lunedì
15 Giugno 2026

Parte l’ampliamento della scuola Ricci Muratori Nuova ala con 14 aule per elementari e medie

Lavori finanziati dal Comune per 2,55 milioni di euro. L’assessore annuncia la data del completamento: entro il 4 dicembre 2016

Apre oggi, 21 settembre, il cantiere per l’ampliamento della scuola primaria e secondaria di primo grado Ricci Muratori in piazza Ugo La Malfa a Ravenna: completamento previsto per il 4 dicembre 2016. Così annuncia l’assessore comunale ai Lavori pubblici Enrico Liverani.

La spesa, finanziata interamente dall’amministrazione comunale, è di 2,55 milioni di euro; i lavori verranno eseguiti da un’associazione temporanea di imprese fra il consorzio Cear ed il consorzio Arco, entrambi di Ravenna. «L’intervento – spiega Liverani – consiste nella realizzazione di un’ala a pianta rettangolare, su due piani, adiacente all’edificio esistente e ad esso collegata, occupando una superficie complessiva di circa 1.550 metri quadrati. Il nuovo edificio conterrà 14 aule ordinarie, un’aula di psicomotricità e due aule per attività speciali. Tali locali saranno appunto destinati alla scuola primaria, aggiungendosi alle otto aule già realizzate con il primo stralcio, oltre alla palestra e all’auditorium, che ha comportato un investimento di 3,72 milioni». Sono inoltre previsti lavori di efficientamento energetico dell’intero edificio, mediante sostituzione delle caldaie esistenti con altre a condensazione e ammodernamento del sistema di regolazione dell’impianto. La centrale termica attuale sarà smantellata – i suoi locali saranno adibiti ad archivio per gli uffici della segreteria – e spostata nel locale tecnico già costruito durante i lavori del primo stralcio e posto al di sopra della zona spogliatoi della palestra.

E a Ravenna si riscrive la storia: il conte di Cavour è morto nel 1865

L’errore nelle targhe toponomastiche della via del centro, mentre in piazza Unità d’Italia è stata inaugurata una scultura a lui dedicata

Domenica, 20 settembre, è stata inaugurata in centro a Ravenna, in piazza Unità d’Italia, la scultura in bronzo dedicata a Cavour e Mazzini, “che lottarono per un’Italia unita e libera”, realizzata da Nicola Zamboni e già finita nel mirino dello storico ravennate Andrea Baravelli (vedi articoli correlati).

Intanto, però, a pochi metri di distanza, le nuove targhe toponomastiche in mosaico di via Cavour sono state realizzate e affisse con un evidente errore: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, meglio noto come conte di Cavour, è infatti morto nel 1861 da primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Regno d’Italia, mentre nelle targhe è indicata come data di morte il 1865.

Contestualmente alla scultura, in piazza Unità d’Italia sono stati inaugurati (come si vede nella foto in alto) anche due trompe l’oeil, dipinti sulle finestre murate sopra la scultura. I due quadri ritraggono cittadini affacciati, intenti a festeggiare l’Unità d’Italia e i suoi padri; sono stati realizzati da Catherine Horn e Gianni Todaro, che da quattro anni vivono e operano a Ravenna, dove si possono ammirare le loro opere firmate “Spazi da Vivere”.

Storie di veri delitti imperfetti nelle cronache di Raggi e Galeati

Una raccolta di vicende nere narrate dai giornalisti del Carlino che seguirono le indagini. La presentazione il 21 al Caffè Letterario. 

Libro Delitti (im)perfettiIl delitto perfetto non è quello in cui l’assassino è il machiavellico tessitore di un piano diabolico, ma sono quelli in cui a causa dei mezzi limitati o di errori umani, il crimine rimane irrisolto. Questa è la teoria di due noti cronisti di nera ravennati, Nevio Galeati e Carlo Raggi, autori di Delitti (im)perfetti. Il volume (pubblicato da PaGiNe Edizioni) che rievoca una serie di storie nere e delle conseguenti indagini avvenute nell’arco di alcuni decenni nella provincia ravennate sarà presentato lunedì 21 settembre, alle 18.30, al Caffè Letterario di Ravenna (via Diaz) per il festival “GialloLuna NeroNotte“.

Nevio come è nata l’idea di questo libro che raccoglie 25 casi irrisolti di omicidi ravennati?
«Tutto è partito dalla rubrica tenuta su “Ravenna&Dintorni“ nel 2011. Avevo deciso di trattare solo delitti eclatanti le cui sentenze erano già passate in giudicato, per evitare problemi. I lettori hanno reagito bene e così mi è venuta l’idea di raccontare i delitti che erano rimasti irrisolti, o perché non si era capito chi fosse l’assassino o, più spesso, perché la magistratura non aveva abbastanza elementi per arrestare il sospettato. Per arricchire il lavoro ho chiesto aiuto all’unico vero grande cronista di nera di Ravenna: Carlo Raggi. Il babbo di tutti i cronisti di giudiziaria della zona».

Da direttore del festival “GialloLuna NeroNotte“ sei diventato un grande esperto di gialli, a quali maestri ti sei ispirato per questo libro?
«Abbiamo scelto lo stile del giornalismo di una volta, senza fronzoli e senza avverbi. Come insegnava un vecchio caporedattore: “Le frasi nei giornali devono essere: soggetto, predicato e complemento oggetto. Se vuoi mettere un aggettivo, prima me lo chiedi. Per gli avverbi ne riparliamo l’anno prossimo”».

Sono storie che voi avevate seguito sul campo?
«Sì, sono quasi tutti morti che abbiamo visto in persona, a volte prima della polizia. Come il caso di una commessa della Coop trovata morta nella ghiacciaia a Zagonara di Lugo. Arrivarono dal marito i giornalisti prima della polizia, salvo poi scoprire che era lui l’assassino».

