sabato
20 Giugno 2026

«Chi si arruola in Siria non prega in moschea con la parte sana dell’Islam»

Il presidente dell’associazione che ha costruito l’edificio di culto rifiuta collegamenti tra foreign fighter e musulmani integrati

Guarire una mela marcia non è facile, perché spesso la mela marcia non cerca guarigione. È la sintesi del pensiero espresso dall’architetto iracheno Ahmed Basel, presidente del Centro di cultura e studi islamici della Romagna che ha costruito la moschea di Ravenna, la seconda in Italia per dimensioni. Non ci sta quando si parla di Ravenna capitale dei foreign fighter e per chi si è arruolato nell’Isis – «Una malattia mondiale» – ha parole rassegnate: persone che cercano lì la soluzione ai loro disagi e la comunità sana può fare poco.

Un articolo in prima pagina su La Repubblica del 5 luglio definisce Ravenna la capitale italiana dei foreign fighter, stranieri che hanno lasciato il territorio per arruolarsi con l’Isis. È questo il biglietto da visita della città?
«La definizione dell’articolo è ingiusta. Intanto si fa un conteggio di sei persone partite e una arrestata prima che partisse ma quelle veramente ravennati sono meno, alcuni in questo territorio erano appena di passaggio. Scrivendo quelle cose si infanga una città dove non è mai accaduto nulla e dove la comunità musulmana sana è integrata e vuole il bene di Ravenna. Non so nemmeno io perché si arrivi a dire queste cose che non corrispondono alla realtà».

Conosceva qualcuno di quelli partiti per davvero da Ravenna? Frequentavano la moschea?
«Quelli che sono stati individuati non fanno parte della nostra comunità. Sono persone sfuggenti, non li vedi, si nascondono, frequentano altri luoghi, non cercano l’inserimento nella comunità locale e quando noi ci avviciniamo alle loro zone per aprire un contatto veniamo trattati come fossimo poliziotti. Louati (arrestato in aprile mentre tentava di partire, ndr) frequentava gli Speyer e spacciava. La nostra religione non accetta lo spaccio. Se è di fede musulmana non necessariamente è collegato alla comunità musulmana. Hanno trovato mafiosi che leggevano la Bibbia quindi dobbiamo pensare che sono sfuggiti alla Chiesa? No, sarebbe assurdo dirlo».

Questa non sarà la capitale e quelli arruolati non saranno sette e non avranno frequentato la moschea ma qualcuno è partito per la Siria: l’argomento foreign fighter è un tema che preoccupa la comunità che vive attorno alla moschea?
«La comunità rimane sorpresa. È ovvio che queste notizie preoccupano perché rovinano l’immagine della comunità che si sente parte della città. Se ne parla e si cerca di capire ma parliamo di persone lontane dal nostro mondo. Persone disagiate che non hanno trovato integrazione, che volevano soldi e si arruolano».

Per evitare quei disagi e le conseguenti derive, la parte sana della comunità musulmana potrebbe fare qualcosa in più?
«Possiamo fare tutto il possibile per chi è già vicino a noi cercando di aiutarlo in tutti i modi quando avvertiamo le sue difficoltà ma chi è lontano da noi e non vuole avvicinarsi è difficile da integrare. Se qualcuno è fuori dal coro cerchiamo di farlo avvicinare ma se non è ricettivo o non ha la testa o non vuole avvicinarsi o non vuole frequentare, cosa possiamo fare? Nessuno di noi ha il potere di impedire certe scelte di qualche mela marcia. Noi possiamo solo lavorare per diffondere i nostri principi: l’Islam è pace, preghiamo Allah che ci perdoni e ci metta sulla strada retta».

Mesi fa lo scrittore algerino Tahar Lamri disse che non basta dire “Noi non c’entriamo”.
«Rispetto molto Tahar. È musulmano ma non frequenta la moschea e per questo le sue mi sembrano critiche fuori luogo. Venga a trovarci, le porte sono aperte per le sue riflessioni».

Il giorno in cui dovesse sentire frasi strane da qualcuno dentro alla comunità cosa farà?
«Noi siamo una famiglia, per un figlio che ha la testa fuori posto la famiglia cerca di intervenire in tutte le maniere possibili per salvarlo e curarlo, con le nostre forze e con l’aiuto di qualcun altro».

Che rapporti ci sono con le forze dell’ordine?
«Buoni. Un confronto aperto e continuo. Ci piacerebbe si avvicinassero di più a noi anche per incontri e seminari. Per esempio così come vanno nelle scuole, facciano altrettanto anche nella nostra comunità per parlare di leggi e regole».

E la politica come si sta comportando?
«Potrebbe fare di meglio per il bene dei cittadini. Troppe volte i politici dimostrano di non essere preparati, fanno dichiarazioni fuori luogo che danneggiano la comunità».

Per chiudere, cos’è l’Isis?
«Una malattia mondiale. Sono odiati da tutti, ma allora da dove vengono le armi? Bisogna farsi più domande per capire davvero questo problema se si vuole fermarlo».

