Savignano nel circuito dei grandi festival di fotografia in Italia: ecco il Si Fest

La direttrice artistica Laura De Marco racconta alcune delle novità di questa edizione

Laura De Marco

Laura De Marco

Laura De Marco, siciliana di origine ed emiliana d’adozione vive tra Bologna e New York e appartiene all’ultima poliedrica generazione di professionisti della fotografia che sa armonizzare la propria autorialità con la curatela, la comunicazione e l’educazione dei pubblici. Fondatrice del centro di fotografia Spazio Labo a Bologna e del programma educativo “Photo Workshop New York”, insieme a Roberto Alfano e Christian Gattinoni è direttrice artistica della ventisettesima edizione del Si Fest (a Savignano dal 14 al 30 settembre).

Le abbiamo chiesto un punto sul festival, dagli autori millennial in giù, fino ai temi capitali toccati dai grandi autori a Savignano, passando dalla crionica – quando la scienza cerca la vita dopo la morte – alle fake news, fino alla fotografia che sfiora il mondo della malattia mentale.

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IL PROGRAMMA COMPLETO DEL SI FEST 2018

Laura, come si sta relazionando il Si Fest all’interno dei circuiti di settore? Si è posto molto l’accento sulla volontà di intraprendere una sorta di nuovo corso da quest’anno. Quali azioni sono state intraprese e cosa cambierà per il pubblico, anzi i diversi pubblici?
«Il sistema festival nasce non solo dalla volontà di valorizzare, ma soprattutto di mettere in dialogo tra loro i più autorevoli festival di fotografia in Italia. Il sistema è entrato nel vivo della sua operatività soprattutto durante questo 2018, a partire per esempio dall’istituzione di campagne di comunicazione “social” condivise e dalla nascita del biglietto unico, che consente l’ingresso alle mostre e agli eventi per i cinque festival coinvolti (Si Fest, Fotografia Europea, Cortona on the Move, Fotografia Etica, Photolux). L’obiettivo per il 2019 è avviare progetti comuni tra i festival, in un’ottica di condivisione non solo di risorse economiche, ma anche di direzioni artistiche. È quindi un processo nuovo che sta pian piano mettendo le sue basi, e di cui ci auguriamo tutti di vedere i frutti molto presto. Si Fest. comunque, da questo punto di vista si è inserito da subito come interlocutore ideale essendo il festival più longevo d’Italia e quello che nel corso dei suoi anni di storia ha sempre portato avanti un discorso sulla fotografia legato al contemporaneo anche nell’ottica del rinnovamento e del dialogo costante tra diversi operatori del settore».
Andrea e Magda, Špela Volčič, Levy, Venturi: cosa ci racconta invece della nuova generazione di fotografi millennial e post-millennial presenti a Savignano? Cosa sta cambiando, rispetto al passato, anche nella circuitazione del loro lavoro?
«Sicuramente per i giovani autori di oggi è cambiata, rispetto anche solo a dieci anni fa, la possibilità di condivisione del proprio lavoro, la possibilità di farlo vedere e di far quindi sentire la propria voce. Esistono innumerevoli possibilità in più di visibilità, basti pensare alla diffusione di portali web di alto livello, di magazine online di grande qualità, dei social media come Instagram o lo stesso Facebook, ma anche e soprattutto alla grande diffusione del “festival” come momento di condivisione e scambio tra autori e non solo tra autori e pubblico. L’accesso a queste nuove forme di scambio e diffusione è solitamente gratuito e la possibilità di crearsi un network di ottimo livello è alla portata di tutti, cosa obiettivamente più complessa in tempi appunto non troppo passati. Anche i confini si sono ovviamente abbattuti, per cui non è detto che un giovane autore italiano non sia magari riconosciuto prima all’estero che in patria o che trovi fuori dai nostri confini maggiori possibilità di esposizione del proprio lavoro. C’è anche una maggiore e capillare diffusione di scuole di fotografia, che generano ogni anno giovani artisti già capaci di interfacciarsi con gli addetti ai lavori e col pubblico in generale. Anche l’accesso a forme di sostenibilità economica per la produzione dei lavori è cambiato: è esploso il fenomeno dei premi, spesso in denaro, delle sovvenzioni (su questo l’Italia è ancora un pò indietro), delle residenza d’artista o anche del crowdfunding, strumento che negli ultimi anni ha dato la possibilità a progetti di indubbio valore di vedere una luce che altrimenti non avrebbero visto, per mancanza di risorse finanziarie. Con questo non intendo certo dire che oggi sia tutto più semplice per i giovani autori, è anche vero d’altra parte che c’è molta più “concorrenza”, ma che sicuramente qualche possibilità in più c’è, a saperla sfruttare. Non è detto che questo comporti qualcosa in termine di “caratteristiche comuni” tra i nuovi autori, ma forse esiste una una maggior libertà a realizzare progetti in cui si crede e andare oltre a fenomeni di moda. Ma a generalizzare si fa in fretta, e non è detto che sia sempre una cosa positiva. Per cui direi che le giovani voci non hanno tanto caratteri in comune, ma un comune nuovo mondo in cui si muovono e in cui danno luce ai loro progetti».