Nevio GaleatiNel libro scrivete che spesso i casi rimangono irrisolti non per bravura dell’assassino, ma per errori nelle indagini…
«Una volta il figlio accusò il padre di aver tagliato a pezzi la madre, e di averla gettata nell’inceneritore. Una lettera anonima informò la polizia che il corpo della donna si trovava sulla riva dei Fiumi Uniti. Lo cercarono, ma non fu trovato. Un anno dopo, casualmente fu ritrovato uno scheletro, proprio sull’argine del fiume. Lo avevano cercato sul lato sbagliato…».

Come è cambiato oggi il lavoro di cronista rispetto a un tempo?
«All’epoca prendevamo freddo a girare continuamente su e giù e i giudici non volevano sapere di parlare con noi. Adesso invece i magistrati parlano volentieri con la stampa».

E voi, siete mai stati indagati?
«Sì, abbiamo avuto un processo per aver violato il segreto istruttorio, ma poi ci assolsero subito».

Com’è trovarsi viso a viso con un assassino?
«A vederli sembrano persone normalissime. Una volta incontrai uno che aveva ucciso una persona dopo aver avuto un attacco di ira, per ragioni di soldi. Il giorno dopo sembrava una persona molto tranquilla…».

Chiunque quindi potrebbe essere un potenziale assassino?
«Dipende da cosa succede nella vita e da come si reagisce. A volte ti taglia la strada uno che è passato col rosso e ti trovi a gridargli dietro. Altri reagiscono ancora peggio. Ci sono persone che perdono la testa, ma finché non accade, non diresti mai che sono dei potenziali assassini».

Storie di veri delitti imperfetti nelle cronache di Raggi e Galeati

Una raccolta di vicende nere narrate dai giornalisti del Carlino che seguirono le indagini. La presentazione il 21 al Caffè Letterario. 

Libro Delitti (im)perfettiIl delitto perfetto non è quello in cui l’assassino è il machiavellico tessitore di un piano diabolico, ma sono quelli in cui a causa dei mezzi limitati o di errori umani, il crimine rimane irrisolto. Questa è la teoria di due noti cronisti di nera ravennati, Nevio Galeati e Carlo Raggi, autori di Delitti (im)perfetti. Il volume (pubblicato da PaGiNe Edizioni) che rievoca una serie di storie nere e delle conseguenti indagini avvenute nell’arco di alcuni decenni nella provincia ravennate sarà presentato lunedì 21 settembre, alle 18.30, al Caffè Letterario di Ravenna (via Diaz) per il festival “GialloLuna NeroNotte“.

Nevio come è nata l’idea di questo libro che raccoglie 25 casi irrisolti di omicidi ravennati?
«Tutto è partito dalla rubrica tenuta su “Ravenna&Dintorni“ nel 2011. Avevo deciso di trattare solo delitti eclatanti le cui sentenze erano già passate in giudicato, per evitare problemi. I lettori hanno reagito bene e così mi è venuta l’idea di raccontare i delitti che erano rimasti irrisolti, o perché non si era capito chi fosse l’assassino o, più spesso, perché la magistratura non aveva abbastanza elementi per arrestare il sospettato. Per arricchire il lavoro ho chiesto aiuto all’unico vero grande cronista di nera di Ravenna: Carlo Raggi. Il babbo di tutti i cronisti di giudiziaria della zona».

Da direttore del festival “GialloLuna NeroNotte“ sei diventato un grande esperto di gialli, a quali maestri ti sei ispirato per questo libro?
«Abbiamo scelto lo stile del giornalismo di una volta, senza fronzoli e senza avverbi. Come insegnava un vecchio caporedattore: “Le frasi nei giornali devono essere: soggetto, predicato e complemento oggetto. Se vuoi mettere un aggettivo, prima me lo chiedi. Per gli avverbi ne riparliamo l’anno prossimo”».

Sono storie che voi avevate seguito sul campo?
«Sì, sono quasi tutti morti che abbiamo visto in persona, a volte prima della polizia. Come il caso di una commessa della Coop trovata morta nella ghiacciaia a Zagonara di Lugo. Arrivarono dal marito i giornalisti prima della polizia, salvo poi scoprire che era lui l’assassino».

Nevio GaleatiNel libro scrivete che spesso i casi rimangono irrisolti non per bravura dell’assassino, ma per errori nelle indagini…
«Una volta il figlio accusò il padre di aver tagliato a pezzi la madre, e di averla gettata nell’inceneritore. Una lettera anonima informò la polizia che il corpo della donna si trovava sulla riva dei Fiumi Uniti. Lo cercarono, ma non fu trovato. Un anno dopo, casualmente fu ritrovato uno scheletro, proprio sull’argine del fiume. Lo avevano cercato sul lato sbagliato…».

Come è cambiato oggi il lavoro di cronista rispetto a un tempo?
«All’epoca prendevamo freddo a girare continuamente su e giù e i giudici non volevano sapere di parlare con noi. Adesso invece i magistrati parlano volentieri con la stampa».

E voi, siete mai stati indagati?
«Sì, abbiamo avuto un processo per aver violato il segreto istruttorio, ma poi ci assolsero subito».

Com’è trovarsi viso a viso con un assassino?
«A vederli sembrano persone normalissime. Una volta incontrai uno che aveva ucciso una persona dopo aver avuto un attacco di ira, per ragioni di soldi. Il giorno dopo sembrava una persona molto tranquilla…».