«Il Pd non capisce che la crisi di giunta è un fallimento locale»

L’ex capogruppo Maestri sull’uscita dalla maggioranza di Sel e Fds
«Una classe politica che non ha più niente da dire e da dare alla città»

«Il sindaco e i vertici del Pd non comprendono quanto ci sia di fallimento locale e solo locale nella scelta di Sel e Fds di uscire da una maggioranza di centro-sinistra che con il secondo mandato del Sindaco ha perso smalto e capacità di incidere concretamente sui problemi della città». L’avvocato Andrea Maestri, ex capogruppo democratico in consiglio comunale e da poco entrato in Parlamento prendendo posto nel gruppo misto e vicino a Pippo Civati, critica duramente la replica di Fabrizio Matteucci alla decisione dei due partiti di sfilarsi dalla coalizione di governo (che conserva ancora la maggioranza con i 19 seggi su 32 di Pri-Idv-Pd): «Ravenna è da oggi laboratorio di un progetto di centro-sinistra alternativo al Partito Democratico, al partito, non ai suoi iscritti e elettori, tanta parte dei quali non può più riconoscersi in un ‘non luogo politico indifferenziato’, dove si pronunciano vuotamente parole di sinistra ma si pratica il potere per il potere».

Per commentare lo strappo, Matteucci parla di grave errore, tatticismo, scelta che ha più a vedere con la politica nazionale che con Ravenna: «Mostra di non avere capito proprio nulla, di negare la necessità di una sincera e pubblica autocritica e di non sapere cogliere la novità politica forte di un simile fatto». Non solo: «La crisi della giunta Matteucci nasce qui, nasce da lontano e guarda lontano. Non capirlo o non volerlo capire è l’ennesima prova del cinismo, dell’arroganza di potere, dell’autoreferenzialità e del declino di una classe politica che non ha più niente da dire e da dare alla nostra città».

L’uscita dalla coalizione di Fds e Sel ha assunto contorni particolari perché il sindaco ha confermato l’incarico alle assessore Valentina Morigi e Giovanna Piaia e l’unica consigliera comunale di Sel (Ilaria Morigi, omonima della collega) intende continuare ad appoggiare la maggioranza.

Sono diversi i temi citati da Sel-Fds su cui si sarebbe consumato la frizione fino a far sentire i due partiti come se fossero di fatto all’opposizione. Maestri nella lettera aperta inviata alla stampa ripercorrere quei temi con il suo punto di vista: «A livello locale, il popolo di sinistra denuncia da tempo l’incapacità dell’Amministrazione di rispondere bene e tempestivamente su tanti temi assai concreti, come il processo di unificazione delle Asl romagnole (operato in modo verticistico, senza coinvolgimento di cittadini e operatori della sanità), le trivellazioni in Adriatico (con una colpevole sudditanza alle industrie estrattive e una ambiguità di fondo sulla salvaguardia ambientale e la subsidenza), il ruolo della scuola pubblica (sempre meno centrale e sempre più periferica rispetto al sistema formativo), la mancanza di forti politiche pubbliche sui beni comuni (acqua e ciclo idrico in primis, con un sostanziale svuotamento dell’esito referendario), il porto e il suo sviluppo (teatro di uno scontro epocale, con un ruolo timido e defilato del primo cittadino), la difesa effettiva della salute e della sicurezza dei lavoratori (convegni e cerimonie a parte), i progetti abortiti o ritardati (Ravenna Capitale europea della cultura, stiamo ancora aspettando il piano B, la riqualificazione del Mercato Coperto), i progetti sbagliati (l’ampliamento dell’Iper a scapito del piccolo commercio, del centro storico, sempre più desertificato e degli esercizi di vicinato anche delle periferie cittadine e del forese), l’incapacità di rinnovare e ricambiare veramente la classe politica (ritagliando ai soliti ex funzionari di partito ogni ruolo significativo e cooptando solo i giovani fedeli e allineati, spegnendo sul nascere ogni capacità dialettica e creativa delle giovani generazioni)».

 

Provocatorio e sognatore: alla scoperta di Majakovskij

“A piena voce“ (5) da Milano

ragazzi vicini al ritratto di MajakovskijFausto Malcovati arriva verso le dieci di mattina. Pantalone lungo, mocassino, foulard attorno al collo, e tutti che si chiedono come faccia a non sudare. Il professore si porta dentro un po’ del clima rigido della sua terra d’elezione, la Russia. Malcovati è infatti uno dei massimi specialisti italiani di teatro russo. Professore di letteratura russa alla Statale di Milano, traduttore pluripremiato, grandissimo amante dei versi del giovane Majakovskij: oggi è con i non-scuolini per presentare, in una vera e propria lectio magistralis, il contesto storico e sociale nel quale cresce e matura il grande poeta russo.

«Fermatemi se vi annoiate troppo. – si schermisce, semiserio – Voi cosa facevate a dodici anni?» chiede alle prime file. Matteo Gatta, attore già grandicello e formato, risponde, e come non dargli ragione, che a dodici anni era alle medie. «Ecco, Majakovskij a dodici anni era in galera per attività sovversiva». Con Vladimir non c’è gara.

Per la cronaca, l’attività sovversiva di Majakovskij nella Russia zarista del 1905, era la distribuzione illegale di volantini inneggianti alla rivoluzione contro il potere autocratico dello zar Nicola II.

«Majakovskij era così, una voglia sfrenata di vivere, di essere in assoluto. Diverso da tutti gli altri, sempre: in poesia, in teatro, nella vita. Fare le cose in modo diverso, nuovo. Questo era il suo tratto distintivo. È come se ci dicesse: non importa ciò che fate della mia poesia. Anch’essa è un esperimento che si può manipolare, cambiare, stravolgere – come io ho stravolto la tradizione simbolista russa, come io mi sono appropriato della bylina e della lesenka, i canti popolari russi, per urlare le mie parole. Non rispettatemi come autore, piegatemi come volete, ma lasciatemi vivo».

