sabato
20 Giugno 2026

Autorità portuali: Ravenna e Ancona accorpate? Cna e vicesindaco contrari. Pagani: «Un’ipotesi»

Il deputato: «Al ministro dirò che non c’è l’utilità…»

Nei giorni scorsi il Consiglio dei Ministri ha approvato il testo di riforma portuale che vede l’ipotesi di accorpamento tra le Autorità Portuali di Ravenna e Ancona per un totale di 13 Autorità in Italia contro le 24 attuali.

Il deputato ravennte del Pd, Alberto Pagani, in un’intervista a PortoRavennaNews sottolinea come non ci sia ancora nulla di deciso, schierandosi apertamente contro l’ipotesi di accorpamento e rivelando che al ministro Delrio cercherà di far capire come non ve ne sia l’utilità.

Nei giorni scorsi da Ravenna si era levata forte e chiara solo l’opinione contraria del vicesindaco Mingozzi. Oggi è la volta anche della Cna, il cui direttore, Massimo Mazzavillani (oggi dato dal Corriere Romagna come in pole position tra i possibili candidati a sindaco di Ravenna del Pd), scrive in una nota: «Siamo convinti che ci siano validi motivi per sostenere che questa ipotesi non ci piace e, soprattutto, non aiuterà il nostro porto. Una riforma ispirata da una logica puramente numerica, che non tiene conto dei bisogni specifici del porto ravennate e, conseguentemente, non ne valorizza adeguatamente le sue specificità».

«Innanzitutto – prosegue Mazzavillani – il documento presentato dal Ministero delle Infrastrutture su cui si basa la riforma proposta è, a nostro avviso, non coerente con le politiche comunitarie adottate e in corso di emanazione sulla governance portuale, sui tempi di realizzazione previsti nei programmi dei Corridoi della Rete TEN-T. Né, tanto meno, sulla creazione delle strutture indicate come prioritarie per la rete dei porti core (14 porti italiani), definita dall’Unione Europea. L’Ue, nei suoi documenti di programmazione, ha sempre inserito il nostro scalo tra i 14 porti strategici nazionali. Valutazioni che ricordiamo derivano dalla merce movimentata e dal fatto di appartenere a uno dei Corridoi Europei».

«Esiste poi un aspetto istituzionale da considerare – aggiunge Mazzavillani – e cioè che il porto di Ravenna è peculiare alla Regione Emilia Romagna, così come quello di Ancona lo è per la Regione Marche. Pertanto il rischio che corriamo è quello di ingessare il confronto e di aumentare la burocrazia, in riferimento a finanziamenti, progetti, piani urbanistici, normative ambientali, ecc. quando tutti affermiamo all’unisono che si dovrebbe andare nella direzione opposta. Concludendo – sottolinea Mazzavillani – sappiamo tutti che le scelte istituzionali che verranno fatte adesso e nel prossimo futuro avranno effetti rilevanti sugli equilibri complessivi dei nostri territori in termini di risorse disponibili, di collocazione strategica e produttiva, di sinergie e integrazioni possibili, di identità culturali. È, dunque, necessario riflettere e confrontarsi con tutti i livelli istituzionali coinvolti prima di adottare scelte così importanti per Ravenna, per l’Emilia-Romagna e per l’intero tessuto economico».

A Mazzavillani arriva già il plauso dello stesso vicesindaco, che annuncia di voler nei prossimi giorni impegnare il consiglio comunale a intervenire sul tema in maniera ufficiale.

Quelle bufale (quasi) reali che deridono certo giornalismo. Intervista a un Lercio

Gli autori del celebre sito internet al Molo TreZero insieme a quelli
di Spinoza. «Quando la gente crede che i nostri articoli siano veri…»

Torna per il secondo anno la rassegna “Kafka sulla spiaggia” al bagno Molo TreZero di Marina di Ravenna. Gli incontri (con tanto di cena a tema, prenotazione consigliata allo 0544 530793) si aprono sabato 11 luglio dalle 20 con gli autori di Spinoza e Lercio, i due siti di satira più noti d’Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Francesco Conte, della redazione di Lercio.