Chiunque quindi potrebbe essere un potenziale assassino?
«Dipende da cosa succede nella vita e da come si reagisce. A volte ti taglia la strada uno che è passato col rosso e ti trovi a gridargli dietro. Altri reagiscono ancora peggio. Ci sono persone che perdono la testa, ma finché non accade, non diresti mai che sono dei potenziali assassini».

La penna dei Baustelle fra prosa e canzonette

Bianconi premiato dal festival “Dante 2021“

Francesco BianconiNei testi dei Baustelle si intravede un mondo cupo, fatto di decadenza, pornografia, droga e immagini cinematografiche. Forse è stato per dare una forma più concreta a questo mondo che Francesco Bianconi, cantante e autore della band  ha iniziato a scrivere romanzi. Il suo ultimo lavoro La resurrezione della carne edito da Mondadori sarà presentato a Ravenna per il festival “Dante2021“ sabato 19 settembre alle 21 al teatro Alighieri quando riceverà il premio “Musica e parole”.

Scrivere un libro e scrivere un testo di una canzone hanno qualcosa in comune? Cosa porta nei romanzi l’autore dei testi lirici dei Baustelle?
«Sono due scritture molto diverse. La prosa per me è molto più faticosa, forse perchè l’ho praticata meno. Le canzonette mi risultano più immediate. Funzionano più per illuminazioni, per sintesi. Non dico che siano poesie, ma forse funzionano nello stesso modo. La prosa mi mette a dura prova. Mi sento completamente solo in un mare totale di liberà, senza l’appiglio della musica e con troppe poche regole. Si è liberi a tal punto da venire sopraffatti dalla angoscia. Per superare questa angoscia, questa solitudine dello scrittore di prosa, io che di lavoro scrivo canzonette, cerco di far suonare nella mia testa una musica. Cerco di portare nella prosa la musica. Cerco di seguire un ritmo».

Come nascono le sue storie?
«Cerco di fare in modo che il mondo che sto creando con la scrittura non faccia acqua da nessuna parte. Cerco di calarmi nella storia, anche con ripercussioni non piacevoli nella vita reale. Mi immedesimo a tal punto con quel mondo inventato che ho problemi a relazionarmi con la vita vera…».

Quando uscì il suo primo romanzo disse che era stato per togliersi una voglia che aveva fin da ragazzino di scrivere un libro, ma che sarebbe stato l’unico. Come mai ora ha sentito il desiderio di tornare alla narrativa?
«Mi sono accorto che avevo una storia da raccontare, nata così, inconsciamente. Allora ho pensato: Perché non scriverla? Nel primo romanzo ero partito da tanti racconti, che avevo intrecciato in un’unica storia. Questa volta sono partito da una storia classica, un embrione di trama che ho iniziato a ripetermi in testa finché non è diventata un romazo».

Il protagonista del suo romanzo è autore delle sceneggiature di una serie tv sugli zombi. Quello dei morti viventi è un tema che evoca molte metafore. Chi sono per lei gli zombi?
«Il romanzo è ambientato in una Milano del futuro in cui le persone sono ossessionate dall’idea di parlare di cibo, di twittare e condividere foto del cibo. Gli zombi sono il contrario, sono “il mangiare” nel senso più primitivo, seguono solo l’istinto».

Milano è lo scenario di questo romanzo, come di moltissime sue canzoni, che rapporto ha con la sua città?
«Milano è la città in cui vivo e che amo. Amare non significa, per me, “felicità”. L’amore è fatto anche di conflittualità e di crisi. La amo come amo le donne. L’amore non è mai una linea stabile, ma è sempre molto frastagliata».

Questa Milano ossessionata dal cibo ricorda molto la Milano dell’Expo…
«Ho iniziato a scrivere il libro senza pensare all’Expo, ma poi questa concomitanza casuale ha fatto gioco al libro. La storia è ambientata cinque anni dopo l’Expo, potremmo dire nel anno quinto D.E., Dopo Expo».

Ivan Sacchi, il protagonista, è ossessionato dal suo successo, c’è qualcosa di autobiografico? Anche a lei pesa la sua notorietà?
«Sì, vivo in maniera tormentata il fatto di fare un mestiere che mi rende un personaggio pubblico. Che mi obbliga a spettacolarizzare alcuni aspetti della mia vita. Dovrei parlarne con il mio analista… Sicuramente il senso di colpa è una cosa che ho in comune con il protagonista di questa storia».

Amen, I mistici dell’occidente sono i titoli di due album dei Baustelle, ora il libro La resurrezione della carne, sembrerebbe che il cristianesimo abbia una impronta profonda nella sua scrittura… anche questa è inconscia?
«La frase che ho preso in prestito dalla religione cattolica è una frase che mi è sempre piaciuta molto. Ho pensato che traslata potesse essere un buon titolo per parlare di morti viventi e quindi anche per il romanzo…».

Nelle sue canzoni le parole hanno una grande importanza, vengono prima le parole o la musica?
«Non parto mai dalle parole, ma sempre dalla musica, però per me sono di uguale importanza. Scrivere parole per me è molto più difficile, perché sono molto critico e cestino molte cose. Come le melodie sono più auto-indulgente. Anche da ascoltatore amo più le canzoni in cui le parole mi danno qualcosa, non solo nelle canzoni d’autore, ma anche nella musica pop e rock».

Si dice che sarà con le sue canzoni al prossimo Sanremo…
«Ancora non so niente. Speriamo. Come ogni anno mi arrivano richieste per scrivere dei brani, a volte vengono accettate, altre no, ma per ora, per scaramanzia, diciamo che non c’è niente di sicuro».