I ragazzi sopportano in silenzio il caldo, l’attenzione resta alta – altissima quando viene letta la sua ultima poesia, scritta sulla lettera d’addio al mondo nel 1930, prima che il poeta si sparasse alla testa. La barca dell’amore | si è spezzata con gli scogli della quotidianità.

Interviene Martinelli: «Questo è ciò che stiamo cercando di capire in questi giorni, ragazzi. Come sia possibile continuare a vivere la quotidianità, senza far affondare la barca».

 

Fausto MalcovatiUn’ora appena, e Malcovati passa in rassegna con un’abilità invidiabile i tanti Majakovskij della Storia: quello provinciale e povero, affascinato dalla grande città; futurista, invaghito fin da giovanissimo della Rivoluzione, donna fatale; Majakovskij poeta precoce, anima dei cabaret moscoviti, “nuvola in calzoni” che sputa in faccia al pubblico; quello sfortunato in amore, che sceglie e si sceglie donne sbagliate per tutta la vita; innamorato della massa, che invece non ricambia affatto, ma che anzi fatica ancora oggi a capire i suoi versi pirotecnici; quello tradito dalla rivoluzione, inviso al regime, odiato da Lenin; irriducibile al burocratismo stalinista nonostante le canonizzazioni ufficiali (seppur postume) del regime; una cassandra già fiutante il futuro corso degli eventi, soprattutto nelle ultime commedie teatrali; quello che non riesce a sopportare la piega degli eventi, lo scadere irrefrenabile della rivoluzione in statalismo.

Majakovskij diversi, ma altrettanto reali, rispetto a quello urlato in Eresia della felicità: il poeta capace di comporre versi che scoppiano nelle orecchie, immaginifici e compiaciuti nel loro azzardo; un poeta, in una parola, giovane, che, secondo Malcovati, «merita di essere riscoperto, così come state facendo voi».

Un ragazzo dalla capigliatura incontrollabile, Kingsley, si alza e chiede se Majakovskij sia stato felice o meno durante la sua vita. «Purtroppo no, – risponde Malcovati – un’esistenza tormentata, solitaria; che non ha mai smesso di combattere, è vero, ma che agli occhi della storia, così come ai suoi stessi occhi (come dimostra anche la sua fine), risulta definitivamente perdente». Un’esistenza che, ancora oggi, come scrive Vittorio Strada ne Le veglie della ragione, rimane «un gran sogno di felicità e un gran grido di infelicità».

«Il 23 luglio i ravennati entrano gratis» Poi il parco annulla: «Un errore»

Tante famiglie infuriate con il Villaggio della Salute Più per l’annuncio da Facebook in occasione del patrono: c’è solo l’ingresso ridotto

C’era anche l’emoticon con la faccina che fa l’occhiolino alla fine del messaggio sulla bacheca Facebook del Villaggio della Salute Più: «Ci raccomandiamo carta d’identità, non vi crederanno sulla fiducia». Il documento doveva servire ai ravennati alla biglietteria del parco acquatico sulle colline bolognesi per dimostrare la residenza e godere dell’ingresso omaggio a loro riservato in occasione della festa del patrono (Sant’Apollinare, 23 luglio). Ma ai cancelli i tanti che hanno voluto approfittare della promozione si sono sentiti dire che l’annuncio era stato pubblicato per errore e la promozione offriva solo ingresso ridotto (19 euro per gli adulti anziché 23 e 10 anziché 16 per i bambini fino a 13 anni) nonostante qualcuno avesse anche avuto conferma dell’omaggio via Facebook prima di mettersi in moto.

Diversi lettori ci hanno segnalato la disavventura e la bacheca Fb del noto parco (52 ettari di estensione, circa 50 campi da calcio, con 22 piscine di cui 7 termali) è diventata lo sfogatoio di chi si sente vittima di un escamotage per attrarre pubblico. Il Villaggio assicura di non aver bisogno di questi mezzucci perché avrebbero riempito comunque le piscine e prova a mettere una pezza così: «Un errore umano nato da un disguido. Prima dell’apertura del parco è stato scritto che il post era nato da un errore, ma chi si è mosso solamente per il post è rimasto deluso. Purtroppo non possiamo tornare indietro nel tempo, tantomeno potevamo affrontare uno “sconto” del genere per un errore umano. Per scusarci con gli amici di Ravenna dell’errata promozione, e come manifestazione di buona volontà e buona fede, diamo la possibilità a coloro che risiedono a Ravenna di accedere al parco un qualsiasi giorno di questa stagione, con il 50 percento di sconto sul biglietto di ingresso, presentando il biglietto di ingresso del 23 luglio (conservatelo) e il documento di identità. Sta a loro ora accettare le scuse e approfittare dello sconto del 50 percento, che non è da poco, che abbiamo a messo a disposizione oppure no».

