perché questo è il contesto dopo le decine e decine di sanzioni di questi mesi e soprattutto dopo le denunce per fatti che riguardano l’incolumità delle persone: oggetto di queste denunce non sono né i clienti, ne i vicini, né passanti occasionali».

Intanto sulla vicenda arriva il commento di Confesercenti, attraverso il presidente comunale Gianluca Gasperoni: «Bastava leggere l’ordinanza e ascoltare quanto ha dichiarato il gestore del locale. E rendersi conto che questa storia non ha niente a che vedere con le polemiche sui rumori nei locali del centro. L’ordinanza parte da segnalazioni sia da parte di attività che di residenti ed avvisa che la sicurezza urbana è compromessa; il gestore del pub riconosce che un problema esiste tanto che ha installato telecamere ed assunto un bodyguard. Questi sono i fatti e le cose avvenute».

La chimica in sciopero anche a Ravenna per «far cambiare idea a Eni»

I sindacati sulla vendita di Versalis: «In gioco c’è una parte
strategica dell’industria manifatturiera di questo paese»

Due ore di sciopero il 19 novembre, con il coinvolgimento di tutti i 900 lavoratori del gruppo. È quanto deciso dalle Rsu e le segreterie di Cgil, Cisl e Uil del settore chimico, e in particolare delle società dell’Eni Versalis e Ravenna Servizi Industriali. Un’iniziativa di protesta al piano di disimpegno di Eni dalle attività industriali in Italia: «La preoccupazione verso le incertezze sul futuro e la ferma contrarietà alle strategie di Eni sono gli stati d’animo e la posizione che accomuna tutti i lavoratori e i loro rappresentanti».

Ferma è la contrariteà, in particolare, al piano di progressivo abbandono evidenziato dall’Ad Descalzi, emerso dall’incontro del 30 di ottobre con le segreterie nazionali, «dove appare molto chiaro – si legge nella nota dei sindacati – il disegno che configurerà l’Eni del futuro solo come una Oil Company internazionale con la quasi totalità delle attività e dei dipendenti rivolta all’estero».

In discussione, secondo i sindacati, «c’è l’intero sistema della Perforazione, Raffinazione, Gas e Produzione di Energia Elettrica e della Chimica, che con la conferma di concrete e reali trattative per la cessione della quota di maggioranza ad un fondo di investimento straniero, rappresenta l’operazione più controversa e preoccupante con il maggior impatto per le possibili ripercussioni occupazionali di rilevanza nazionale».

«Eni deve rimanere società di maggioranza in Versalis – continua la nota – mantenendo una sua presenza forte e capace di garantire una prospettiva occuapazionale per i suoi 5mila addetti, ma soprattutto una prospettiva industriale strategica per il paese. Per far questo è necessario che Versalis garantisca il piano di investimenti previsti su petrolchimica tradizionale e rispetti tutti gli impegni presi su chimica verde, obiettivi importanti e ambiziosi che se interrotti rischierebbero di buttare anni di ricerca e milioni di euro di investimenti».

Nel pomeriggio del 13 novembre i sindacati incontreranno le istituzioni locali per fare il punto anche in vista dell’incontro con Eni richiesto dalla Regione Emilia-Romagna previsto per il 17 novembre, dove si chiederà l’apertura di un confronto al Mise per chieder conto ad Eni su chimica ed estrazioni a livello nazionale e nel nostro territorio. Questa prima fase si apre con una grande assemblea pubblica nazionale, prevista a Roma per il 28 novembre.

«Il nostro obiettivo chiaro e determinato è di far cambiare idea ad Eni – terminano i sindacati – perché in gioco non c’è solo un’azienda chimica, ma una parte strategica dell’industria manifatturiera di questo paese ed è per questo che metteremo in atto tutte le forme di azione e di protesta utili alla difesa di questo grande patrimonio produttivo e professionale rappresentato dalla chimica italiana».

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