Nel laboratori di beni culturali alla ricerca del Dna perduto

Il prof Gruppioni racconta le indagini del centro di Antropologia fisica all’avanguardia in Italia, fra scheletri, mummie e analisi da CSI

Prof Gruppioni la Antropologia fisicaHanno identificato i resti del poeta quattrocentesco Matteo Maria Boiardo e scoperto troppo arsenico nel corpo di Pico della Mirandola. Hanno studiato le ossa di alcuni membri della famiglia Gonzaga e collaborato a dare un volto a Dante, mentre sui canali della Rai viene ancora trasmesso il documentario sulla loro ricerca dei resti del Caravaggio. Il professore Giorgio Gruppioni e il suo staff hanno portato il nome della sede di Ravenna dell’Università di Bologna all’attenzione non solo del mondo scientifico ma anche del grande pubblico, a livello nazionale e internazionale. I casi citati sono frutto di un lavoro continuativo in seno al Dipartimento di Beni Culturali iniziato dallo stesso Gruppioni – come ci racconta – in uno scantinato di Palazzo Corradini, con una sola studentessa, agli inizi degli anni Novanta, e che ha innalzato i laboratori di Ravenna a un livello di eccellenza tale da potersi confrontare e da poter collaborare con i più qualificati e prestigiosi centri di ricerca, in questo campo, in Italia e nel mondo.

Si tratta dei laboratori di Antropologia fisica – dove vengono analizzati in particolare i resti umani, anche attraverso tecnologie avanzate come quelle basate sui modelli digitali dei reperti – e quello appena inaugurato del Dna antico che – grazie anche ai contributi concessi dalle fondazioni della Cassa di Risparmio di Ravenna e del Monte di Bologna e Ravenna – può contare su strumentazioni tra le più avanzate nel campo delle ricerche sul Dna proveniente da reperti biologici antichi. Il laboratorio è stato anche oggetto di un importante intervento strutturale a cura dell’Area Edilizia e Logistica di Ateneo per renderlo rispondente ai più aggiornati requisiti operativi in questo campo di ricerca, volti in particolare a contenere i rischi di contaminazioni. A questo scopo vi sarà installato anche un sistema particolare di aerazione – ci spiega lo stesso professor Gruppioni durante una breve chiacchierata – che, assicurando una pressione positiva all’interno del laboratorio, consentirà di minimizzare la veicolazione di Dna esogeno attraverso l’aria. Per questo è anche necessario che chi vi opera all’interno, adotti particolari precauzioni e indossi un’apposita attrezzatura (tuta, mascherina, guanti…).

Laboratori di Antropologia Fisica a RavennaUna peculiarità che hanno i due laboratori di via degli Ariani, in centro a Ravenna, è quella di poter svolgere in piena sinergia e contiguità anche logistica, ricerche complementari sui medesimi reperti di studio, attraverso analisi antropologiche, biologiche e genetiche secondo un approccio per certi aspetti originale (solitamente, nella medesima struttura di ricerca, o si studiano i resti umani o il loro Dna,  più raramente entrambi) costituendo così un centro integrato di ricerca in cui lavorano fianco a fianco docenti, tesisti, dottorandi e studenti provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, tanto che il professor Gruppioni è costretto a organizzare veri e propri turni durante l’anno accademico a causa dell’elevata richiesta.

«Gli studenti – racconta Gruppioni – sono spinti soprattutto dalla voglia di fare esperienze pratiche, qui possono infatti mettere le mani sui materiali (mentre parla ci mostra una laureanda che sta ricomponendo un teschio nel laboratorio di antropologia fisica, ndr), imparare ad applicare le tecniche analitiche e diagnostiche e ad utilizzare gli strumenti, a fare esperienze concrete di ricerca. Poi c’è indubbiamente anche quella sorta di fascino e di attrazione che nell’immaginario comune esercitano i materiali oggetto delle nostre ricerche, come ad esempio quell’alone di mistero che avvolge le mummie (il centro diretto da Gruppioni si è occupato recentemente di quelle di Roccapelago sull’alto Appennino modenese, risalenti al XVI-XVIII secolo, divenute celebri in tutto il mondo, ndr); l’emozione di scoprire aspetti ignoti, storie, vicende della vita, malattie, lesioni di individui vissuti nel passato a partire da piccole tracce: un lavoro che per molti aspetti è simile a quello dell’antropologia forense e delle indagini scientifiche condotte nella ricerca di persone scomparse o nell’ambito di fatti criminosi; o anche solo la passione per CSI (la celebre serie tv sulla polizia scientifica americana, ndr)…».

Laboratori di Antropologia Fisica a RavennaL’ottica in cui che si pone la ricerca svolta dallo staff di Gruppioni è essenzialmente di carattere storico cioè quella di contribuire a scoprire o chiarire fatti, eventi e vicende del passato («anche perché gli storici non sempre ci hanno tramandato la verità oggettiva dei fatti ma una loro personale visione degli stessi», sorride il professore). «In estrema sintesi – spiega – ci si propone di ricostruire le caratteristiche, la storia e la vita di individui e popolazioni di un passato più o meno remoto tramite lo studio di quanto più tangibile, che a volte è anche il solo che rimane, cioè i loro resti». A volte anche animali o vegetali, come nel caso del coinvolgimento nell’analisi della pergamena del rotolo della Torah – la Bibbia ebraica – riscoperta dal professor Mauro Perani e conservata alla Bub di Bologna.