L’annuncio dell’entrata free è stato pubblicato verso le 18 del 22 (oltre a Ravenna per il giorno seguente si annunciava lo stesso omaggio il 25 luglio per chi vive a Cesenatico). Poi alle 9.28 del 23 l’errata corrige: «Il messaggio sulla promozione legata ai santi patroni era errato. Ci scusiamo per il disagio, frutto di un disguido (pubblicazione erronea di una bozza)». Due giorni di anticipo per i cesenaticensi ma ormai troppo tardi per i ravennati, alcuni già in viaggio come ad esempio Raffaella Giuliani che poi ci ha descritto la vicenda in una email: «Quando già eravamo usciti dal casello di San Pietro Terme leggo questo nuovo post. È uno scherzo? Ormai siamo arrivati! Abbiamo già fatto un’ora di macchina, pagato l’autostrada per non parlare della benzina. Alla fine entriamo comunque, esibendo la carta d’identità possiamo usufruire dell’ingresso ridotto». E dire che lei il giorno prima aveva pure inserito un commento per chiedere se la promozione era valida per i residenti in tutta la provincia e le era stata data conferma. Raffaella assicura che non tornerà più al parco.

Parcheggio a pagamento alla basilica di Classe per allontanare i nomadi 

Il provvedimento del Comune: 2,25 euro al giorno (sosta max 48 h) Ancisi (Lpr): «Va esclusa permanenza notturna con telecamere» 

Parcheggiare nell’area di sosta antistante la basilica di Sant’Apollinare a Classe costerà 2,25 euro al giorno per una permanenza massima di 48 ore. È il provvedimento provvisorio adottato dal Comune di Ravenna con una ordinanza per tentare di contrastare la presenza di nomadi che nei periodi estivi stazionano quasi stabilmente in quegli spazi sollevando lamentele dalla cittadinanza e dai turisti per via di episodi di degrado e inciviltà. Attualmente il parcheggio può ospitare tre tipologie di mezzi: i bus, i camper e le auto. Per quest’ultima categoria la metà dei posti disponibili non sarà soggetta a pagamento. La decisione di mettere la sosta a pagamento si sovrappone a quella da poco adottata di impedire del tutto la sosta dei camper dal 22 al 28 luglio e imporre la chiusura della fontanella pubblica attorno cui si verificano le situazioni di maggior degrado.

Dall’1 aprile di quest’anno sono giunte 26 segnalazioni alla polizia municipale di presenza di nomadi nell’area di Classe (via Fratelli Mazzotti, via Romea Sud, parcheggio della Basilica di Classe): in 16 occasioni una volta giunti sul posto, gli agenti hanno identificato i soggetti e durante i controlli sono state elevate 21 sanzioni per divieto di sosta e transito, 2 per guida senza patente, 4 per mancanza dei documenti di circolazione e 1 per violazione di atti contrari alla pubblica decenza.

A stretto giro di posta dopo l’annuncio delle novità da parte del sindaco, è arrivato il commento di Alvaro Ancisi, capogruppo di Lpr in consiglio comunale che proprio lunedì sera ha incontrato la cittadinanza di Classe proponendo poi alcune idee per arginare il fenomeno (vedi articoli correlati): «Essendo ammesso fino a 48 ore e potendo essere rinnovato di lì a poco, il risultato di stroncarne l’uso a indecoroso campeggio appare largamente ipotetico, stante anche la giustamente modica tariffa di 2,25 euro al giorno. Tanto più che nessuno garantisce i controlli. Potrebbe essere più produttivo escludere la sosta dei camper in orario notturno e accompagnare il provvedimento con l’installazione di telecamere di controllo, impianti di modesto costo, presto recuperabile con le tariffe. Lo stesso raggruppamento dei nomadi parcheggia però i camper anche in un’area ortiva vicina alla Basilica, appartenente a propria persona. Deve essere perseguita costantemente la violazione di un altro articolo del codice stradale, il n. 185, che vieta esplicitamente ai camper di utilizzare un parcheggio con modalità di campeggio: basta che il mezzo poggi sul suolo, abbia porte, finestre o scalette aperte, emetta deflussi, debordi sul terreno con seggiole, giacigli, ecc., mostri panni esposti o attrezzature di cucina e per il pasto all’aperto, ecc., perché debba scattare la multa. Parimenti, è ora che venga stroncato, con le dovute sanzioni, l’uso indebito dell’orto per campeggio, se non anche a discarica».

Le magliette gialle all’assedio del Castello  

“A piena voce“ (4) da Milano

Eresia al Castello MilanoI primi arrivano in treno, da Cadorna. L’architettura morbida e giocosa di Gae Aulenti si riempie del rimbombo della grancassa, portata da un ragazzo universitario di Ravenna, Damiano. Ritma con decisione Oh Moon of my Romagna, l’inno che ha preparato, assieme a tutti gli altri, per presentare la sua tribù: una rivisitazione vitellonesca della famosa Alabama Song dei Doors. La gente interrompe il suo incessante indaffararsi, rimane interdetta davanti a questa epidemia di magliette gialle ed anfibi, si lascia strappare un sorriso.

Il Castello Sforzesco è un crocevia di Milano, uno dei rari luoghi vissuti allo stesso modo da turisti e autoctoni. Visi pallidi di inglesi e francesi, attirati come mosche dalla Pietà Rondanini di Michelangelo, si alternano a famiglie milanesi in migrazione verso il refrigerio del Parco Sempione. Ragazzi e ragazze in tenuta sportiva che si allenano lungo i fossati del Castello, incuranti dell’afa e ambulanti di rose che si fermano incuriositi ad osservare la fiumana degli Eretici, pronta ad iniziare lo spettacolo.