Quando nasce Lercio e perché?
«È stato fondato alla fine del 2012 da Michele Incollu. Nasce per mettere alla berlina il giornalismo sensazionalista che (soprattutto in rete) privilegia notizie capaci di destare clamore, senza neppure verificarne la veridicità, rispetto ad un’informazione completa e approfondita, abdicando così alla propria funzione sociale in cambio di qualche click in più. Questo marasma di notizie-non-notizie si è trasformato in una gara a chi la spara più grossa. Alle testate “ufficiali”, artefici di un’eccessiva attenzione al gossip e alle notizie di costume, si sono aggiunti siti di pseudo-informazione con tendenze complottistiche e creatori di bufale finalizzate solo al click-baiting. Lercio si insinua in questa zona grigia, offrendo articoli e “ultim’ora” dichiaratamente falsi, ma con una finalità satirica e parodistica».
Da quando ci collabori?
«Praticamente dalla sua fondazione. Ho inviato il mio primo articolo nel dicembre del 2012: parlava di una farfalla che minacciava di battere le ali a Tokyo, scatenando il panico a New York. La collaborazione è avvenuta in maniera spontanea. Io, Michele e tutto il resto dell’attuale redazione facevamo già parte di un collettivo satirico, Acido Lattico, a sua volta sorto sulle ceneri della “Palestra” di Daniele Luttazzi: lui raccoglieva le battute inviategli dai fan e pubblicava le migliori. Quando Michele ha fondato Lercio, come per osmosi, tutto il collettivo si è fatto coinvolgere».
Qual è il segreto del vostro successo?
«Secondo alcuni il colore rosso. Secondo altri l’accostamento di uno stile credibile e di contenuti incredibili. Ma probabilmente la chiave è nel fatto che nascondiamo piccoli quantitativi di sostanze psicotrope in ogni articolo».
Quali sono gli articoli di cui vai più fiero?
«Quelli a cui sono più affezionato sono due. La toccante storia di Jimbo: l’elefante che sa dipingere solo peni, parla dell’unico elefante al mondo che non è in grado di disegnarsi un autoritratto, caratteristica che, stando a Studio Aperto, sarebbe praticamente innata in tutti i pachidermi. Con l’articolo lanciavo anche una petizione per il povero Jimbo. Ed ha pure avuto un discreto seguito. L’altro articolo è L’Accademia della Crusca rivela: “Il congiuntivo? Ce lo siamo inventati”, con cui si è praticamente aperto un filone che poi ha raggiunto l’apice con l’ultim’ora di Rosaria Greco L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”. Con i social media manager dell’Accademia è nata una sorta di love story. È il nostro contributo alla cultura italiana».
C’è chi crede che le vostre siano notizie reali…
«Intanto mettiamo in chiaro una cosa: il nostro scopo non è quello di far passare i nostri articoli per veri. Produciamo contenuti dichiaratamente satirici. Però, onestamente, è molto divertente quando capita».
Ci sono casi che ricordi, in questo senso?
«Il più clamoroso, che credo resterà ineguagliato, si scatenò con l’articolo di Vittorio Lattanzi: Kyenge shock: “Prendiamo cani e gatti degli italiani per sfamare gli immigrati”. Intervennero “legioni di imbecilli” pronte ad attaccare la Kyenge. Sarebbe bastato leggere le prime righe dell’articolo per togliersi ogni dubbio, se potevano essercene. D’altra parte, lo scopo di quell’articolo era portare ad esasperazione le falsità che ogni giorno venivano attribuite all’ex ministro, per mettere bene in chiaro il livello di razzismo e pressapochismo della popolazione. Uno dei commenti più divertenti, in quell’occasione, fu di un utente, completamente allucinato, che scrisse una serie di amenità di questo tenore: “In Italia questi governanti sono dei golpisti al servizio dei criminali stragisti sionisti del Bildeberg, stanno conducendo il Popolo Italiano verso l’Olocausto quello vero è certo che questi flussi migratori sono guidati dall’Arabia Saudita in combutta con Israele, porteranno il vento di guerra delle primavere arabe in europa, solo una Rivoluzione ci potrà liberare dal giogo di questi criminali assassini dei Popoli”. Fortunatamente qualcuno restituì il giusto equilibrio alla situazione, scrivendo forse il più grande complimento che ci sia mai stato fatto: “Lercio è la cartina di tornasole inutilmente sognata da Darwin: i commenti alle sue “notizie” permettono di riconoscere con grande facilità gli “homo sapiens” e gli “anelli di congiunzione”. Purtroppo, in rete, questi si rivelano essere la stragrande maggioranza. Leggere per credere!”. Di recente abbiamo anche lanciato una rubrica con i commenti “più lerci” della settimana. Si trovano delle vere perle».
In quanti lavorano a Lercio?
«Nessuno “lavora” a Lercio, se per lavoro intendi qualcosa per cui si è pagati. Tu vuoi darci dei soldi?».
Ci penso. E quindi che lavoro fai?
«Cos’è, vuoi farmelo perdere?»
Ma quindi un sito così seguito di satira, non è in grado di fare fatturato? Quante persone ci collaborano?
«La redazione è composta di quaranta persone sparse in tutto il mondo, ma con una significativa percentuale di sardi, e tutte già appartenenti al collettivo Acido Lattico. Ognuno di noi dedica al progetto tempo ed energie a seconda delle proprie disponibilità e capacità. Abbiamo un’organizzazione prevalentemente “orizzontale”, con una suddivisione di compiti in continua evoluzione che, secondo i nostri calcoli, raggiungerà entro il 2034 un equilibrio Pareto-ottimale. Non possiamo rivelarti quanto fatturiamo, ma sappi che abbiamo appena comprato una penisola greca che da domani si chiamerà Lercioponneso».

Quelle bufale (quasi) reali che deridono certo giornalismo. Intervista a un Lercio

Gli autori del celebre sito internet al Molo TreZero insieme a quelli
di Spinoza. «Quando la gente crede che i nostri articoli siano veri…»

Torna per il secondo anno la rassegna “Kafka sulla spiaggia” al bagno Molo TreZero di Marina di Ravenna. Gli incontri (con tanto di cena a tema, prenotazione consigliata allo 0544 530793) si aprono sabato 11 luglio dalle 20 con gli autori di Spinoza e Lercio, i due siti di satira più noti d’Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Francesco Conte, della redazione di Lercio.

