Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Pippo Tadolini della campagna “Per il Clima – Fuori dal fossile”, una riflessione partita da una nostra piccola provocazione.
La fotonotizia comparsa a pagina 5 del settimanale Ravenna & Dintorni di giovedi 8 gennaio (che abbiamo pubblicato anche come Bombolone a questo link, ndr), relativa al presidio tenuto a Ravenna di condanna dell’operazione americana contro il Venezuela, che ha portato al sequestro del Presidente Maduro e della moglie Cilia Flores, apre una riflessione che è bene approfondire, e che dovrà necessariamente protrarsi nel tempo dal momento che – ahinoi – la situazione che ne deriva non avrà una risoluzione a breve.
Il commento che accompagna l’immagine, pur esprimendo una critica netta nei confronti della “dottrina Trump” e della sua prova di forza, forse liquida in maniera un po’ semplicistica con il titolo “In piazza per Maduro” il significato della protesta. Infatti, scegliere di stare con chi contesta un’aggressione del tutto illegittima e foriera di altre e forse peggiori sequele, non vuol dire sposare tout court le ragioni, le scelte e la postura dell’aggredito. Vuol dire, nettamente, affermare la convinzione che non si può ammettere che le ragioni della prepotenza abbiano la liceità di prevalere su quelle del diritto.
Tutto ciò detto e riaffermato, deve assolutamente svilupparsi, anche fra coloro che manifestano contro il progressivo dilagare della “legge del più forte”, una riflessione sull’insieme dell’esperienza venezuelana, nonché sul dato di fondo che – guarda caso – emerge dalle ventisei volte in cui il Presidente Trump ha pronunciato la parola petrolio nel giustificare l’aggressione.
Come Campagna Per il Clima – Fuori dal Fossile, nel comunicare la nostra partecipazione all’iniziativa del 5 gennaio avevamo scritto:
«Come realtà che si battono contro il dominio del fossile abbiamo perso il fiato a forza di ripetere che il petrolio e le altre fonti fossili sono la causa dei conflitti in tutto il mondo, e che solo l’uscita dall’era fossile, e il passaggio ad un modello completamente diverso, può rendere i paesi liberi di autodeterminarsi. Solo iniziare ad abbandonare la dipendenza dal fossile può contribuire ad interrompere l’escalation verso la generalizzazione della guerra. Noi ne abbiamo la possibilità, questo è il momento di rendercene conto e agire concretamente di conseguenza».
Oggi, di fronte alla velocità vertiginosa con cui si disegnano ulteriori pericolosissimi scenari (in cui l’unico elemento di speranza è che si risolva la questione di Alberto Trentini e delle altre persone detenute), non possiamo che ribadire la nostra convinzione, ricordando però che essa non riguarda soltanto l’operato di Trump, o quello delle altre grandi potenze, ma anche quei Paesi e quei Governi che, in quanto possessori delle riserve di materie prime e fonti di energia, continuano a basare le proprie politiche esclusivamente sul loro sfruttamento, al prezzo non solo della distruzione dell’ambiente, ma anche di danni irreparabili per le popolazioni che in esso vivono in relativa armonia con la natura, di un forte contributo alla catastrofe climatica, della rinuncia ad affrancarsi dalla dipendenza dal sistema fossile e – last but not least – della mortificazione della democrazia e della partecipazione, fino alla persecuzione di chi manifesta dissenso.
Il caso venezuelano è emblematico. Tutta la galassia di organizzazioni popolari, indigene, intellettuali, ecologiste, femministe fortemente legate ai territori, e che hanno forgiato la loro ragion d’essere nelle lotte contro l’estrattivismo, le deforestazioni, il razzismo e per l’uguaglianza sociale, e attinto alla storica tradizione del legame con Madre Terra, assai forte nella cultura dei movimenti latinoamericani, a suo tempo aveva sostenuto il movimento bolivariano e contribuito all’ascesa di Hugo Chavez, come speranza di riscatto dai secolari scenari di sfruttamento. Poi però si era amaramente scontrata, soprattutto con l’avvento di Maduro dopo la scomparsa di Chavez, con l’incapacità di percorrere una strada diversa e con la scelta di continuare nella politica estrattivista come asse principale della prospettiva nazionale. E in conseguenza di ciò, con la determinazione a prendere di mira l’attivismo ecologista, al pari di svariate componenti sociali, con la repressione e la marginalizzazione.