Tutto comincia come deve cominciare uno spettacolo su Majakovskij: con un calcio in culo. Simbolico, è ovvio. Si tratta di una ginocchiata affettuosa che si scambiano i non-scuolini riuniti in cerchio. Il gesto passa tra loro ordinatamente, come attraverso una ola. É il rito d’apertura, aristofanesco, a cui tutti devono sottostare; regista compreso, che si raccomanda con il ragazzo alle sue spalle, «non troppo forte, per favore».

Dopo le presentazioni e lo sfogo della tensione iniziale, Martinelli comincia a far recitare ai ragazzi le poesie di Majakovskij. I bastioni del Castello come quinta, il rosso bramantesco che tremola per il caldo; in fondo, al centro delle mura, sta appesa, minuscola, un’icona del poeta rivoluzionario – si devono strizzare gli occhi per vederla. È l’unica scenografia di questa “creazione a cielo aperto”, ed è subito chiaro perché non serve nient’altro: il vero centro scenografico di Eresia della felicità sono i ragazzi, i loro movimenti, la gestualità che si moltiplica per quante braccia e gambe si muovono all’unisono; il ritmo cromatico formidabile che si ripete come la pelle di un serpente, giallo-nero-giallo-nero, a seconda delle diverse figure che Martinelli cerca di fare assumere ai “tanti” in movimento, in fondo al fossato.

 

Erresia della felicità a MilanoE si capisce bene anche la ragione del grande successo che ha avuto questa “creazione”, basata su un libero collage dei versi del primo Majakovskij; i versi che più di tutti gli altri rispecchiano l’animo turbolento del poeta – il suo carattere estroverso e volubile, la sua frenesia di esistere in modo assoluto e incurante, la voglia irrefrenabile e sbrigativa di far piazza pulita di tutti i perbenismi e le piccinerie borghesi. Far urlare a ragazzi adolescenti questi versi è far rivivere la voce dello stesso Majakovskij. Ogni parola calza, sembra scritta da loro, ogni verso rispecchia un vissuto universale: presente nei ragazzi strepitanti, ricordato con nostalgia dagli spettatori adagiati sull’erba.

Anche i più piccoli (come ad esempio Riccardo, 7 anni, da San Felice sul Panaro), quando ugolano i versi d’amore del poeta, che scrive alla madre per comunicarle la notizia che «vostro figlio è magnificamente ammalato | ha un incendio nel cuore», risultano convincenti fino a commuovere; forse perché è la loro incoscienza, la loro condizione di purezza, a far suonare più alti i versi, restituirgli una scheggia della sensibilità del loro creatore.

Lo spettacolo si chiude sulla note di una Internazionale rivisitata dalle Officine Schwarz. I non-scuolini davanti al pubblico, immobili; poi Martinelli si lascia andare, e li sprona più volte ad accarezzare “i testimoni” di questa creazione, perché «su un cuore in fiamme ci si arrampica con le carezze». Esterrefatto, il pubblico si lascia coccolare dalle mani dei ragazzi. Sobbalzo quando sento Dieumb, una bambina di colore, carezzarmi le orecchie alle spalle. Mormoro un “grazie”, e mi viene da ridere.

E infine, a spettacolo terminato, esplode il delirio. I ragazzi si rincorrono adrenalinici, si fanno i gavettoni, si rotolano per terra. Improbabile e dannoso cercare di contenerli. Una ignara coppia di spettatori milanesi viene intercettata dal getto di una bottiglia d’acqua. Il ragazzino colpevole li guarda smarrito, aspettandosi il peggio; ma si vede offrire un pacchetto di caramelle appena comprato, ringraziamento per lo spettacolo e, credo, per la rinfrescata.

Le magliette gialle all’assedio del Castello  

“A piena voce“ (4) da Milano

Eresia al Castello MilanoI primi arrivano in treno, da Cadorna. L’architettura morbida e giocosa di Gae Aulenti si riempie del rimbombo della grancassa, portata da un ragazzo universitario di Ravenna, Damiano. Ritma con decisione Oh Moon of my Romagna, l’inno che ha preparato, assieme a tutti gli altri, per presentare la sua tribù: una rivisitazione vitellonesca della famosa Alabama Song dei Doors. La gente interrompe il suo incessante indaffararsi, rimane interdetta davanti a questa epidemia di magliette gialle ed anfibi, si lascia strappare un sorriso.

Il Castello Sforzesco è un crocevia di Milano, uno dei rari luoghi vissuti allo stesso modo da turisti e autoctoni. Visi pallidi di inglesi e francesi, attirati come mosche dalla Pietà Rondanini di Michelangelo, si alternano a famiglie milanesi in migrazione verso il refrigerio del Parco Sempione. Ragazzi e ragazze in tenuta sportiva che si allenano lungo i fossati del Castello, incuranti dell’afa e ambulanti di rose che si fermano incuriositi ad osservare la fiumana degli Eretici, pronta ad iniziare lo spettacolo.

Tutto comincia come deve cominciare uno spettacolo su Majakovskij: con un calcio in culo. Simbolico, è ovvio. Si tratta di una ginocchiata affettuosa che si scambiano i non-scuolini riuniti in cerchio. Il gesto passa tra loro ordinatamente, come attraverso una ola. É il rito d’apertura, aristofanesco, a cui tutti devono sottostare; regista compreso, che si raccomanda con il ragazzo alle sue spalle, «non troppo forte, per favore».

