Il documentario, un’arte che pone domande

Intervista al riminese Marco Bertozzi sul suo “Cinema grattacielo”, menzione speciale al Biografilm

Cinema Grattacielo Drone

Un fotogramma tratto dal documentario

Il documentario Cinema grattacielo del regista riminese Marco Bertozzi ha ottenuto la menzione speciale della Giuria del Concorso Biografilm Italia al Biografilm Festival di Bologna. È un film sul grattacielo di Rimini, la sua storia, i suoi abitanti. Gli interni pop, le derive psichiche, i miti della vacanza di massa visti dal Grattacielo di Rimini, uno degli edifici simbolo della città.

Alto 100 metri, inaugurato nel 1959 quale icona di una cittadina che si stava trasformando in metropoli balneare, considerato da alcuni un ecomostro e da altri un paradiso tecnologico, oggi è un quartierone verticale abitato da una ventina di nazionalità differenti.

MarcobertozziDove è nata l’idea così particolare di raccontare la vita di un grattacielo?
«Quando ci andai ad abitare nel 2005 mi resi conto subito delle sue particolarità, sia paesaggistiche che dell’elemento umano. La varietà di persone che vive in quel grattacielo è impressionante. Siamo di diciotto nazionalità differenti ad abitare in una stessa casa. Forse proprio il grattacielo attira persone un po’ particolari, un po’ folli…»
È particolare del grattacielo di Rimini che era un simbolo del futuro e oggi è visto come un simbolo di vecchiaia e decadenza di quegli anni del boom economico.
«È una sorta di archeologia del moderno. Ha quasi sessanta anni e non ha niente in comune con i grattaceli moderni che vediamo nei paesi orientali per esempio. È un po’ fuori epoca, legato alla decadenza e alla stranezza».
Nel documentario il grattacielo parla con la voce di Ermanno Cavazzoni, che è stato sceneggiatore di Fellini nell’ultimo periodo di attività. Inoltre il grattacielo è nella città di Fellini, c’è stata una influenza del maestro riminese nella sua opera?
«Il grattacielo nasce nello stesso anno in cui Fellini gira la Dolce Vita. Contemporaneamente Fellini dà voce a questo essere paludoso e polimorfo della Roma di quegli anni e Rimini da voce al suo diventare la metropoli del turismo balneare europeo. Di sicuro un legame c’è. Fellini diceva che non riconosceva più la Rimini degli anni ’60, aveva un rapporto strano con la città, che ha sempre voluto ricostruire in studio nei suoi film senza mai girare nelle strade vere. Questo rapporto mi ha in qualche modo mi ha influenzato, ance se più che altro in maniera inconscia».
Il primo grande film su un grattacielo è stato fatto negli anni ’60 da Andy Warhol quel tipo di cinema sperimentale l’ha invece influenzata?
«Direi di no, ho avuto più vicinanza con “Condominium” il libro di fantascienza di Ballard che racconta le lotte e il disfacimento di una comunità che vive isolata in un condominio senza contatti con l’esterno. Quella è stata una suggestione molto forte per farmi ragionare sulle paure e i primi film catastrofisti come Inferno di cristallo, assai meno colti del progetto di Warhol che filmò per moltissime ore un grattacielo a camera fissa e oggi questa sua opera risulta forse un po’ troppo concettuale».
Per descrivere il suo film ha detto che è “personale e collettivo”, cosa intendeva?
«Intendevo dire che è auto biografico e però cerca di raccontare una comunità. Il primo titolo che avevo dato al film era The community. È il tentativo di unire uno sguardo personale, ma racconta anche “l’abitare” di altri. A volte si pensa che il documentario sia uno sguardo oggettivo su ciò che accade, invece è un luogo di punti di vista sul mondo».
Lei è stato un regista importante per la riscoperta del documentario. È un momento in cui il documentario italiano pare che stia vivendo un momento molto positivo, forse più dei film di finzione, è d’accordo?
«Sì, da anni cerchiamo di dire che nelle pieghe del documentario c’è il miglior cinema italiano. Alcuni documentari usciti negli ultimi venti anni sono tra i migliori mai realizzati nel nostro paese. Il cinema di finzione è rimasto intrappolato nelle sacche della commedia e della fiction televisiva. Il documentario invece è più libero. C’è anche un motivo tecnico per cui è più libero ed è che costa molto meno di un film di finzione, per cui ha meno vincoli e può permettersi di sperimentare sui linguaggi».
Il documentario fatica però ancora ad entrare nei circuiti cinematografici tradizionali. Se pensiamo che sono anni in cui gli incassi maggiori sono fatti da film di supereroi, apparentemente l’opposto del documentario…
«Sì, ma spesso la redditività dei documentari è maggiore. Girare un documentario costa molto meno di un film di finzione e se un documentario riesce a entrare in un circolo di festival e sale d’essai può guadagnare, mentre è facile che un film di finzione italiano, che spesso ha ricevuto contributi ministeriali, poi vada in perdita. Inoltre sono sempre di più le sale che cercano film che non siano solo intrattenimento, ma forme di espressione che possono lasciare qualcosa allo spettare. C’è un grande problema però linguistico. Con la parola “documentario” intendiamo cose molto diverse tra loro, come un reportage giornalistico o un film sperimentale o un cinema saggistico. Documentario, sembra che si debba “documentare” come al catasto, invece per me è un cinema che crea domande e trova poche risposte. Oggi alcuni lo chiamano “cinema del reale” riprendendo la definizione francese».
Da molto tempo insegna Cinema documentario in diverse accademie al Centro Sperimentale di Cinematografia, alla Scuola Gian Maria Volontè di Roma, al Conservatorio di Scienze Audiovisive di Lugano e, attualmente, all’Università IUAV di Venezia. Da dove inizia per insegnare ai suo studenti come fare un documentario?
«Inizio sempre da Leonardo Da Vinci e dalle sue riflessioni sul vedere e sulla camera oscura, che per me sono l’inizio del documentario, che è una forma di arte contemporanea, forse la più vitale di questa epoca».