Quando nasce Lercio e perché?
«È stato fondato alla fine del 2012 da Michele Incollu. Nasce per mettere alla berlina il giornalismo sensazionalista che (soprattutto in rete) privilegia notizie capaci di destare clamore, senza neppure verificarne la veridicità, rispetto ad un’informazione completa e approfondita, abdicando così alla propria funzione sociale in cambio di qualche click in più. Questo marasma di notizie-non-notizie si è trasformato in una gara a chi la spara più grossa. Alle testate “ufficiali”, artefici di un’eccessiva attenzione al gossip e alle notizie di costume, si sono aggiunti siti di pseudo-informazione con tendenze complottistiche e creatori di bufale finalizzate solo al click-baiting. Lercio si insinua in questa zona grigia, offrendo articoli e “ultim’ora” dichiaratamente falsi, ma con una finalità satirica e parodistica».
Da quando ci collabori?
«Praticamente dalla sua fondazione. Ho inviato il mio primo articolo nel dicembre del 2012: parlava di una farfalla che minacciava di battere le ali a Tokyo, scatenando il panico a New York. La collaborazione è avvenuta in maniera spontanea. Io, Michele e tutto il resto dell’attuale redazione facevamo già parte di un collettivo satirico, Acido Lattico, a sua volta sorto sulle ceneri della “Palestra” di Daniele Luttazzi: lui raccoglieva le battute inviategli dai fan e pubblicava le migliori. Quando Michele ha fondato Lercio, come per osmosi, tutto il collettivo si è fatto coinvolgere».
Qual è il segreto del vostro successo?
«Secondo alcuni il colore rosso. Secondo altri l’accostamento di uno stile credibile e di contenuti incredibili. Ma probabilmente la chiave è nel fatto che nascondiamo piccoli quantitativi di sostanze psicotrope in ogni articolo».
Quali sono gli articoli di cui vai più fiero?
«Quelli a cui sono più affezionato sono due. La toccante storia di Jimbo: l’elefante che sa dipingere solo peni, parla dell’unico elefante al mondo che non è in grado di disegnarsi un autoritratto, caratteristica che, stando a Studio Aperto, sarebbe praticamente innata in tutti i pachidermi. Con l’articolo lanciavo anche una petizione per il povero Jimbo. Ed ha pure avuto un discreto seguito. L’altro articolo è L’Accademia della Crusca rivela: “Il congiuntivo? Ce lo siamo inventati”, con cui si è praticamente aperto un filone che poi ha raggiunto l’apice con l’ultim’ora di Rosaria Greco L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”. Con i social media manager dell’Accademia è nata una sorta di love story. È il nostro contributo alla cultura italiana».
C’è chi crede che le vostre siano notizie reali…
«Intanto mettiamo in chiaro una cosa: il nostro scopo non è quello di far passare i nostri articoli per veri. Produciamo contenuti dichiaratamente satirici. Però, onestamente, è molto divertente quando capita».
Ci sono casi che ricordi, in questo senso?
«Il più clamoroso, che credo resterà ineguagliato, si scatenò con l’articolo di Vittorio Lattanzi: Kyenge shock: “Prendiamo cani e gatti degli italiani per sfamare gli immigrati”. Intervennero “legioni di imbecilli” pronte ad attaccare la Kyenge. Sarebbe bastato leggere le prime righe dell’articolo per togliersi ogni dubbio, se potevano essercene. D’altra parte, lo scopo di quell’articolo era portare ad esasperazione le falsità che ogni giorno venivano attribuite all’ex ministro, per mettere bene in chiaro il livello di razzismo e pressapochismo della popolazione. Uno dei commenti più divertenti, in quell’occasione, fu di un utente, completamente allucinato, che scrisse una serie di amenità di questo tenore: “In Italia questi governanti sono dei golpisti al servizio dei criminali stragisti sionisti del Bildeberg, stanno conducendo il Popolo Italiano verso l’Olocausto quello vero è certo che questi flussi migratori sono guidati dall’Arabia Saudita in combutta con Israele, porteranno il vento di guerra delle primavere arabe in europa, solo una Rivoluzione ci potrà liberare dal giogo di questi criminali assassini dei Popoli”. Fortunatamente qualcuno restituì il giusto equilibrio alla situazione, scrivendo forse il più grande complimento che ci sia mai stato fatto: “Lercio è la cartina di tornasole inutilmente sognata da Darwin: i commenti alle sue “notizie” permettono di riconoscere con grande facilità gli “homo sapiens” e gli “anelli di congiunzione”. Purtroppo, in rete, questi si rivelano essere la stragrande maggioranza. Leggere per credere!”. Di recente abbiamo anche lanciato una rubrica con i commenti “più lerci” della settimana. Si trovano delle vere perle».
In quanti lavorano a Lercio?
«Nessuno “lavora” a Lercio, se per lavoro intendi qualcosa per cui si è pagati. Tu vuoi darci dei soldi?».
Ci penso. E quindi che lavoro fai?
«Cos’è, vuoi farmelo perdere?»
Ma quindi un sito così seguito di satira, non è in grado di fare fatturato? Quante persone ci collaborano?
«La redazione è composta di quaranta persone sparse in tutto il mondo, ma con una significativa percentuale di sardi, e tutte già appartenenti al collettivo Acido Lattico. Ognuno di noi dedica al progetto tempo ed energie a seconda delle proprie disponibilità e capacità. Abbiamo un’organizzazione prevalentemente “orizzontale”, con una suddivisione di compiti in continua evoluzione che, secondo i nostri calcoli, raggiungerà entro il 2034 un equilibrio Pareto-ottimale. Non possiamo rivelarti quanto fatturiamo, ma sappi che abbiamo appena comprato una penisola greca che da domani si chiamerà Lercioponneso».

Quelle bufale (quasi) reali che deridono certo giornalismo. Intervista a un Lercio

Gli autori del celebre sito internet al Molo TreZero insieme a quelli di Spinoza. «Quando la gente crede che i nostri articoli siano veri…»

Torna per il secondo anno la rassegna “Kafka sulla spiaggia” al bagno Molo TreZero di Marina di Ravenna. Gli incontri (con tanto di cena a tema, prenotazione consigliata allo 0544 530793) si aprono sabato 11 luglio dalle 20 con gli autori di Spinoza e Lercio, i due siti di satira più noti d’Italia. Per l’occasione abbiamo intervistato Francesco Conte, della redazione di Lercio.

Quando nasce Lercio e perché?
«È stato fondato alla fine del 2012 da Michele Incollu. Nasce per mettere alla berlina il giornalismo sensazionalista che (soprattutto in rete) privilegia notizie capaci di destare clamore, senza neppure verificarne la veridicità, rispetto ad un’informazione completa e approfondita, abdicando così alla propria funzione sociale in cambio di qualche click in più. Questo marasma di notizie-non-notizie si è trasformato in una gara a chi la spara più grossa. Alle testate “ufficiali”, artefici di un’eccessiva attenzione al gossip e alle notizie di costume, si sono aggiunti siti di pseudo-informazione con tendenze complottistiche e creatori di bufale finalizzate solo al click-baiting. Lercio si insinua in questa zona grigia, offrendo articoli e “ultim’ora” dichiaratamente falsi, ma con una finalità satirica e parodistica».
Da quando ci collabori?
«Praticamente dalla sua fondazione. Ho inviato il mio primo articolo nel dicembre del 2012: parlava di una farfalla che minacciava di battere le ali a Tokyo, scatenando il panico a New York. La collaborazione è avvenuta in maniera spontanea. Io, Michele e tutto il resto dell’attuale redazione facevamo già parte di un collettivo satirico, Acido Lattico, a sua volta sorto sulle ceneri della “Palestra” di Daniele Luttazzi: lui raccoglieva le battute inviategli dai fan e pubblicava le migliori. Quando Michele ha fondato Lercio, come per osmosi, tutto il collettivo si è fatto coinvolgere».
Qual è il segreto del vostro successo?
«Secondo alcuni il colore rosso. Secondo altri l’accostamento di uno stile credibile e di contenuti incredibili. Ma probabilmente la chiave è nel fatto che nascondiamo piccoli quantitativi di sostanze psicotrope in ogni articolo».
Quali sono gli articoli di cui vai più fiero?
«Quelli a cui sono più affezionato sono due. La toccante storia di Jimbo: l’elefante che sa dipingere solo peni, parla dell’unico elefante al mondo che non è in grado di disegnarsi un autoritratto, caratteristica che, stando a Studio Aperto, sarebbe praticamente innata in tutti i pachidermi. Con l’articolo lanciavo anche una petizione per il povero Jimbo. Ed ha pure avuto un discreto seguito. L’altro articolo è L’Accademia della Crusca rivela: “Il congiuntivo? Ce lo siamo inventati”, con cui si è praticamente aperto un filone che poi ha raggiunto l’apice con l’ultim’ora di Rosaria Greco L’Accademia della Crusca si arrende: “Scrivete qual è con l’apostrofo e andatevene affanculo”. Con i social media manager dell’Accademia è nata una sorta di love story. È il nostro contributo alla cultura italiana».
C’è chi crede che le vostre siano notizie reali…
«Intanto mettiamo in chiaro una cosa: il nostro scopo non è quello di far passare i nostri articoli per veri. Produciamo contenuti dichiaratamente satirici. Però, onestamente, è molto divertente quando capita».
Ci sono casi che ricordi, in questo senso?
«Il più clamoroso, che credo resterà ineguagliato, si scatenò con l’articolo di Vittorio Lattanzi: Kyenge shock: “Prendiamo cani e gatti degli italiani per sfamare gli immigrati”. Intervennero “legioni di imbecilli” pronte ad attaccare la Kyenge. Sarebbe bastato leggere le prime righe dell’articolo per togliersi ogni dubbio, se potevano essercene. D’altra parte, lo scopo di quell’articolo era portare ad esasperazione le falsità che ogni giorno venivano attribuite all’ex ministro, per mettere bene in chiaro il livello di razzismo e pressapochismo della popolazione. Uno dei commenti più divertenti, in quell’occasione, fu di un utente, completamente allucinato, che scrisse una serie di amenità di questo tenore: “In Italia questi governanti sono dei golpisti al servizio dei criminali stragisti sionisti del Bildeberg, stanno conducendo il Popolo Italiano verso l’Olocausto quello vero è certo che questi flussi migratori sono guidati dall’Arabia Saudita in combutta con Israele, porteranno il vento di guerra delle primavere arabe in europa, solo una Rivoluzione ci potrà liberare dal giogo di questi criminali assassini dei Popoli”. Fortunatamente qualcuno restituì il giusto equilibrio alla situazione, scrivendo forse il più grande complimento che ci sia mai stato fatto: “Lercio è la cartina di tornasole inutilmente sognata da Darwin: i commenti alle sue “notizie” permettono di riconoscere con grande facilità gli “homo sapiens” e gli “anelli di congiunzione”. Purtroppo, in rete, questi si rivelano essere la stragrande maggioranza. Leggere per credere!”. Di recente abbiamo anche lanciato una rubrica con i commenti “più lerci” della settimana. Si trovano delle vere perle».
In quanti lavorano a Lercio?
«Nessuno “lavora” a Lercio, se per lavoro intendi qualcosa per cui si è pagati. Tu vuoi darci dei soldi?».
Ci penso. E quindi che lavoro fai?
«Cos’è, vuoi farmelo perdere?»
Ma quindi un sito così seguito di satira, non è in grado di fare fatturato? Quante persone ci collaborano?
«La redazione è composta di quaranta persone sparse in tutto il mondo, ma con una significativa percentuale di sardi, e tutte già appartenenti al collettivo Acido Lattico. Ognuno di noi dedica al progetto tempo ed energie a seconda delle proprie disponibilità e capacità. Abbiamo un’organizzazione prevalentemente “orizzontale”, con una suddivisione di compiti in continua evoluzione che, secondo i nostri calcoli, raggiungerà entro il 2034 un equilibrio Pareto-ottimale. Non possiamo rivelarti quanto fatturiamo, ma sappi che abbiamo appena comprato una penisola greca che da domani si chiamerà Lercioponneso».