Dopo le presentazioni e lo sfogo della tensione iniziale, Martinelli comincia a far recitare ai ragazzi le poesie di Majakovskij. I bastioni del Castello come quinta, il rosso bramantesco che tremola per il caldo; in fondo, al centro delle mura, sta appesa, minuscola, un’icona del poeta rivoluzionario – si devono strizzare gli occhi per vederla. È l’unica scenografia di questa “creazione a cielo aperto”, ed è subito chiaro perché non serve nient’altro: il vero centro scenografico di Eresia della felicità sono i ragazzi, i loro movimenti, la gestualità che si moltiplica per quante braccia e gambe si muovono all’unisono; il ritmo cromatico formidabile che si ripete come la pelle di un serpente, giallo-nero-giallo-nero, a seconda delle diverse figure che Martinelli cerca di fare assumere ai “tanti” in movimento, in fondo al fossato.

 

Erresia della felicità a MilanoE si capisce bene anche la ragione del grande successo che ha avuto questa “creazione”, basata su un libero collage dei versi del primo Majakovskij; i versi che più di tutti gli altri rispecchiano l’animo turbolento del poeta – il suo carattere estroverso e volubile, la sua frenesia di esistere in modo assoluto e incurante, la voglia irrefrenabile e sbrigativa di far piazza pulita di tutti i perbenismi e le piccinerie borghesi. Far urlare a ragazzi adolescenti questi versi è far rivivere la voce dello stesso Majakovskij. Ogni parola calza, sembra scritta da loro, ogni verso rispecchia un vissuto universale: presente nei ragazzi strepitanti, ricordato con nostalgia dagli spettatori adagiati sull’erba.

Anche i più piccoli (come ad esempio Riccardo, 7 anni, da San Felice sul Panaro), quando ugolano i versi d’amore del poeta, che scrive alla madre per comunicarle la notizia che «vostro figlio è magnificamente ammalato | ha un incendio nel cuore», risultano convincenti fino a commuovere; forse perché è la loro incoscienza, la loro condizione di purezza, a far suonare più alti i versi, restituirgli una scheggia della sensibilità del loro creatore.

Lo spettacolo si chiude sulla note di una Internazionale rivisitata dalle Officine Schwarz. I non-scuolini davanti al pubblico, immobili; poi Martinelli si lascia andare, e li sprona più volte ad accarezzare “i testimoni” di questa creazione, perché «su un cuore in fiamme ci si arrampica con le carezze». Esterrefatto, il pubblico si lascia coccolare dalle mani dei ragazzi. Sobbalzo quando sento Dieumb, una bambina di colore, carezzarmi le orecchie alle spalle. Mormoro un “grazie”, e mi viene da ridere.

E infine, a spettacolo terminato, esplode il delirio. I ragazzi si rincorrono adrenalinici, si fanno i gavettoni, si rotolano per terra. Improbabile e dannoso cercare di contenerli. Una ignara coppia di spettatori milanesi viene intercettata dal getto di una bottiglia d’acqua. Il ragazzino colpevole li guarda smarrito, aspettandosi il peggio; ma si vede offrire un pacchetto di caramelle appena comprato, ringraziamento per lo spettacolo e, credo, per la rinfrescata.

Sequestro di 24mila capi taroccati per il commercio abusivo in riviera

Orologi, borse, portafogli, scarpe… con le griffe alla moda scoperti
in un deposito che alimentava la filiera del falso sui lidi ravennati

Guardia di FinanzaCe n’era per ogni gusto ed esigenza di capi di abbigliamento e accessori, tutti contraffatti con i più noti marchi del made in Italy e della moda internazionale, in 60 scatoloni di un magazzino a Napoli che alimentava il commercio abusivo sulla riviera ravennate. I prodotti taroccati sono stati scoperti e sequestrati dalla Guardia di Finanza ravennate, in collaborazione con i colleghi partenopei. L’operazione che ha smascherato questa imponete “filiera del falso“ – si tratta di circa 24mila prodotti –  è partita da Ravenna, a conclusione di una indagine condotta sotto la guida della locale Procura della Repubblica di Ravenna e in esecuzione di un decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla stessa Autorità Giudiziaria.

Guardia di Finanza RavennaL’operazione nasce sul litorale dei lidi ravennati, durante i consueti controlli per contrastare il fenomeno della vendita di prodotti con loghi falsi. Dopo il fermo di un venditore abusivo extracomunitario e sequestrato alcune centinaia di capi pronti per essere venduti ai turisti, i finanzieri hanno ricostruito la “catena della fornitura del falso” attraverso approfonditi controlli contabili su documenti di trasporto, che erano stati falsificati, e attraverso l’esame del flusso dei pagamenti effettuati con ricariche su carte di credito a scalare.

Dopo approfondite indagini e sopralluoghi, i finanzieri di Ravenna, con l’ausilio dei “baschi verdi” della GdF di Napoli è stata individuato l’indirizzo di un magazzino di Napoli al cui interno erano nascosti migliaia di prodotti contraffatti con i marchi Rolex, Armani, Disney, Prada, Louis Vuitton, Gucci, Nike, Ray Ban, Iwc ed altri. I finanzieri del Gruppo di Ravenna oltre al sequestro della merce – dal valore di mercato di oltre 150mila euro – hanno denunciato a piede libero all’Autorità Giudiziaria il gestore del deposito.