 Ma la ricerca che viene svolta nei due laboratori di Ravenna non guarda solo al passato: «a partire dallo studio dei reperti – continua Gruppioni – ci si proietta anche verso possibili ricadute attuali e future, come ad esempio quella della valorizzazione e fruizione dei risultati attraverso la realizzazione di mostre e sistemi di comunicazione multimediali», senza contare le possibili implicazioni nel campo della ricerca medica, con già collaborazione avviate con Ausl e centri privati. «In questo momento per esempio – rivela Gruppioni – stiamo lavorando ad un progetto, già finanziato in parte dalla Fondazione del Monte, basato sullo studio di resti umani di individui morti nel corso delle storiche epidemie di peste, con cui vorremmo, tra l’altro, capire come mai la città di Forlì, come attestano le fonti storiche, sia stata risparmiata dalla famosa epidemia del 1630 che colpì invece pesantemente il resto dell’Emilia-Romagna. Il Dna infatti ci consente oggi, non soltanto di studiare l’uomo ma anche i patogeni che ne hanno afflitto la vita nel passato e come questi sono mutati nel tempo. Ciò può avere una evidente ricaduta anche sul presente dal momento che, sebbene rara nella società contemporanea, la peste è considerata una malattia riemergente, presente soprattutto a latitudini tropicali e subtropicali dove se ne registrano alcune migliaia di casi all’anno».

Grazie alla dotazione di attrezzature aggiornate e alla presenza di ricercatori altamente specializzati («purtroppo precari»), che si sono formati in questi anni, il laboratorio guarda anche, come possibile sviluppo futuro, al campo delle indagini forensi: con adeguato personale dedicato e strutturato e il necessario supporto economico potrebbe diventare dunque un ottimo strumento per risolvere altri misteri…

Nel laboratori di beni culturali alla ricerca del Dna perduto

Il prof Gruppioni racconta le indagini del centro di Antropologia fisica all’avanguardia in Italia, fra scheletri, mummie e analisi da CSI

Prof Gruppioni la Antropologia fisicaHanno identificato i resti del poeta quattrocentesco Matteo Maria Boiardo e scoperto troppo arsenico nel corpo di Pico della Mirandola. Hanno studiato le ossa di alcuni membri della famiglia Gonzaga e collaborato a dare un volto a Dante, mentre sui canali della Rai viene ancora trasmesso il documentario sulla loro ricerca dei resti del Caravaggio. Il professore Giorgio Gruppioni e il suo staff hanno portato il nome della sede di Ravenna dell’Università di Bologna all’attenzione non solo del mondo scientifico ma anche del grande pubblico, a livello nazionale e internazionale. I casi citati sono frutto di un lavoro continuativo in seno al Dipartimento di Beni Culturali iniziato dallo stesso Gruppioni – come ci racconta – in uno scantinato di Palazzo Corradini, con una sola studentessa, agli inizi degli anni Novanta, e che ha innalzato i laboratori di Ravenna a un livello di eccellenza tale da potersi confrontare e da poter collaborare con i più qualificati e prestigiosi centri di ricerca, in questo campo, in Italia e nel mondo.

Si tratta dei laboratori di Antropologia fisica – dove vengono analizzati in particolare i resti umani, anche attraverso tecnologie avanzate come quelle basate sui modelli digitali dei reperti – e quello appena inaugurato del Dna antico che – grazie anche ai contributi concessi dalle fondazioni della Cassa di Risparmio di Ravenna e del Monte di Bologna e Ravenna – può contare su strumentazioni tra le più avanzate nel campo delle ricerche sul Dna proveniente da reperti biologici antichi. Il laboratorio è stato anche oggetto di un importante intervento strutturale a cura dell’Area Edilizia e Logistica di Ateneo per renderlo rispondente ai più aggiornati requisiti operativi in questo campo di ricerca, volti in particolare a contenere i rischi di contaminazioni. A questo scopo vi sarà installato anche un sistema particolare di aerazione – ci spiega lo stesso professor Gruppioni durante una breve chiacchierata – che, assicurando una pressione positiva all’interno del laboratorio, consentirà di minimizzare la veicolazione di Dna esogeno attraverso l’aria. Per questo è anche necessario che chi vi opera all’interno, adotti particolari precauzioni e indossi un’apposita attrezzatura (tuta, mascherina, guanti…).

Laboratori di Antropologia Fisica a RavennaUna peculiarità che hanno i due laboratori di via degli Ariani, in centro a Ravenna, è quella di poter svolgere in piena sinergia e contiguità anche logistica, ricerche complementari sui medesimi reperti di studio, attraverso analisi antropologiche, biologiche e genetiche secondo un approccio per certi aspetti originale (solitamente, nella medesima struttura di ricerca, o si studiano i resti umani o il loro Dna,  più raramente entrambi) costituendo così un centro integrato di ricerca in cui lavorano fianco a fianco docenti, tesisti, dottorandi e studenti provenienti da tutta Italia e anche dall’estero, tanto che il professor Gruppioni è costretto a organizzare veri e propri turni durante l’anno accademico a causa dell’elevata richiesta.

«Gli studenti – racconta Gruppioni – sono spinti soprattutto dalla voglia di fare esperienze pratiche, qui possono infatti mettere le mani sui materiali (mentre parla ci mostra una laureanda che sta ricomponendo un teschio nel laboratorio di antropologia fisica, ndr), imparare ad applicare le tecniche analitiche e diagnostiche e ad utilizzare gli strumenti, a fare esperienze concrete di ricerca. Poi c’è indubbiamente anche quella sorta di fascino e di attrazione che nell’immaginario comune esercitano i materiali oggetto delle nostre ricerche, come ad esempio quell’alone di mistero che avvolge le mummie (il centro diretto da Gruppioni si è occupato recentemente di quelle di Roccapelago sull’alto Appennino modenese, risalenti al XVI-XVIII secolo, divenute celebri in tutto il mondo, ndr); l’emozione di scoprire aspetti ignoti, storie, vicende della vita, malattie, lesioni di individui vissuti nel passato a partire da piccole tracce: un lavoro che per molti aspetti è simile a quello dell’antropologia forense e delle indagini scientifiche condotte nella ricerca di persone scomparse o nell’ambito di fatti criminosi; o anche solo la passione per CSI (la celebre serie tv sulla polizia scientifica americana, ndr)…».