Il vicesindaco: «Sedi universitarie in darsena al posto dei magazzini»

Mingozzi: «A fronte dei nostri investimenti, gli studenti spendono 11 milioni di euro all’anno, fondamentali per l’economia di Ravenna»

Si è svolta questa mattina nella sede di Conservazione dei beni culturali in via degli Ariani la presentazione del bilancio sociale dell’Ateneo e di alcune proposte dei Comuni di Ravenna e Faenza. Presenti tra gli altri il pro rettore dell’Ateneo di Bologna Sandro Sandri, il presidente del campus Giorgio Gruppioni e il direttore Paolo Vicini, il vicesindaco di Faenza Massimo Isola e quello di Ravenna Giannantonio Mingozzi, che ha aperto gli interventi.

Mingozzi ha illustrato i progetti e le opportunità relativi a un nuovo studentato con residenze universitarie in centro città, al completamento con i laboratori della sede di Scienze ambientali, a nuove aule per Giurisprudenza e alcune idee che convergono sulla disponibilità di proprietari di immobili e magazzini in Darsena di città disponibili a riconvertirli per uso universitario, come sedi di attività di ricerca, e sportivo.

Il vicesindaco poi ha sottolineato che «attualmente l’insediamento universitario occupa 22.700 metri quadrati di uffici, laboratori e sedi didattiche e di ricerca, per un complesso di ottanta immobili tra Ravenna e Faenza. Contiamo su una media di 680 lauree all’anno, cento tra tirocini, borse di studio e premi di laurea, nonché venti studenti che partecipano al servizio civile volontario; nel 2014 si sono svolti 54 eventi tra seminari e convegni promossi dall’Università, con una media di 120 partecipanti per un totale di circa settemila presenze che hanno utilizzato alberghi e ristoranti. Il quadro del personale impegnato all’Università di Ravenna conta su 164 docenti e ricercatori e 85 tra tecnici e amministrativi. Nei primi cinque mesi del 2015 ottocento studenti universitari da tutto il mondo sono stati in media quaranta giorni a Ravenna per partecipare a Erasmus, master, corsi di perfezionamento, summer school e corsi di alta formazione. Sono state dieci le giornate tra open day, “Lavoro cerca università” e “Career day”. Su 16 corsi di laurea 3.500 sono gli iscritti totali e il budget messo a disposizione da Università e Fondazione Flaminia per servizi agli studenti e funzionamento delle sedi è di 979mila euro per l’Università e due milioni per Flaminia, finanziata in gran parte da privati. A fronte di queste risorse investite le spese degli studenti per consumi, affitti, libri, divertimento e altro ammontano a 11 milioni di euro l’anno, con un beneficio non indifferente per l’economia cittadina».

Mingozzi ha concluso il suo intervento chiedendo che l’Ateneo «non decida di bloccare i propri finanziamenti alle varie sedi nei prossimi cinque anni dirottandoli sul cosiddetto progetto Staveco, che rivoluzionerebbe tutte le sedi universitarie nella città capoluogo di regione ma lascerebbe a secco i campus della Romagna perché stiamo parlando di un investimento superiore ai cinquanta milioni».