Sequestro di 24mila capi taroccati per il commercio abusivo in riviera

Orologi, borse, portafogli, scarpe… con le griffe alla moda scoperti
in un deposito che alimentava la filiera del falso sui lidi ravennati

Guardia di FinanzaCe n’era per ogni gusto ed esigenza di capi di abbigliamento e accessori, tutti contraffatti con i più noti marchi del made in Italy e della moda internazionale, in 60 scatoloni di un magazzino a Napoli che alimentava il commercio abusivo sulla riviera ravennate. I prodotti taroccati sono stati scoperti e sequestrati dalla Guardia di Finanza ravennate, in collaborazione con i colleghi partenopei. L’operazione che ha smascherato questa imponete “filiera del falso“ – si tratta di circa 24mila prodotti –  è partita da Ravenna, a conclusione di una indagine condotta sotto la guida della locale Procura della Repubblica di Ravenna e in esecuzione di un decreto di perquisizione e sequestro emesso dalla stessa Autorità Giudiziaria.

Guardia di Finanza RavennaL’operazione nasce sul litorale dei lidi ravennati, durante i consueti controlli per contrastare il fenomeno della vendita di prodotti con loghi falsi. Dopo il fermo di un venditore abusivo extracomunitario e sequestrato alcune centinaia di capi pronti per essere venduti ai turisti, i finanzieri hanno ricostruito la “catena della fornitura del falso” attraverso approfonditi controlli contabili su documenti di trasporto, che erano stati falsificati, e attraverso l’esame del flusso dei pagamenti effettuati con ricariche su carte di credito a scalare.

Dopo approfondite indagini e sopralluoghi, i finanzieri di Ravenna, con l’ausilio dei “baschi verdi” della GdF di Napoli è stata individuato l’indirizzo di un magazzino di Napoli al cui interno erano nascosti migliaia di prodotti contraffatti con i marchi Rolex, Armani, Disney, Prada, Louis Vuitton, Gucci, Nike, Ray Ban, Iwc ed altri. I finanzieri del Gruppo di Ravenna oltre al sequestro della merce – dal valore di mercato di oltre 150mila euro – hanno denunciato a piede libero all’Autorità Giudiziaria il gestore del deposito.

Meno tasse: coglionata o trovata del secolo?

Dipende da chi lo fa…

Matteo RenziLa sua popolarità cala, il Pd zoppica nei sondaggi, e allora che ti escogita il Matteo Renzi nostro? Convoca l’Assemblea nazionale del Pd all’Expo di Milano, sotto il sole cocente di questo luglio sahariano, con tutti i delegati pdini schierati in platea come scolaretti al discorso del Papa a schiattare di sudore, e si rivolge al Paese, a schermi unificati. 

Il presidente del Consiglio parla per più di un’ora e mezza e traccia il bilancio dell’attività svolta dal Pd in sette mesi. Ovviamente, sbalorditivo. «La politica sembrava imbambolata e ferma, sembrava impossibile che riuscisse a mostrare il volto della decisione e invece in sette mesi abbiamo deciso», dice Renzi. «Quello che abbiamo fatto in un arco di tempo abbastanza limitato, in sette mesi, è degno di onore e orgoglio perché ha consentito al Paese di ripartire».

Ullapeppa. «Ci sono stati dei no all’interno del nostro partito che ci hanno ferito, ma le riforme le abbiamo fatte. Perché la politica che non decide non fa il suo mestiere». Insomma, nonostante la fiera e dura opposizione di quei giganti di Civati e Speranza, siamo andati avanti decisi. Ma poi arriva il bello. Renzi prosegue: «Questo Pd può realizzare una rivoluzione copernicana e senza aumentare il debito. Mi prendo un impegno di riduzione delle tasse che non ha paragoni nella storia del Paese. Con questo governo e con la maggioranza del Pd non soltanto porteremo via l’imposta sulla casa nel 2016 e rispetteremo tutte le promesse del programma di Bersani, ma soprattutto daremo un messaggio: «Il Pd non è più il partito delle tasse, non lo so se lo è mai stato, ma la percezione era questa. Adesso diventiamo il primo partito che le tasse le riduce davvero».

Ullapeppona! A parte che queste cose le aveva dette pari pari Berlusconi quando decise di togliere l’Ici sulla prima casa, nel 2008, quindi mal che vada arrivi secondo, caro Renzi, vorrei chiederti una cosa. Possibile che voi del Pd sfuggiate alle elementari leggi della fisica come la compenetrazione dei corpi, perché è evidente che ormai c’è un Berlusconi-Alien annidato dentro Renzi, e anche della logica, perché per voi il principio di non contraddizione proprio non esiste?

Mi spiego: agosto 2013, il governo Letta abolisce l’Imu. Allora Letta stava sulle balle a Renzi e ai renziani, che si scatenarono. Francesco Nicodemo, ora portavoce di Renzi, scrisse: «Grazie a Letta approvato il primo punto del programma elettorale del Pd: via l’Imu. O era quello del Pdl? Povertà disperazione disoccupazione, e noi parliamo di Imu. Andatevene a fanculo». Sempre Nicodemo, scrisse: «Vabbuò Napoletano tutto ’sto discorso, e poi non dici che l’abolizione dell’Imu è una vaccata?» E l’attuale vicesegretario del Pd Debora Serracchiani, si chiedeva: «Che senso ha che io, con il mio reddito, non paghi l’Imu sulla prima casa?» Il consigliere economico di Renzi, Yoram Gutgeld, poi, sosteneva che l’abolizione dell’Imu del buon Letta era «un’operazione da Robin Hood alla rovescia, si prende ai poveri per dare ai ricchi, un cedimento alla destra populista». 