In questi giorni ci sono state – ma hanno trovato ben poco spazio nella nostra informazione – le prese di parola della Marea Socialista, rete di opposizione da sinistra al governo Maduro, del gruppo di difesa dei diritti umani Surgentes, del Partito Comunista Venezuelano e di altre realtà della sinistra e del chavismo critico, che hanno denunciato le infami pretese di Trump ma non hanno rinunciato a indicare limiti, errori e responsabilità del Governo. Per esempio, l’avvocata costituzionalista Maria Alejandra Diaz, del Frente Democratico Popular, chavista quasi della prima ora e già esponente dell’Assemblea Costituente, ora in esilio dopo essere stata sospesa dalla professione per aver presentato ricorso sulla mancata presentazione dei risultati elettorali, denuncia come “gli USA si sentano autorizzati ad agire come fossero lo sceriffo del mondo”, e però aggiunge: “Da molto tempo dicevamo che il madurismo aveva perso l’appoggio del popolo. Lo ha perso per gli errori commessi, abbassando i salari, smontando le leggi sul lavoro, amministrando in maniera non trasparente le risorse del Paese. Per non parlare della corruzione e della persecuzione di tutti quelli che la pensano diversamente. Io vengo dalle fila del chavismo e mi trovo in esilio per aver difeso i diritti dei lavoratori (….)”. Dal canto suo, il professor Alonso David Ojeda Falcòn, del Comitato Centrale del Partito Comunista Venezuelano (nonché docente di ecologia all’Università Centrale del Venezuela), ha recentemente sottolineato come la lotta in difesa dell’ambiente richieda un grande sforzo di democrazia, e denunciato come negli ultimi dieci anni nel Paese si sia assistito a una forte involuzione in materia ambientale, con un grave deterioramento degli ecosistemi, disboscamento per la produzione di carbone con gravi danni alla vegetazione, all’avifauna, alla qualità dell’acqua, frutto di politiche pubbliche sbagliate nonché della corruzione e della cessione di sovranità a imprese multinazionali. E d’altronde, le attiviste e gli attivisti delle organizzazioni indigene della fascia amazzonica da sempre (pagandone prezzi molto alti in termini di marginalizzazione, minacce, repressione) si oppongono all’estrattivismo senza alternative, in un Paese che già sta pagando prezzi altissimi al cambiamento climatico con un declino ecologico costante e direttamente proporzionale all’espansione dell’estrazione mineraria, con deforestazione massiccia, siccità crescente, inquinamento di fiumi e falde acquifere, fuoriuscite di greggio, scomparsa progressiva dei ghiacciai. Una parte significativa degli oltre sette milioni di venezuelani fuggiti dal Paese, secondo molti esperti, è costituita da rifugiati climatici e ambientali. Certo, tutto questo – in presenza di una politica statunitense che ha persino deciso di ridurre l’Agenzia Federale per la Protezione dell’Ambiente ad una sigla totalmente insignificante – ora probabilmente andrà aggravandosi ulteriormente, e non è un problema che riguarda “solo” il Venezuela, ma l’equilibrio climatico e ambientale dell’intero Pianeta.
Pertanto, al pari della necessità di insistere perché davvero inizi la fuoriuscita dal dominio del fossile, l’attenzione nei confronti di quella parte del Pianeta dovrà molto a lungo rimanere alta, oltre che per ripristinare il minimo accettabile di diritto internazionale, anche per sperare in un futuro vivibile per le giovani generazioni di tutto il mondo.
Anche a partire da Ravenna, dalla realtà di casa nostra.
Pippo Tadolini (“Per il Clima. Fuori dal fossile”)