L’albero della vita, archetipo di rigenerazione

I molteplici significati di un’immagine da sempre scelta per il valore simbolico

KlimtL’Expo 2015, adottando l’Albero della vita come simbolo dell’esposizione universale e in particolare del padiglione italiano, ha rilanciato sui media internazionali un archetipo presente nell’arte fin dalle origini della civiltà. Le più antiche rappresentazioni si trovano nei bassorilievi del IX secolo a.C. rinvenuti in Mesopotamia, si ripresentano presso gli Egizi associate spesso a quella del fararone-divinità e nella civiltà greca dove il mito dell’Albero della Vita si intreccia a quello dell’albero delle mele d’oro nel giardino delle Esperidi, assimilabile a quello biblico per il serpente che si attorciglia intorno al tronco.
L’Albero della Vita ha rappresentato in ogni contesto storico e geografico il principio vitale, l’energia e la rigenerazione, un archetipo nella foresta dei simboli con cui l’uomo ha interpretato il proprio destino. Nutrito dalla terra, proteso energicamente verso l’alto, sottoposto ai mutamenti atmosferici e stagionali, come l’uomo si eleva con l’anima, l’albero sfiora nel cielo l’infinito.
Se nel Medioevo è stato rappresentato con la figura centrale di un Cristo-albero da cui si diramano gli episodi biblici come percorso necessario per raggiungere Dio, molto “laicamente” si ripropone come soggetto centrale fra una coppia di amanti e una figura stilizzata nel fregio di palazzo Stoclet a Bruxelles realizzato da Gustav Klimt fra il 1905 e il 1909. Il maestro dell’Art Nouveau, che soggiornò a Ravenna nel maggio 1903, vi traspose l’influenza dei mosaici bizantini ravennati in cui il tema è ricorrente.
Esso ritorna nelle vetrate che Henri Matisse realizzò a Vence fra il 1948 e il 1951 e in quelle che Marc Chagall realizzò a Sorrebourg nel 1976. In proposito il pittore-poeta Chagall scrisse: «Non sapremo mai dove e quando l’immaginazione umana abbia piantato il più antico “Albero della vita”. La nascita dell’uomo religioso si perde nella notte dei tempi. È quindi certo che i testi su cui si basano le grandi religioni pongano un albero all’inizio della storia del genere umano, quando l’uomo incontra per la prima volta il mistero della creazione…». La figurazione elementare di Matisse e quella poetica intrisa di cultura ebraica di Chagall esprimono diversamente ma efficacemente l’antico simbolo di energia e spiritualità. A sorpresa il tema si affaccia nell’iconografia urbana e un po’ fumettistica di Keith Haring, quando tratteggia un albero che dà la vita ed è circondato da brulicanti e briosi ominidi nell’insolito connubio di mito e attualità.
Pittura, scultura, arte del vetro sono solo alcuni dei linguaggi tramite i quali è arrivata fino a oggi l’icona dell’Albero della Vita. La nostra città, culla di meraviglie musive, non poteva non raccogliere il richiamo di Otranto, città lontana ma gemellata dal fatto di essere, come Ravenna, un crocevia di culture e una porta aperta sull’Oriente. Lo dimostrano i suoi formidabili mosaici medievali che furono esaminati e restaurati negli anni Ottanta da maestranze ravennati dirette da Carlo Signorini.
Expo 2015 ha annodato un “filo rosso” fra Ravenna, Otranto e Milano coinvolgendo nell’ambizioso progetto gli studenti del Liceo Artistico di Ravenna, che con i loro mosaici adorneranno il padiglione Eataly – I tesori d’Italia nella mostra curata da Vittorio Sgarbi, accompagnati da riprese fotografiche e da video per illustrarne le fasi di esecuzione.

Mimmo PaladinoÈ il progetto intitolato “Le Porte d’Oriente – Tessere di Sapienza nell’Albero della Vita”, siglato tra i Comuni di Ravenna e di Otranto, in cui si annoda anche la memoria del restauro del mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto eseguito da maestri ravennati della conservazione e del restauro musivo. Quelle stesse maestranze, ex allievi dell’Istituto d’Arte per il Mosaico di Ravenna, reclutate dall’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei, nel 1986 composero, tessera su tessera, la grande piazza musiva dedicata da Mimmo Paladino al tema dell’Albero della Vita nel Parco della Pace di Ravenna, un museo del mosaico contemporaneo a cielo aperto.
Per l’Expo 2015, gli studenti delle Classi 3F e 5F dell’Istituto d’Arte per il mosaico – Liceo Artistico “P.L. Nervi – G. Severini” di Ravenna, sotto la guida del coordinatore generale Marcello Landi e dei docenti Elena Pagani e Felice Nittolo, hanno realizzato le copie dei mesi di febbraio e di settembre dal mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto, un progetto in collaborazione con Ravenna Festival 2015 ispirato anche dalla visione dell’Inferno tratta da fonti condivise da Pantaleone e da Dante, presentato nel gennaio 2015 a Ravenna dal critico d’arte Vittorio Sgarbi e da Cristina Mazzavillani Muti della direzione del Ravenna Festival. La Cattedrale di Otranto accoglierà il concerto de Le vie dell’amicizia diretto dal maestro Riccardo Muti, stabilendo un dialogo fra due città italiane affratellate anche (e non solo) dall’arte musiva.
La cattedrale di Otranto sorge sui resti di un villaggio messapico, di una domus romana e di un tempio paleocristiano, fondata nel 1068 dal vescovo romano Gugliemo, sintesi di diversi stili architettonici comprendenti elementi bizantini paleocristiani e romanici. Essa fu consacrata l’1 agosto 1088 durante il papato di Urbano II dal legato pontificio Roffredo, arcivescovo di Benevento. Nell’agosto 1480 fu espugnata dai Turchi che ne distrussero gli affreschi del XIII secolo e la trasformarono in moschea.

satana mosaico di OtrantoLa cattedrale custodisce l’imponente mosaico pavimentale che il monaco e artista Pantaleone realizzò fra il 1163 e il 1165 su commissione dell’Arcivescovo Gionata, considerato oggi uno spaccato di cultura medioevale e un labirinto teologico ancora passibile di interpretazioni. L’Albero della vita centrale,  germogliato dal dorso di due elefanti, va letto dall’alto in basso, partendo dalla Cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell’Eden. Sedici medaglioni rimandano ad animali o figure mitiche dal significato allegorico. Dodici cicli dei mesi illustrano le  attività quotidiane umane: aratura, pascolo, caccia, allevamento, specchi in cui anche gli umili potevano riconoscersi sentendosi parte della Casa del Signore. Nella navata di sinistra l’Albero del Giudizio Universale divide l’area in due parti: una relativa al Paradiso (la Redenzione), l’altra all’Inferno (la Dannazione). Nella prima i tre patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, in linea con l’iconografia bizantina, ammettono in Paradiso gli uomini eletti; nell’area della Dannazione un angelo con bilancia giudica i peccati (la cerimonia di psicostasia molto diffusa negli affreschi dell’epoca) mentre i dannati si contorcono nei loro supplizi, immagini simili a quelle che scaturiscono dai versi visionari dell’Inferno dantesco. Oltre che alla tradizione musiva dell’arte bizantina, lo stile di Pantaleone si allaccia all’arte e alla scultura romanica per il Bestiario medioevale (grifoni, draghi, sirene) e per le narrazioni del Vecchio Testamento. Dall’opera trapela, come da un libro di pietra, la cultura del tempo e l’intento pedagogico delle immagini dirette ai  fedeli, ai pellegrini e ai crociati per cui Otranto era una tappa del viaggio in Terra Santa. La concezione iconografica e la ripartizione degli spazi fra i rami dell’albero è assolutamente originale rispetto ai mosaici dell’epoca.