E Renzi cosa ne pensava? «Per creare lavoro dobbiamo dare una visione per i prossimi 20 anni. Il problema non è l’Imu. Intervenire sull’Imu è una cambiale che si paga all’accordo con Berlusconi», disse Renzi, il 20 maggio 2013. Diminuire le tasse? Se lo faceva Letta era una coglionata, se lo fa lui è la trovata del secolo. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

Caronte: allerta della Protezione civile per il caldo fino alle 20 di venerdì

Allarme per le ondate di calore, in particolare per gli anziani

È stata prorogata fino alle 20 di venerdì, 24 luglio, l’allerta per ondate di calore, diffusa mercoledì pomeriggio dall’Agenzia regionale di Protezione civile, come fase di attenzione di livello 1 numero 67.

Le temperature elevate – ricordano dal Comune di Ravenna – possono influire sulla condizione di salute delle persone più anziane e vulnerabili, «e possono determinare spossatezza, in particolare colpi di calore e disidratazione a seguito di prolungata esposizione al sole e/o attività fisica».

Pertanto l’Agenzia di Protezione civile ribadisce di adottare i comportamenti già resi noti (vedi a questo link).

«Le assessore di Fds e Sel restano in giunta anche se i partiti si sfilano»

Il sindaco giudica un grave errore la rottura dell’alleanza di governo
In coro con il segretario Pd: «Sono ragioni di politica nazionale»

Sel e Fds hanno deciso di sfilarsi dall’alleanza di centrosinistra che governa il Comune di Ravenna e il sindaco Fabrizio Matteucci la giudica «una scelta profondamente sbagliata, che ha poco a che fare con Ravenna ed è legata a ragioni di politica nazionale». L’uscita annunciata dai portavoce dei due partiti ha originato uno scenario contorto: le due assessore in quota ai partiti (Valentina Morigi per Sel e Giovanna Piaia per Fds) hanno annunciato l’intenzione di restare in giunta incassando la fiducia del primo cittadino e l’unico consigliere comunale dei vendolian (Ilaria Morigi, omonima della collega) ha reso noto che continuerà ad appoggiare la maggioranza. Gli equilibri non erano comunque in pericolo: su 32 seggi a Palazzo Merlato il Pd da solo ne ha 16 e può ancora contare sul sostegno di Pri (2) e Idv (1) ed eventualmente anche sul voto di Matteucci.

«Le ragioni locali addotte per motivare questa scelta di rottura – sosteiene il sindaco – sono completamente infondate. L’amministrazione che guido opera sulla base dei programmi sui quali abbiamo vinto per due volte le elezioni; l’azione della mia giunta contiene anche e le istanze e gli obbiettivi della cultura politica della sinistra. Faccio un unico esempio dei tanti possibili: in anni di drammatiche difficoltà dei nostri bilanci, abbiamo difeso con le unghie e con i denti gli interventi sociali a favore delle persone più deboli. Questo era il primo punto della campagna elettorale di quattro anni fa che abbiamo mantenuto in pieno».

C’è da mandare avanti una città da 160mila abitanti ancora per diversi mesi e Matteucci ne è consapevole: «Il mio compito è quello che ci hanno affidato i cittadini: governare Ravenna fino al maggio del 2016. Lo faremo lungo la stessa traiettoria politico-amministrativa di centrosinistra, anche grazie al lavoro delle assessore Valentina Morigi e Giovanna Piaia e al contributo della consigliera Ilaria Morigi che, con coerenza, proseguiranno il loro impegno. Io penso che le necessità e le condizioni per una larga alleanza di centrosinistra permangano per intero e che questa sia la coalizione che oggi e nei prossimi anni può rispondere alle grandi sfide innovative della Ravenna del futuro. E penso che in questa alleanza sia importante la funzione della sinistra tutta, dentro e fuori dal Pd».

Anche il segretario provinciale del Pd di Ravenna, Michele de Pascale, è intervenuto in merito all’uscita dalla maggioranza di Sinistra Ecologia Libertà e Federazione della Sinistra:«Commettono un grave errore. Mi pare evidente che la scelta non sia fondata sull’esperienza di governo locale che, anche grazie all’impegno di tutte le forze di centrosinistra, ha prodotto risultati evidenti in termini di tenuta sociale, welfare e diritti, ma sia dettata da dinamiche nazionali e posizionamenti tattici. Sono fermamente convinto che le prospettive di Ravenna siano legate ad un progetto che sappia dire parole nuove su sviluppo sostenibile, salute, ambiente e sopratutto integrazione. Dobbiamo reinventare politiche pubbliche per incentivare la crescita e l’occupazione e trovare nuove soluzioni per la tutela e la gestione dei beni comuni. Queste prospettive saranno davvero realizzabili soltanto in un campo di centrosinistra che sappia essere inclusivo verso le forze politiche e le nuove forme di civismo».

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