Murray Ballard

Murray Ballard

Inediti e curiosità sui grandi autori che vedremo al Si Fest di quest’anno, come Murray Ballard e la sua rappresentazione della “crionica”: da sempre gli artisti (ma anche i filosofi, gli scienziati…) hanno affrontato il tema del superamento della morte. Ritiene che oggi in particolare sia più stringente che nel passato questa riflessione?
«Murray Ballard non aveva ancora completato i suoi studi di fotografia, nel 2006, quando ha iniziato il progetto che è poi diventato il libro “The Prospect of Immortality”: si è trattato di dieci anni di ricerche, studi e viaggi, tra Russia, Stati Uniti e diverse parti d’Europa, per approfondire e capire il particolare soggetto della sua ricerca: i primi sperimentali centri di ricerca e di applicazione della “criopreservazione” sui corpi dei defunti. La criopreservazione è infatti attualmente applicabile a cellule viventi e tessuti ma, in futuro, potrebbe permettere alle persone di venire “ibernate” nella speranza che qualcuno sappia come invertire il processo. E così esistono già oltre 2000 persone che hanno accettato la scommessa e si sono fatte congelare dopo la morte o hanno deciso di farlo. Affascinato da questi individui e dalla loro fiducia nel progresso scientifico (in questo caso si può veramente dire “la speranza è l’ultima a morire”), Ballard ha realizzato un progetto estremamente preciso e approfondito di fotografia documentaria, usando lo strumento fotografico (non è a caso la scelta di una macchina fotografica di grande formato, in grado di registrare una grande quantità di dettagli e di rendere il processo di realizzazione delle immagini più lento e meditato) come filtro da sé e la realtà documentata, con la precisa volontà di non mostrare alcun tipo di giudizio e punto di vista. La criogenica è diventata per Ballard un veicolo per interrogarsi su una questione irrisolta (perché irrisolvibile) che riguarda da sempre l’essere umano: il rapporto con la morte. Questa riflessione probabilmente non è più urgente adesso rispetto a un altro dato periodo storico, ma indubbiamente oggi gli individui hanno più strumenti a disposizione per decidere come rapportarsi alla loro morte o al pensiero della morte in generale. La libertà degli individui è quanto mai sconfinata, almeno nel mondo occidentale, e oggi come non mai prima è possibile credere che ci sia un modo per sconfiggere la morte e conquistare l’immortalità. O almeno, sperarlo è una possibilità. Ballard si è rapportato soprattutto con l’ottimismo delle persone che partecipano a questi progetti, oggi ancora considerati al limite tra scienza e fantascienza, e l’ha fatto con l’occhio esterno e distaccato di chi è genuinamente curioso di una realtà poco conosciuta e che vale sicuramente la pena di mostrare al mondo. Perché davvero finché c’è vita c’è speranza, ed è meglio, ogni tanto, ricordarselo».