autoritratto Pantaleone OtrantoSimbolicamente esso richiama tanto l’albero dell’Eden quanto quello della Cabala, ma anche l’Albero del settimo cielo della religione islamica, un simbolo in cui si annidano il bene e il male, la virtù e il vizio secondo il concetto condiviso dai mistici ebrei, all’epoca numerosi e attivi in Otranto. Fatti, miti, allegorie, personaggi delle leggende nordiche del ciclo bretone e classico, Sacre Scritture, Bibbia e letteratura profana, tutto in Pantaleone confluisce in un’enciclopedia squadernata per la comprensione di eruditi e incolti. Per Grazio Gianfreda, studioso e parroco della cattedrale, l’albero è uno e trino: nella navata centrale crea, nella navata di destra redime, in quella di sinistra giudica. La semplicità quasi primigenia delle figure è rafforzata dall’uso di tessere ricavate da materiale lapideo di tipo calcareo nei colori rosso, nero, grigio, giallo e verdastro in cui si affacciano poche tessere di pasta vitrea nei colori verde, giallo e azzurro.
Dal grande pavimento musivo di Pantaleone all’enorme piazza musiva del Parco della Pace di Ravenna il passo è breve. «Il lavoro è stato pensato non come segno cromatico nel tessuto architettonico naturale, ma come pedana poetica, simbolica, praticabile, […] un segno di vita» scrisse Paladino presentando quell’affiorare di figure, di forme larvali e di corpi indecifrabili, di simboli e maschere,  impressionante sintesi di un’era geologica già conclusa. L’Albero della Vita di Paladino è l’immagine di un domani che è anche passato, memoria di vita per sempre impressa nella pietra. Poco più in là, si incontra l’Albero della Vita di Josette Deru in cui un uomo e una donna mettono a dimora piante protetti da un frondoso albero in una composizione di stampo fiabesco i cui materiali litoidi esaltano il legame fra l’uomo e la terra nel fluire delle stagioni.

Josette DeruUn solo soggetto, tante letture. «Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, il cielo cadrà sugli uomini»: ne erano convinti gli indiani d’America per cui l’albero sosteneva il cielo, e oggi, consci degli effetti della disboscazione selvaggia, lo pensiamo tutti, mentre ammiriamo l’Albero della Vita di Expo 2015 splendente di suoni, colori e zampilli d’acqua. Superbamente tecnologico, l’albero spettacolare evoca incanti cinematografici e riporta alle “meraviglie” del periodo barocco, sebbene riproponga ancora e sempre lo stesso significato: rigenerazione, armonia, amore universale ed elevazione dello spirito, icona reiterata nei secoli fino ai giorni nostri dove il passato e presente si intrecciano per gettare i semi di un futuro, si spera, migliore per il genere umano, con l’esposizione universale di Milano e le virtù italiane, mosaico compreso, al centro del mondo.

«Un parco archeologico in piazza Kennedy farebbe bene al turismo»

La proposta di Confcommercio per elaborare una pavimentazione vetrata che possa esaltare il tesoro che sta affiorando dagli scavi

«Se sotto piazza Kennedy c’è veramente un tesoro di resti archeologici, se emergeranno pavimentazioni in mosaico, allora il progetto di riqualificazione può essere modificato in un progetto di valorizzazione archeologica, in altre parole il Parco archeologico di Piazza Kennedy». Il presidente di Confcommercio, Mauro Mambelli, lancia l’idea dopo gli episodi di alcuni ritrovamenti nel cantiere aperto il 22 giugno per trasformare la piazza da parcheggio a zona pedonale. «Nei primi giorni di scavo – scrive Mambelli – il passato è prepotentemente emerso con il rinvenimento di ossa umane, resti di sepolture nella zona in cui si trovava la chiesa di Sant’Agnese, costruita alla fine del V secolo. Pochi giorni dopo sono emersi reperti archeologici probabilmente legati all’edificio di culto, ieri un altro. Ne emergeranno altri? Forse si».

Il presidente dell’associazione di categoria poi fa riferimento a quanto fatto in altre in altre città, come ad esempio Rimini «dove hanno valorizzato i resti archeologici rendendoli visibili attraverso moderne pavimentazioni vetrate». Un’idea lanciata come suggestione recentemente anche dall’architetto Daniele Vistoli (vedi tra i correlati).

La questione, come facilmente intuibile, riguarderebbe i costi: «Sono certo che con un progetto serio la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna che ha già restaurato Palazzo Rasponi sarebbe disponibile a valutare la possibilità di farsi carico di un’opera come questa». È infatti la fondazione che finanzia con 1,2 milioni di euro il restyling della piazza.

Mambelli è convinto che un sito archeologico visitabile o almeno visibile sarebbe uno spunto in più per il turismo: «Più volte abbiamo sostenuto che il turismo è la carta vincente della città, è il turismo il comparto che può elevare Ravenna nella crescita economica, creando nuove attività, posti di lavoro e benessere diffuso. I primi dati dell’anno sul turismo di Ravenna non sono incoraggianti: in città a noi vicine, come ad esempio Bologna, il flusso turistico è in aumento. Allora è il caso di porci delle domande sul perché il trend turistico ravennate è in stallo. Certamente dobbiamo rivedere la nostra politica turistica. E anche la destinazione di Palazzo Rasponi, di cui tanto si è parlato, deve tenere conto di questa vocazione, perché il turismo è la chiave di svolta della città».

