Mosto: tre giorni tra viaggio e narrazione. Ospiti anche Buffa e Frankie Hi-Nrg

Ne parla il direttore del festival dei Poderi dal Nespoli, l’attore e voce radiofonica Matteo Caccia

Arianna Porcelli

Arianna Porcelli Safonov

Seconda edizione per Mosto, festival di narrazione, che dal 6 all’8 settembre si svolgerà nella suggestiva cornice del Poderi dal Nespoli. Tre giorni con nomi quali Arianna Porcelli Safonov, alle 21 del giorno di apertura con il “riding tristocomico”, seguito da una conversazione con il noto giornalista sportivo Federico Buffa. Il 7 settembre sarà la volta di altri nomi celebri e apprezzati quali quello di Davide Enia, alle 21, con il monologo Scene dalla frontiera (tratto dal romanzo Appunti per un naufragio, vedi la nostra recensione a questo link) seguito da uno spettacolo degli amatissimi Dente (cantautore) e Guido Catalano (poeta), a chiudere, l’8 settembre, Annagaia Marchioro alle 21 con un spettacolo ispirato a Fame mia – quasi una biografia tratto da un testo di Nothomb e a seguire il rapper Frankie Hi Nrg.

Matteocaccia

Matteo Caccia

Nel mezzo molti altri appuntamenti ed “esperimenti” di cui ci parla Matteo Caccia, attore, autore e voce radiofonica di Radio Due che dirige il festival insieme a Rosario Tedesco, a cui abbiamo chiesto però innanzitutto come nasce questa originale esperienza.

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IL PROGRAMMA COMPLETO DEL FESTIVAL “MOSTO”

«Il festival nasce da un’esigenza di Poderi dal Nespoli, in particolare di Marco Martini. Rosario Tedesco e io lo abbiamo conosciuto a Forlì diversi anni fa, ci unisce un percorso in teatro con Antonio Latella. Oggi abbiamo intrapreso tutti e tre strade diverse da quella attoriale e un paio di anni fa Marco ci ha contattati perché voleva appunto organizzare un festival di narrazione in questo particolare luogo il desiderio di realizzare un festival sulla narrazione perchè convinto che la tradizione orale rappresenti la prima forma di racconto e conservazione della memoria storica. E così ci siamo messi al lavoro».
Da dove si comincia a organizzare un festival così? E perché il filo conduttore della partenza, come tema?
«Abbiamo innanzitutto cercato di immaginare che cosa vuole dire fare un festival oggi. Se guardi al calendario non c’è un giorno tra aprile e ottobre dove da qualche parte non si svolga un festival. Allora abbiamo pensato che un festival di questo tipo ha senso se si guarda intorno, se racconta un pezzo della contemporaneintà. E oggi uno dei temi che ci caratterizza è proprio quello della mobilità o immobilità davanti agli schermi: spostarsi, cambiare vita, cambiare lavoro. Vogliamo raccontare questo pezzo di contemporaneo».
E quindi tutti gli ospiti affronteranno questo tema?
«Sì, Buffa per esempio ha fatto del viaggio la sua cifra narrativa per raccontare lo sport. Enia, con una sua performance a metà tra reading e spettacolo, affronta un tema che non volevamo e potevamo evitare: quello dei migranti. Arianna Porcelli, dopo essere stata una star nella tv spagnola ha ricominciato da zero in Italia, Frankie Hi Nrg ci parlerà delle origini dell’hip hop, di come è nato un movimento che ha tanto influenzato la musica contemporanea».
Ci sarà anche una maratona di lettura di diari di persone comuni, perché?
«Sì, è un altro appuntamento a cui tengo moltissimo: tra venerdì e sabato da mezzanotte alle sei ci alterneremo tutti nella lettura di testi che provengono dall’Archivivo diaristico di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo. Si tratta di una realtà magnifica con cui collaboro anche per la radio: fanno un incredibile lavoro di raccolta di diari che le persone vogliono consegnare loro. Abbiamo chiesto di farci una selezione di testi che abbiano come punto di riferimento il viaggio, ci sono storie di migranti italiani, vacanze, guerra».
E l’installazione permanente “Da dove sto chiamando” come nasce?
«È un esperimento. Per tutto il tempo del festival ci sarà al centro della cantina una vecchia cabina telefonica con dentro un telefono e un registratore. Chi vorrà potrà entrare e parlare con qualcuno che è partito. Vedremo come andrà, magari l’anno prossimo lavorando sulle storie audio, possiamo pensare a una piccola performance, una raccolta».
Questo è molto in sintonia anche con il lavoro che fai in radio, ma perché secondo te è importante lavorare sull’autobiografia piuttosto che, parlando per esempio di narrazioni, sulla fiction?
«Non faccio graduatorie tra fiction, che amo e leggo, e autobiografia. Sono cose diverse. Personalmente credo che raccontare storie di vita sia quasi un atto politico, un modo per raccontare il mondo. Quando una signora di Bolzano racconta la propria vita in montagna fatta di povertà a un bambino di Catanzaro, farà capire qualcosa a quel bambino che altrimenti lui non conoscerebbe. Noi facciamo intrattenimento, non informazione né educazione, ma quando raccontiamo le autobiografie in qualche modo testimoniamo che esiste un diritto di cittadinanza di vite vissute anche molto diverse tra loro».

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