Carolyn Drake

Carolyn Drake

C’è speranza anche nel lavoro di Carolyn Drake e la sua ricerca artistica insieme alle orfane con disabilità? Trova che questo sia uno dei casi in cui la fotografia, scientemente o meno, possa connettersi all’arte-terapia?
«Il rapporto tra arte-terapia e fotografia è longevo e fruttuoso. Artisti e operatori del settore (psicologi, consulenti, assistenti sociali e quant’altro) hanno spesso trovato ottime forme di collaborazione e le metodologie del settore sono ampie e si stanno diffondendo sempre di più. Ma nello specifico del lavoro di Carolyn Drake “Internat”, la collaborazione con i soggetti fotografati, giovani donne diversamente abili chiuse dall’adolescenza in una istituzione senza contatto con la realtà esterna, non ha le intenzioni dell’arte terapia. La pratica della Drake, semmai, è una pratica di collaborazione alla produzione di un lavoro artistico: Drake condivide la sua autorialità con i soggetti coinvolti nel suo progetto fotografico, nel tentativo appunto di creare un lavoro condiviso. Questa è una pratica molto diffusa nel mondo dell’arte è non è del tutto nuova anche nella pratica della fotografia documentaria, ma sicuramente non è la strada scelta più di frequente. Drake decide di intraprenderla, e lo fa spesso nei suoi lavori, per il grande potenziale che essa ha di riuscire ad indagare più a fondo le tematiche di volta in volta affrontate. Includendo i suoi soggetti nel processo creativo, Drake ha fondamentalmente la possibilità di andare oltre a una annosa questione (non solo pratica ma anche etica) della fotografia documentaria classica: chi è che racconta le storie e a favore di chi lo fa? Ovvero, i soggetti, soprattutto di storie delicate come questa, hanno effettivamente voce in capitolo nel momento in cui la loro storia viene raccontata o non si fanno altro che diffondere narrazioni a una unica via, quella dell’autore che le racconta? Coinvolgendo le ragazze dell’orfanotrofio non solo Drake stabilisce un rapporto più profondo con loro, e dunque ha accesso a una intimità maggiore, ma dà anche loro la possibilità di costruire la propria narrazione e avere voce in capitolo su quella che è la loro storia. Approccio rischioso, dal punto di vista dell’artista, ma decisamente potente e illuminante».

Max Pinckers

Max Pinckers

Infine, un altro tema capitale del presente, Max Pinckers e il rapporto tra vero e falso nel mondo della comunicazione globale: qual è il suo punto di vista sulla percezione del reale veicolato attraverso le immagini, con particolare riferimento al web?
«La percezione della realtà che la media degli individui dell’emisfero occidentale ha del mondo è mediata dai mezzi di comunicazione di massa, primi fra tutti televisioni e web. Si parla appunto di percezione, una esperienza cognitiva soggettiva di una data realtà. Oggi la percezione della realtà, e dunque anche l’identificazione delle realtà vere e di quelle false, di quello che ci circonda, è mediata da strumenti di comunicazione più pervasivi e convincenti che mai, perché mai come oggi esiste una pluralità di mezzi, e dunque di voci, e una facilità di accesso a tale voci, che rende molto difficile la possibilità di verifica, delle fonti, dei metodi di diffusione, dei contenuti, e così via. La letteratura in tema è già vasta e il problema è uno dei più impellenti e all’ordine del giorno, perché intuitivamente si comprende il potenziale di tale capillare sistema di comunicazione e la penetrazione che ha nella vita di ogni individuo, Il fenomeno delle fake news ne è un esempio concreto. Non è un fenomeno nuovo, basta andare solo indietro sino ai tempi di Napoleone per trovare trattati che lo citano, o pensare al capolavoro radiofonico di Orson Welles “La guerra dei mondi” del 1938, ma la novità del mondo contemporaneo iperconnesso è sicuramente la portata e la velocità della sua diffusione. Se pensiamo che oggi non si comunica solo con i testi o le parole ma soprattutto con le immagini, ci rendiamo conto di quanto ancora più potente oggi sia la possibilità di mescolare le carte in gioco, di far percepire vero ciò che è falso attraverso ciò che tecnicamente è sempre vero, una immagine (ma sappiamo che questa è una bugia). Un lavoro come “Margin of excess” di Max Pinckers è dunque più attuale che mai e fa emergere queste questioni fondamentali, giocando continuamente a sua volta a confondere lo spettatore attraverso un sapiente uso di realtà e finzione: stiamo vedendo fotografie vere o sono ricostruite? Mi stanno raccontando storie vere o sono di fronte a casi di fiction?».

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