Via Mazzini si rinnova e diventa la strada dei poeti Ma i cartelli sono subito imbrattati

Allestiti quindici leggii con gli scritti su Ravenna firmati da autori illustri

Dante, Papa Giovanni Paolo II, Gorge Byron, Oscar Wilde e Hermann Hesse, ma anche Dario Fo, Margherite Yourcenar, Henry James, e ancora Thomas S. Eliot, Carl Gustav Jung e Sigmund Freud. Questi i personaggi illustri che si sono lasciati ispirare da Ravenna, fermando le loro impressioni sulla carta. I loro scritti si potranno ora leggere passeggiando per il centro grazie ai 15 leggii allestiti in via Mazzini, che diventa la via dei poeti.
I pannelli, posti ad altezza d’uomo, proporranno ai passanti le citazioni di opere in cui compare una traccia della nostra città, firmate da grandi letterati, scienziati e artisti che si sono trovati a soggiornare a Ravenna per un viaggio o per necessità di un rifugio, come nel caso del Sommo Poeta. Proprio a lui sono dedicati i primi quattro pannelli con le citazioni dalla Divina Commedia, le stesse scelte da Corrado Ricci per le decorazioni della sala nella Biblioteca Classense dedicata al poeta.
Il progetto, che appunto ha come titolo La via dei Poeti. Appunti di viaggio, è nato da un’idea dello scrittore Eraldo Baldini, autore delle ricerche bibliografiche per conto di Fondazione Flaminia, rese poi disponibili al Comune.

via dei poetiL’inaugurazione è avvenuta in questi giorni alla presenza dell’assessore al Commercio Massimo Cameliani, di Eraldo Baldini, di Lanfranco Gualtieri presidente della Fondazione Flaminia, della presidente del Consiglio territoriale Centro Fiorenza Campidelli, di Alberto Cassani coordinatore di Ravenna 2015 e dei dirigenti comunali che a vario titolo se ne sono occupati.
“La Via dei Poeti – dichiara l’assessore Cameliani – rappresenta un valore aggiunto per la città sotto vari aspetti. Sotto il profilo culturale fornisce l’opportunità ai passanti di conoscere e apprezzare maggiormente la storia cittadina; sotto quello turistico fa di questa strada una meta degli itinerari urbani aumentandone l’appeal, così come, sotto quello commerciale, favorirà ricadute positive per gli esercizi commerciali che vi hanno sede. Proprio per quest’ultimo obiettivo la Regione ha finanziato il progetto inserendolo tra quelli finalizzati alla promozione e alla riqualificazione dei centri storici per incrementarne l’attrattiva e la frequentazione”.
L’iniziativa è stata condivisa con le Associazioni di categoria e realizzata dallo Sportello Attività produttive, dal Servizio Turismo e cultura e dal Servizio Progettazione Urbanistica, con il contributo della Regione Emilia Romagna.

Peccato però che i primi a mostrare interesse per il progetto siano stati dei vandali, che subito dopo la sistemazione dei pannelli hanno provveduto a imbrattare le parole dei poeti e a lasciare invece la loro di traccia.

Con il Suv della compagna carica una prostituta e la violenta: arrestato

In manette un 47enne: ha costretto una 24enne a un rapporto non protetto poi le ha rapinato 600 euro. Aveva precedenti simili

Al volante di un Suv intestato alla compagna ha caricato una prostituta 24enne sulla via Emilia tra Faenza e Castelbolognese per portarla in un casolare abbandonato dove l’ha violentata e poi rapinata minacciandola perché non andasse a denunciarlo: dopo quattro mesi di indagini un 47enne di Dovadola (D. L.) è stato arrestato dai carabinieri con un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per il rischio di reiterazione dei reati viste le due condanne passate in giudicato per reati della stessa indole.

Nonostante le minacce dell’uomo, la giovane non ha avuto timori a denunciare quanto subito in quelle ore nella notte dell’1 marzo scorso. Fondamentale per le indagini dell’Arma è stata la scaltrezza della ragazza che dopo essere salita sul Suv ha iniziato a temere il peggio e in una telefonata in lingua straniera ha dettato a un’amica la targa del veicolo.

La prostituta, domiciliata a Faenza, era montata a bordo seppur poco convinta di consumare il rapporto sessuale nell’abitazione del cliente. E ben presto si è ritrovata in aperta campagna, nei pressi di un casolare che le indagini poi individueranno tra Santa Lucia e Castrocaro. E lì con la forza ha costretto la 24enne ad avere rapporti sessuali non protetti. Dopo la violenza, l’uomo ha tentato anche di far scendere la lucciola dall’auto con l’intenzione di abbandonarla sul posto. Lei lo ha supplicato di riaccompagnarla indietro: l’uomo così ha fatto e prima di allontanarsi le ha sottratto dal portafogli 600 euro nonché la carta d’identità e il telefono cellulare.

La prostituta, nella sua denuncia, ha descritto nel dettaglio i connotati dell’uomo inoltre, attraverso la targa che la ragazza aveva fatto annotare all’amica la notte della violenza, i carabinieri sono riusciti a risalite all’intestatario del Suv, una donna di Dovadola, risultata la convivente dell’uomo. Decisivo è stato il riconoscimento dell’uomo attraverso l’archivio fotografico del sistema informatico in uso ai carabinieri dove già risultava catalogata la foto del forlivese visti i suoi precedenti giudiziari per reati della stessa specie.

A Lido Adriano il mercato europeo con i sapori di tutto il mondo Negli stand i piatti di 35 operatori

Dal 10 al 12 luglio Lido Adriano ospiterà il Mercato Europeo, la manifestazione che porta nelle città i piatti tradizionali e i prodotti tipici stranieri a fianco di quelli nostrani, con l’obiettivo di promuovere l’incontro fra culture attraverso il cibo. L’iniziativa, organizzata dalla Confesercenti, prevede la partecipazione di circa 35 operatori che presenteranno agli avventori prelibatezze provenienti da tutta Europa e non solo.

Si potranno gustare i sapori della Spagna, della Francia, della Grecia, dell’Austria, dell’Inghilterra e della Repubblica Ceca, solo per citare alcuni dei Paesi rappresentati. Ma ci saranno anche i colori esotici del Marocco e tre ospiti d’oltreoceano: Argentina, Brasile e Messico. Non mancheranno poi gli stand italiani, che proporranno le specialità di molte regioni, fra cui Toscana, Umbria, Lazio, Calabria, Campania e Sicilia. Le tre giornate della manifestazione saranno inoltre animate da artisti della zona.

Il Mercato Europeo, giunto ormai alla sua diciannovesima edizione, negli anni ha riempito le piazze di molte città simbolo di internazionalità, mostrando come alla valorizzazione dei prodotti locali si accompagni la positiva contaminazione fra differenti culture. Insieme ai mercati di Strasburgo, Manchester e Hertogenbosch, in Olanda, contribuisce a rafforzare il processo di unificazione dell’Europa.