Laboratori di Antropologia Fisica a RavennaL’ottica in cui che si pone la ricerca svolta dallo staff di Gruppioni è essenzialmente di carattere storico cioè quella di contribuire a scoprire o chiarire fatti, eventi e vicende del passato («anche perché gli storici non sempre ci hanno tramandato la verità oggettiva dei fatti ma una loro personale visione degli stessi», sorride il professore). «In estrema sintesi – spiega – ci si propone di ricostruire le caratteristiche, la storia e la vita di individui e popolazioni di un passato più o meno remoto tramite lo studio di quanto più tangibile, che a volte è anche il solo che rimane, cioè i loro resti». A volte anche animali o vegetali, come nel caso del coinvolgimento nell’analisi della pergamena del rotolo della Torah – la Bibbia ebraica – riscoperta dal professor Mauro Perani e conservata alla Bub di Bologna.

 Ma la ricerca che viene svolta nei due laboratori di Ravenna non guarda solo al passato: «a partire dallo studio dei reperti – continua Gruppioni – ci si proietta anche verso possibili ricadute attuali e future, come ad esempio quella della valorizzazione e fruizione dei risultati attraverso la realizzazione di mostre e sistemi di comunicazione multimediali», senza contare le possibili implicazioni nel campo della ricerca medica, con già collaborazione avviate con Ausl e centri privati. «In questo momento per esempio – rivela Gruppioni – stiamo lavorando ad un progetto, già finanziato in parte dalla Fondazione del Monte, basato sullo studio di resti umani di individui morti nel corso delle storiche epidemie di peste, con cui vorremmo, tra l’altro, capire come mai la città di Forlì, come attestano le fonti storiche, sia stata risparmiata dalla famosa epidemia del 1630 che colpì invece pesantemente il resto dell’Emilia-Romagna. Il Dna infatti ci consente oggi, non soltanto di studiare l’uomo ma anche i patogeni che ne hanno afflitto la vita nel passato e come questi sono mutati nel tempo. Ciò può avere una evidente ricaduta anche sul presente dal momento che, sebbene rara nella società contemporanea, la peste è considerata una malattia riemergente, presente soprattutto a latitudini tropicali e subtropicali dove se ne registrano alcune migliaia di casi all’anno».

Grazie alla dotazione di attrezzature aggiornate e alla presenza di ricercatori altamente specializzati («purtroppo precari»), che si sono formati in questi anni, il laboratorio guarda anche, come possibile sviluppo futuro, al campo delle indagini forensi: con adeguato personale dedicato e strutturato e il necessario supporto economico potrebbe diventare dunque un ottimo strumento per risolvere altri misteri…

«Noi blasfemi? Crediamo in dio e il murales cita i mosaici di San Vitale» 

La replica degli autori dell’opera attaccata da Lista per Ravenna «Accettiamo qualunque critica ma i tentativi di censura no» 

«La mano che secondo qualcuno farebbe le corna in realtà è in una citazione della mano di dio che si vede nei mosaici di San Vitale. È tutt’altro che qualcosa di blasfemo». I ravennati Alessandro Lonzi e Anna Agati sono gli autori del murales realizzato sul muro dell’ex ippodromo a Ravenna, nell’ambito del festival di street art Subsidenze, che ha scatenato la reazione di Gianluca Benzoni, esponente di Lista per Ravenna e Udc, arrivato a chiederne la modifica per nascondere le parti che secondo il politico sarebbero offensive verso la religione cattolica.

L’attacco vale tanta pubblicità ma di fronte alle accuse di blasfemia non sono potuti restare zitti. Perché l’idea di partenza era tutt’altra: «In un’opera d’arte ognuno può vedere quello che vuole ed è il bello dell’arte – dicono Lonzi e Agati – ma vedere blasfemia nel nostro murales è proprio sbagliato perché l’intenzione e le immagini sono l’opposto. L’intenzione dell’opera che si chiama “La Pala di Ravenna” (5 metri per 2,50) è quella di mostrare l’attualità dei valori spirituali nell’epoca moderna». In buona sostanza l’opera raffigura alcuni santi patroni di alcune forme artistiche rivisti in chiave moderna: ad esempio la protettrice della musica Santa Cecilia ha un lettore mp3, San Luca patrono della pittura diventa uno street artist e via dicendo. I nomi dei diversi santi raffigurati come tag di Facebook. E quella mano che ritorna tre volte con pollice, indice e mignolo alzati non è nulla di volgare: «È un simbolo d’amore universale, nel linguaggio dei segni rappresenta la frase “I love you”, nella simbologia induista è un gesto per tenere lontani i demoni. Un gesto positivo anche nelle intenzioni del cantante Ronnie James»

Benzoni li ha accusati di voler provocare la religione cattolica. Loro smentiscono la possibilità che le cose stiano così e anzi assicurano di credere in dio: «Un dio unico, senza chiederci quale sia quello giusto in cui credere. Abbiamo cercato di dare una lettura moderna a temi sacri. Forse la chiesa dovrebe capire che sta parlando con linguaggi che non arrivano più ai giovani». Agati esemplifica la cosa con un paragone tecnologico: «Ai tempi moderni dei computer i floppy disk non esistono più e invece la chiesa continua a usare quelli per rivolgersi a chi oggi usa il tablet».

Ma se l’arte è liberamente interpretabile, allora fa parte dei giochi pure la critica e la lettura blasfema? «Certo, ognuno può vedere quello che vuole e ci fa piacere la critica, incontreremo Benzoni con gli organizzatori del festival e il confronto sarà stimolante. Ma quello che non ci è piaciuto è aver sentito l’ipotesi di censurare le opere. La censura è cosa da regimi integralisti, non è cultura».

