Oltre le classiche tessere: “Montezuma, Fontana, Mirko” al Mar di Ravenna

La mostra curata da Panzetta tra primitivismo, modernismo e avanguardie

All’inizio era il magico: é così che va interpretata una delle opere più antiche presenti nella mostra Montezuma, Fontana, Mirko attualmente visibile al Mar di Ravenna, curata da Alfonso Panzetta con la collaborazione di Daniele Torcellini. La funzione magica del reperto atzeco esposto – un’impugnatura di un coltello sacrificale oggi conservato al Museo Nazionale Pigorini di Roma – viene messa da parte per concentrarsi sulla tecnica e la composizione di smalti e madreperle che ne decorano magnificamente la superficie. Si tratta di uno dei primi esempi di scultura-mosaico, una tipologia che sorprende i ravennati, abituati a percepire questa tecnica millenaria nella sua bidimensionalità murale.

Anzi, è quasi implicito che la decorazione luminosa dei mosaici imperiali e bizantini non può che smaterializzare l’architettura come avviene anche negli interni romanici di San Marco a Venezia.
Il mosaico in 3D sembra quasi un oggetto paradossale ma nel catalogo della mostra si comprende quanto la sua storia sia a lunga gittata, fatta di esempi precedenti al moderno e di riprese negli anni Trenta dello scorso secolo. Gli esperimenti realizzati da Lucio Fontana e Mirko Basaldella – in mostra – potevano scaturire solo da una riflessione sul primitivismo e sull’interesse verso il recupero di antiche tecniche vissute come linguaggi originariamente nazionali, adatti agli spazi pubblici che il Regime chiedeva al tempo. Panzetta dimostra la connessione fra la ripresa del mosaico e le sculture musive atzeche, disponibili per il Fontana in Argentina e per Mirko al Museo Pigorini di Roma. Così è la storia, e per mettere sul piatto altre possibili reti ci si chiede quanto abbia potuto influire la lezione catalana di Gaudì che aveva svincolato fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo il mosaico dall’architettura, nella sua nuova versione di cocci ceramici di recupero (il trencadìs). Il mondo tridimensionale fito e zoomorfo dell’artista catalano forse non aveva un grande impatto sull’immaginario italiano ma il suo processo di lavoro, basato su una congiunzione inseparabile fra progetto e sapienza artigianale, riprendeva un imperativo categorico che da Viollet-le-Duc, molto amato e seguito in Italia, si congiungeva alle riflessioni di Gino Severini alla metà degli anni ’30.

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Basaldella

Furore, di Mirko

La lezione in qualche modo era passata e se la testa furiosa di Mirko rende omaggio al primitivismo ma anche al Rinascimento – uno studio di Leonardo per la battaglia di Anghiari – i suoi interventi pubblici in mosaico hanno un debito enorme col Modernismo europeo oltre che con i linguaggi delle avanguardie.

La mostra di Ravenna  è  un’ottima palestra per chiarire quanto il mosaico – eseguito da protagonisti italiani ma anche locali – sia stato e si mantenga versatile dagli anni ’70 ad oggi, nelle sue accezioni di design, di linguaggio pop o materico, di oggetto concettuale impreziosito o di scultura che elude le classiche tessere per esplorare le potenzialità di materiali completamente nuovi.

Fino al 7 gennaio al Mar – Museo d’Arte della città di Ravenna, dalle 9 alle 18 dal martedì alla domenica, lunedì chiuso ( la biglietteria chiude un’ora prima)

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