A Lido Adriano il mercato europeo con i sapori di tutto il mondo Negli stand i piatti di 35 operatori

Dal 10 al 12 luglio Lido Adriano ospiterà il Mercato Europeo, la manifestazione che porta nelle città i piatti tradizionali e i prodotti tipici stranieri a fianco di quelli nostrani, con l’obiettivo di promuovere l’incontro fra culture attraverso il cibo. L’iniziativa, organizzata dalla Confesercenti, prevede la partecipazione di circa 35 operatori che presenteranno agli avventori prelibatezze provenienti da tutta Europa e non solo.

Si potranno gustare i sapori della Spagna, della Francia, della Grecia, dell’Austria, dell’Inghilterra e della Repubblica Ceca, solo per citare alcuni dei Paesi rappresentati. Ma ci saranno anche i colori esotici del Marocco e tre ospiti d’oltreoceano: Argentina, Brasile e Messico. Non mancheranno poi gli stand italiani, che proporranno le specialità di molte regioni, fra cui Toscana, Umbria, Lazio, Calabria, Campania e Sicilia. Le tre giornate della manifestazione saranno inoltre animate da artisti della zona.

Il Mercato Europeo, giunto ormai alla sua diciannovesima edizione, negli anni ha riempito le piazze di molte città simbolo di internazionalità, mostrando come alla valorizzazione dei prodotti locali si accompagni la positiva contaminazione fra differenti culture. Insieme ai mercati di Strasburgo, Manchester e Hertogenbosch, in Olanda, contribuisce a rafforzare il processo di unificazione dell’Europa.

La musica è pericolosa, e insieme divina

Nicola Piovani debutta con il nuovo concertato

Torna a Ravenna Festival il maestro Nicola Piovani, che dopo essersi cimentato nell’impresa di musicare le parole di Dante – con lo spettacolo La Vita Nuova presentato lo scorso 6 giugno, vedi articolo correlato – debutta ora con il suo concertato La musica è pericolosa. Sabato 11 luglio alle 21.30, nell’anfiteatro costruito nella Pineta San Giovanni (sede dell’azienda Micoperi), Piovani, al pianoforte e accompagnato dall’ensemble Aracoeli, racconterà in musica e parole il senso dei frastagliati percorsi che lo hanno portato a fiancheggiare il lavoro di De André, di Fellini, di Magni; di registi spagnoli, francesi, olandesi, per il teatro, il cinema, la televisione, per cantanti e strumentisti. Lo farà alternando l’esecuzione di brani teatralmente inediti a nuove versioni di pagine più note, arrangiate per l’occasione; sullo sfondo immagini che artisti come Luzzati e Manara hanno dedicato all’opera musicale del maestro. Lo spettacolo è prodotto dalla Compagnia della Luna, che lo stesso Piovani ha fondato con Lello Arena e Vincenzo Cerami nel 1990.

Il musicista e compositore per una volta ha messo da parte gli spartiti per dedicarsi a un libro, appunto La musica è pericolosa. Ha poi però sentito anche il bisogno di tradurre il suo scritto in musica. «Il libro – racconta infatti l’autore – è stato un impegno fuori ordinanza, una vacanza dai pentagrammi. L’ho scritto un po’ come una scommessa, un po’ per divertimento e un po’ per cedere piacevolmente alle insistenze dell’editore. Quando il libro è uscito, dopo qualche giorno mi ha telefonato Francesco Rosi, dicendomi della lettura dettagliata che ne aveva fatto e, fra i generosi complimenti, mi ha anche detto che mentre lo leggeva gli mancava la musica, sentiva il bisogno di ascoltare, oltre che di leggere. Mi ha consigliato di farne un disco. Ho accettato il suo consiglio a metà: ne ho fatto un concerto teatrale».

Nicola Piovani«È un fatto estremamente misterioso che non so bene con cosa ha a che fare. Ma io avverto nella musica una specie di minaccia, un risucchio pericoloso»: Nicola Piovani spiega così il titolo del libro, richiamando la frase con cui Federico Fellini aveva espresso il proprio panico nei riguardi della musica (durante un’intervista al programma radiofonico “Voi e io” del 1979). Il maestro racconta quale sia la pericolosità nascosta nel pentagramma, ma è anche convinto che non si possa pensare di vivere senza quel rischio, che può regalare inaspettati «scampoli di divinità».
Seguendo il suo libro, gli “appunti per un’autobiografia”, Piovani svelerà i propri incontri artistici e di amicizia, affiancato da un manipolo di strumenti chiamati ad agire in scena. Così nel racconto teatrale la parola arriva dove la musica non può arrivare, ma, soprattutto, la musica la fa da padrona là dove la parola – proprio come nel Paradiso dantesco – non sa e non può dire.
Una vita cantabile, dunque, con momenti ironici e coriandoli di nostalgia. «Devo ai racconti di mio padre – scrive, ad esempio – la passione istintiva per le bande musicali. In alcuni viaggi che ho fatto in Puglia, ho incontrato bande di entusiasmante comunicativa e ho conosciuto un repertorio poco accademico che mi ha ammaliato. Mi capita così: la musica che mi seduce è quella che sa sorprendermi, e arriva spesso da zone diverse da quelle che mi aspetto, quando meno me l’aspetto». O quando ricorda la musica che si ascoltava in casa: «usciva dalla radio ed era rigorosamente leggera: Claudio Villa, Nilla Pizzi, Domenico Modugno»; poco dopo arriva la “zampata” del maestro: «Le mie orecchie erano abituate a quel repertorio di canzoni che spesso avevano ben poco di leggero, zeppe com’erano di acque amare, viali d’autunno, buongiorno tristezza, addio per sempre…».

Pineta San GiovanniComponendo queste immagini con gli incontri con grandi artisti, da Ennio Morricone a Manos Hadjidakis, si capisce facilmente come Piovani sia arrivato a comporre canzoni come La banda del pinzimonio per Roberto Benigni; o Bombarolo per Fabrizio De André, fino alla poetica Quanto t’ho amato, scritta con Cerami e lo stesso Benigni, che doveva essere una semi parodia delle canzoni sentimentali e che invece è diventata una struggente dichiarazione all’amore perduto. Il tutto seguendo un imperativo fondamentale: «La musica merita rispetto, che si chiami leggera o pesante, colta o commerciale. Usarla come uno zerbino sonoro mi ricorda quei milionari texani cafoni che hanno la Gioconda stampata sugli asciugamani, il macinapepe a forma di Tour Eiffel e Albinoni in sottofondo».
Dalla colonna sonora, premio Oscar, per La vita è bella, alla suite strumentale Epta, al concerto mitologico Viaggi di Ulisse, fino alla musica di sottofondo per i titoli del Tg1, Nicola Piovani racconterà quanto fascino ci sia appunto nella “musica pericolosa”.

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