E i due artisti hanno incontrato Benzoni in serata, insieme a Marco Miccoli, tra gli organizzatori del festival. I quattro dicono ora di essersi chiariti grazie al dialogo e l’esponente di Lista per Ravenna addirittura ha ringraziato pubblicamente «i ragazzi del murales».

Ma il rappresentante di Lpr se l’era presa anche con il Comune che ha patrocinato il festival con un contributo economico (per la precisione andato agli artisti internazionali e non ai sedici giovani artisti tra cui Lonzi e Agati che hanno lavorato all’ex ippodromo). Così su Facebook arriva anche il commento di Valentina Morigi, assessore alle Politiche giovanili: «Non riesco a comprendere come tutta questa bellezza possa essere blasfema o fuori luogo. Qualcuno diceva che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Di fronte alle accuse di un esponente di Lista per Ravenna, penso che forse anche la bruttezza sia negli occhi di chi guarda».

Liverani sindaco? L’Edera dice no «Si allontana l’accordo con il Pd»

Il segretario del Pri critica la scelta dei democratici in vista del voto
«Vogliono fare da soli, non è un bella giornata per il centrosinistra»

«Le decisioni del Pd sul candidato a sindaco allontanano la possibilità di un accordo col Pri. Quella di ieri non è stata un bella giornata per il centrosinistra di Ravenna». Il segretario comunale e provinciale dell’Edera, Eugenio Fusignani, reagisce così al voto dell’assemblea Pd che ha approvato la candidatura a sindaco di Enrico Liverani come proposta democratica alla futura coalizione di centrosinistra.

E pensare che Michele de Pascale, omologo di Fusignani sul fronte piddino, aveva usato parole di apertura verso i repubblicani dopo la scelta dell’assessore per il dopo Matteucci: «In questi giorni sono in corso incontri e contatti con il Pri che per noi è un interlocutore fondamentale. Ci stanno presentando contenuti, progetti e personalità verso i quali abbiamo profondo rispetto».

L’Edera non ha gradito il modo in cui si è arrivati al nome: «Avevamo chiesto di costruire insieme un percorso che, oltre ad un forte impegno programmatico che segnasse una rottura col recente passato, portasse all’indicazione di un sindaco e alla definizione delle caratteristiche della coalizione. La strada che ha scelto il Pd, invece, è quella di fare tutto da solo. Mi domando, ad esempio, quale sarebbe la risposta del Pd se gli chiedessimo fino a che punto arrivi la loro disponibilità, ad esito di un confronto col Pri, a mettere in discussione la scelta del candidato a sindaco».

Parte la corsa di Liverani a sindaco «Promotori del cambiamento richiesto»

L’assemblea comunale sceglie all’unanimità (132 voti) l’assessore
ex Cgil per il dopo Matteucci. Via agli incontri per la coalizione

«Vogliamo stare sui temi e essere promotori del cambiamento che da più parti ci chiedono». Ecco tracciata la rotta del Partito democratico verso le elezioni amministrative di Ravenna nella primavera del 2016 e a farlo è il 39enne Enrico Liverani, assessore da gennaio scorso, al termine dell’assemblea comunale del Pd che all’unanimità (132 voti) ha scelto la sua candidatura unitaria come proposta democratica alla futura coalizione di centrosinistra. «Sono molto contento e emozionato per come è andata l’assemblea, sia per il buon clima tra le tante persone presenti, sia per i contenuti dei tanti interventi che si sono susseguiti – sono state le parole pronunciate dall’ex sindacalista Cgil –. È l’inizio del percorso di confronto per una coalizione di centrosinistra forte e pronta a presentare programmi e idee all’altezza delle aspettative e dei bisogni dei cittadini del nostro Comune. L’entusiasmo e la fiducia dell’assemblea sono la base su cui lanciare il Pd e la coalizione nel futuro del nostro territorio, città e forese». Partiranno nei prossimi giorni gli incontri con tutte le forze politiche, i movimenti e le proposte civiche «che vorranno essere in campo per definire insieme programmi, progetti e persone del nuovo centrosinistra ravennate».

Intanto Liverani ha già chiesto a Roberto Fagnani (coordinatore della segreteria provinciale) e Livia Molducci (presidente del consiglio comunale) di affiancarlo fin da subito nel coordinamento della campagna elettorale. Un primo momento ufficiale sarà il prossimo 24 ottobre in piazza Garibaldi con la tappa conclusiva di Immagina Ravenna, il percorso di partecipazione che il Pd ha lanciato nel tentativo di coinvolgere la cittadinanza con proposte che possano confluire nel programma di governo da presentare all’elettorato.

L’annuncio dell’esito dell’assemblea era stato dato in tarda serata da Michele de Pascale, segretario provinciale del Pd, dal suo profilo Facebook. «Questo non è un punto di arrivo ma di partenza – ha aggiunto il cervese il giorno dopo –. Ora vogliamo costruire una coalizione di centrosinistra autenticamente nuova, con nuovi programmi e nuovi protagonisti. In questi giorni sono in corso incontri e contatti con il Pri che per noi è un interlocutore fondamentale. Ci stanno presentando contenuti, progetti e personalità verso i quali abbiamo profondo rispetto. Stessa cosa avverrà con molti soggetti civici e rinnoviamo l’appello a chi si colloca a sinistra del Pd ma non vuole rinunciare a contribuire al governo della città. Ravenna dimostra a tutta Italia, che unità e innovazione possono andare di pari passo, speriamo che il nostro impegno sia da monito per tutti».

