Una bella mostra dedicata a Tina Modotti: 50 fotografie al Pr2 di Ravenna

Curata da Silvia Camporesi, in esposizione stampe ai sali d’argento realizzate negli anni Settanta. Visibili fino al 20 febbraio

Modotti Manos

Tina Modotti, “Manos”

Nata a Udine nel 1896 da una famiglia numerosa e composta da emigranti, Tina Modotti ha conosciuto la fame fin da piccola; per sbarcare il lunario, dopo appena quattro anni di studi, Assunta (da cui il diminutivo Tina) fa lavoretti saltuari per poi proseguire con impieghi faticosi e poco pagati, dallo sfilettare i bachi da seta allo stare alla catena delle macchine a vapore, fino alla promozione al posto di tessitrice.
Un intermezzo piacevole fra fame e fatica è costituito dalla frequentazione dello studio fotografico dello zio paterno, prima che emigri negli Stati Uniti come gli altri uomini della famiglia. Non si sa quanto questa esperienza abbia potuto influenzare la futura produzione fotografica della Modotti ma sicuramente la durezza di vita della moltitudine dimenticata a cui Tina appartiene per nascita rappresenta l’eredità più profonda, sia in campo artistico che politico.

Solo grazie alla conoscenza di queste radici che affondano nella fame e nella miseria si può comprendere parte delle foto esposte al PR2 a Ravenna nella bella mostra curata da Silvia Camporesi, anch’essa fotografa affermata. La cinquantina di immagini della Modotti – ben allestite e illuminate nello spazio del PR2 – bastano per comprendere l’intensità del lavoro e per verificarne la qualità. Si tratta di stampe ai sali d’argento realizzate negli anni ’70 direttamente dai negativi originali dal Comitato Modotti di Udine, che collabora a questa esposizione.

Dicevamo dell’incancellabile eredità della miseria che riaffiora nella fotografie, quelle delle mani consumate dal lavoro di un contadino o di un marionettista, dei piedi rovinati di un zapatero o di un trasportatore di banane a Veracruz, tutte scattate in Messico fra il 1927 e il 1929. Nonostante siano questi i temi per cui batte il cuore di Tina ormai passato a un appoggio incondizionato alla rivoluzione, la prima sezione della mostra ci mostra fotografie di fiori, oggetti o edifici in cui la composizione si definisce tramite geometrie essenziali, molto vicine allo spirito delle riprese del compagno di questi anni, il fotografo statunitense Edward Weston. Sbarcata a San Francisco e trasferita a Los Angeles infatti, dopo aver lavorato come modella e attrice, ed essersi legata sentimentalmente a un intellettuale dalla vita breve e ostentatamente bohémien, Tina conosce l’uomo che le cambia la vita e che l’aiuta a intraprendere la carriera di fotografa.
All’inizio il rapporto con Weston è platonico e di collaborazione non continuativa ma presto si trasforma in una storia in cui amore, creatività, scambio intellettuale e professionale sono tutt’uno. Il primo soggiorno in Messico della coppia non storna lo sguardo di Tina dall’interesse verso la purezza delle linee anche quando ritrae l’eleganza e la poesia di fiori ma è la vita che scorre nel paese che produce cambiamenti.

Arrivata in Messico nel 1923 per mettere su uno studio fotografico con Weston, nello stesso anno viene assassinato il rivoluzionario Pancho Villa ad appena cinque anni di distanza da quello di Zapata, e inizia la presidenza al paese del generale Obregòn – autoritario, anticlericale e pronto a collaborare sia con statunitensi che con comunisti – che si alterna a quella dell’oppositore e costituzionalista Huerta. La temperie del paese è in ebollizione e la frequentazione di scrittori, pittori – in particolare i muralisti messicani –, letterati e attivisti porta a un naturale coinvolgimento. «Ci siamo ritrovati nel vortice del comunismo», scrive Weston a casa, «quasi tutti i nostri conoscenti sono attivisti della rivoluzione». Della pausa presa dagli avvenimenti nell’ex monastero di San Francisco Xavier a Tepotzotlàn, a nord di Città del Messico, in mostra c’è una delle foto preferite di Tina: un interno di una cappella disorientante a livello di spazi grazie a un rapporto studiato di ombre e luci, ottenuto dopo lunghe ore in camera oscura.
Grazie al contatto con il gruppo degli Estridentisti – un gruppo letterario che rivendica un modernismo basato sulle macchine, il dinamismo e l’identità fra arte e vita – Tina esegue foto con tratteggi incrociati di fili telefonici che si stagliano nel cielo oppure la composizione di bicchieri realizzata con l’unione di due negativi. Ma mentre Weston ritiene conclusa al momento l’esperienza messicana, Tina rimane, continuando il proprio lavoro fra mille dubbi sulla sua capacità espressiva e sempre più coinvolta nella politica. Traduce articoli antifascisti per la rivista rivoluzionaria El Machete, si iscrive a Soccorso rosso e alla Lega antimperialista delle Americhe, si lega al rivoluzionario Juan Antonio Mella, mentre la sua fotografia si carica sempre più espressamente di contenuti simbolici e di denuncia, senza perdere in rigore e stile.

Non sarà l’omicidio di Mella a fermare il cammino scelto che la porta a essere espulsa dal Messico ormai in mano ai controrivoluzionari, a iniziare la relazione con Vittorio Vidali, una delle figure più controverse del comunismo internazionale, a recarsi nella Berlino ancora repubblicana e poi a Mosca e Parigi, infine a partecipare alla guerra di Spagna e ritornare sotto falso nome in Messico dove muore ad appena 45 anni. Le sue ultime fotografie – che si sappia – furono scattate a Berlino ma la sua creatività come la sua vita furono logorate e interrotte dalla passione politica e dai rischi continui. Una perdita per tutti noi ma le biografie ci raccontano che alcune strade o passioni – a quei tempi – non lasciavano opzioni.

“Tina Modotti. L’umano fervore”; fino al 20 febbraio; Ravenna, PR2 via d’Azeglio 2; Ma – Do 10-13 e 15-19; 24 e 31 dicembre solo al mattino; (ingresso gratuito).

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