Alex Majoli e la fotografia come riconoscimento della memoria

Scatti e sguardi del fotoreporter ravennate dell’agenzia Magnum

Come di consueto, Ravenna Festival prosegue la bella abitudine di corredare il catalogo del programma della propria  manifestazione estiva con immagini che rendono omaggio agli artisti legati in qualche modo al territorio. Dopo le serie passate – dedicate fra gli altri a Marco de Luca, Leonardo Pivi, Alessandra Dragoni e Gianluca Costantini – quest’anno viene presentata una selezione degli scatti di Alex Majoli, fotografo e fotoreporter membro dal 2001 dell’agenzia Magnum – quella fondata nel 1947 da Cartier-Bresson e Robert Capa – di cui il ravennate ha ricoperto l’incarico da presidente dal 2011 al ‘14.

Una sua breve presentazione inizia da Ravenna dove nasce nel 1971 ed inizia la sua professione: ad appena 15 anni, mentre ancora frequenta l’Istituto d’arte, viene avviato alla fotografia nello studio di Daniele Casadio, un professionista affermato di poco più di una ventina di anni più grande. Nello stesso giro di anni, Alex inizia a collaborare con l’agenzia milanese di Grazia Neri che – fondata nel 1966 – costituisce un punto di riferimento internazionale di produzione di immagini per riviste, periodici e libri. Inviato dall’agenzia, Majoli inizia i suoi reportages nei Balcani, alternando gli scatti dalla ex Jugoslavia al tempo consumata da una guerra pesantissima a quelli dedicati a progetti personali.

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Il programma dà la possibilità di vedere alcune immagini datate a questo conflitto insieme ad altre prese nei numerosi viaggi di lavoro. Per quanto Majoli si sia interessato spesso a temi e progetti estranei alla guerra e a situazioni di disagio, la selezione per Ravenna Festival è decisamente virata su queste corde, in un arco temporale che va dagli anni ‘90 a due anni fa.

Alcune foto rimandano proprio al 1994, quando l’allora giovanissimo fotografo realizza il primo progetto autonomo illustrando la chiusura dell’ultimo manicomio-lager nell’isola greca di Leros. Non è escluso che il libro – che mantiene tutti i caratteri della denuncia sociale nonostante la presenza contrastante di immagini di grande bellezza – abbia poi mantenuto una vitalità creativa in altre mani, per l’esattezza quelle di Simona Vinci, Premio Campiello 2016 per il romanzo La prima verità che narra dello stesso luogo di reclusione.

Alcune foto scattate nel 1999 (Kosovo e Macedonia) appartengono alla serie dei conflitti nei Balcani in cui è chiaro l’intento di raccontare il conflitto dalla parte della popolazione: una sorta di storia minore, ben diversa dalle immagini belliche che estetizzano il conflitto o lo utilizzano in senso propagandistico. Rigorosamente in bianco e nero, le persone ritratte – coloro che possono definirsi i senza nome fuori dalla Storia – hanno qui la possibilità di una ribalta, di uno spazio illuminato per pochi secondi nella tragedia che li vede involontariamente interpreti. L’essere sotto gli occhi del mondo è un atto di resistenza nei confronti dell’oblio che impegna il reporter in un’azione di testimonianza: il lavoro per le maggiori testate del mondo – “Newsweek”, “New York Times”, “National Geographic” – prende così caratteristiche fortemente etiche.

Quando Majoli afferma che la fotografia è l’effetto del “riconoscimento” di una memoria in ciò che vede si comprende il cortocircuito fra la casualità degli accidenti e la forte posizione interpretativa dell’autore: per quanto persista una memoria visiva che si confronta con la tradizione storico-artistica o grafica, come afferma lo stesso fotografo, rimane il fatto che la scelta di immortalare alcune scene scaturisce da una passione che si riconosce intimamente nella marginalità e nelle vite dei senza nome.

Secondo questa ottica è comprensibile come Majoli dia un’importanza relativa al mezzo tecnico utilizzato, ma molto più alla visione che per l’autore riverbera e si nutre della tradizione visiva del passato. In una intervista, a chi gli chiede quale percorso consiglierebbe ad un giovane che volesse intraprendere la sua carriera, Majoli risponde consigliando di leggere di tutto e guardare molte immagini: non fotografie, ma opere d’arte, disegni, grafica. Si comprende quindi la capacità di cogliere al volo la visione facendo propri anche alcuni effetti come il riflesso del sole nell’obiettivo (Israel 2003) o la serialità che emerge da un forte chiaroscuro (Afghanistan 2003) o lo sfocamento del soggetto (Latvia 2004) in modo da trasformarli – nel loro essere casuali o al contrario voluti – in elementi compositivi necessari e determinanti per il valore estetico dell’immagine.

Non secondariamente, lo scatto possiede una potenza narrativa dandosi come frammento individuato fra un prima e un dopo. Lo stesso fotografo afferma che la narrazione, oltre alla storia dell’arte e la grafica, è una fonte inesauribile di stimoli, necessaria ad un fotografo per poter riconoscere l’immagine giusta. Per comprendere la dimensione narrativa del suo lavoro basta osservare un’immagine come Lesbos o Parigi, entrambe del 2015, che mantengono un forte equilibrio compositivo e una dimestichezza visiva con la drammaticità dei chiaroscuri della tradizione visiva occidentale. Le immagini non risultano però dei mondi a sé e non accentuano la propria dimensione estetica: quello che un osservatore viene portato a chiedersi è ciò che è avvenuto prima dello scatto, sia lo sbarco drammatico di alcuni immigrati sull’isola greca o l’abbraccio doloroso di due persone dopo gli attentati di Parigi del 14 novembre. E chi guarda si domanda anche, quasi di necessità, quali saranno i passi e i pensieri successivi a quei momenti.

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