Gianandrea Baroncini, segretario comunale del Pd di Ravenna, ha voluto sottolineare l’entusiasmo della serata: «Un’assemblea così partecipata ed entusiasmante non si era mai vista nella seppur recente storia del Pd ravennate. Generosità, contenuti e soprattutto, finalmente, una nuova generazione realmente protagonista della città. Il Pd aveva molti nomi da spendere, tutti di grande qualità, ma su Enrico Liverani si è raccolta la stima e la fiducia di tutto il partito».

A coordinare la campagna elettorale, come detto, ci sarà Fagnani: «A Ravenna serve un progetto innovativo e una maggiore ambizione. Come Pd mettiamo a disposizione della città una nuova classe dirigente pronta ad assumersi tutte le responsabilità. Ho accolto con grande piacere l’invito di Enrico a guidare la sua campagna elettorale, in questi mesi, seppur con ruoli e sensibilità diverse abbiamo lavorato fianco a fianco».

Presente in sala anche Paolo Calvano, segretario regionale: «L’unitarietà del congresso regionale non è stata un caso, anzi, può rappresentare un utile riferimento per le scelte che il partito si troverà di fronte a livello locale. A titolo personale e a nome di tutto il Pd dell’Emilia Romagna, rivolgo un augurio di buon lavoro a Enrico e al Pd di Ravenna, nella consapevolezza che la strada che ci porta alle amministrative sia ancora lunga, ma che si sia fatto un primo fondamentale passo».

Sabotaggio notturno al velox spietato La Provincia ripara i cavi tagliati

Segnalazione alla procura. I due apparecchi sulla San Vitale a San Michele hanno fatto 14mila multe in due mesi

Un blitz notturno ha messo ko per un paio di giorni uno dei due autovelox fissi installati all’inizio di luglio sulla provinciale 253 San Vitale tra Ravenna e Russi, all’altezza di San Michele, arrivando a scattare oltre 14mila multe nei primi due mesi di attivazione. Il sabotaggio, come spiega Il Resto del Carlino che riporta la notizia nell’edizione del 18 settembre, è stato un lavoro pulito: niente vandalismo eclatante ma il semplice taglio dei cavi elettrici che alimentano la macchina fotografica nel mirino delle polemiche. L’intervento dei tecnici della Provincia ha rimesso in funzione l’apparecchio ed è stata inoltrata una segnalazione alla procura della Repubblica.

Oltre ai due appena ricordati, uno per ogni senso di marcia, a luglio sono stati installati altri due nuovi apparecchi: uno a Cotignola sulla provinciale 31 Madonna di Genova (dal centro abitato verso la provinciale 7 Felisio) e uno nella frazione di Villaprati a Bagnacavallo sulla provinciale 8 Naviglio. Tutti i tratti interessati dal controllo elettronico hanno limite di velocità fissato a 70 km orari e le telecamere sono in funzione senza soluzione di continuità 24 ore al giorno.

Salgono a dieci i punti delle strade nella nostra provincia in cui la velocità dei veicoli in transito viene monitorata da apparecchi fissi senza procedere al fermo del veicolo per la contestazione dell’infrazione sul posto. I sei finora in funzione (attivati in momenti diversi partendo dal 2013) viaggiano a una media giornaliera complessiva di circa 400 infrazioni (l’elenco completo nell’articolo tra i correlati).

Torna la festa del volontariato in piazza E la cena sarà «condivisa»

In municipio verranno premiati i primi cittadini «solidali» mentre saranno allestiti gli stand per oltre 50 associazioni

Sabato 19 settembre a Ravenna si terrà in piazza del Popolo la Festa del Volontariato, promossa e organizzata dalla Consulta delle Associazioni di Volontariato di Ravenna e dall’associazione “Per gli altri”. Una giornata che rappresenta ogni anno una preziosa occasione per le numerosissime associazioni del territorio ravennate (ne saranno presenti oltre cinquanta) per farsi conoscere esponendo i materiali e i documenti relativi ai propri ambiti di intervento.

Il programma della giornata è ricco anche di momenti di intrattenimento e spettacolo e al centro della piazza sarà allestito uno stand gastronomico.

Alle 11 in municipio per la prima verranno consegnati i riconoscimenti ai “Cittadini Solidali” segnalati dalle varie associazioni mentre alle 18 l’appuntamento è con la “cena condivisa”, alla quale i partecipanti sono invitati a portare qualcosa da mangiare per sé ma soprattutto per chi non ne ha la possibilità.

«Secondo alcune ricerche specifiche – hanno commentato in una nota congiunta il sindaco Fabrizio Matteucci e l’assessore al Volontariato Giovanna Piaia –, la crisi economica non ha inciso in modo negativo sul volontariato. Se la crisi di questi anni ha procurato una riduzione di risorse generalizzata causando non poche difficoltà al mondo delle imprese e alle famiglie, il volontariato è riuscito ad attivare percorsi nuovi fra cittadini e nuove pratiche di responsabilità. Questo impegno concreto non solo ha l’effetto di migliorare la vita delle persone, ma contribuisce a promuovere, far crescere e radicare quella cultura della solidarietà che è un elemento fondamentale per il buon vivere di una comunità. A Ravenna esiste da sempre un ottimo rapporto fra mondo del volontariato ed istituzioni. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: ci sono esigenze della comunità che, senza l’apporto prezioso del volontariato, le istituzioni pubbliche non riuscirebbero a soddisfare. Il tradizionale appuntamento con la Festa del Volontariato è quindi per noi anche il momento per rinnovare il nostro ringraziamento alle migliaia di cittadini impegnati nelle numerose associazioni che operano sul nostro territorio: grazie a loro Ravenna è una città migliore».

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