Tra chi ha incarichi nelle pubbliche amministrazioni non sono rare le persone che, nello spazio di manovra di cui dispongono nel ruolo, preferiscono non rispondere alle domande dei giornalisti. Al Comune di Ravenna hanno fatto un passo avanti: hanno istituzionalizzato il divieto di parlare alla stampa.
Sta scritto nei documenti del bando da 800mila euro che mette a gara i servizi per la popolazione adulta più fragile e per il contrasto all’estrema povertà (gestione del dormitorio di via Torre, lo sportello di accesso e le unità di strada). Leggiamo insieme l’articolo 11 del capitolato d’appalto: «È fatto divieto a ciascun appaltatore aggiudicatario, nonché al personale da questo impiegato, di fornire agli organi di informazione qualsiasi notizia, dato, intervista o dichiarazione attinente il servizio svolto, se non preventivamente e formalmente autorizzato dalla stazione appaltante». Si parla solo con il permesso formale del Comune. Chi sgarra rischia penali da 200 a 600 euro.
La novità nelle linee di comunicazione di Palazzo Melato è stata scovata dai giornalisti del Corriere Romagna. La cosa è così lontana dalla prassi che addirittura l’Ordine dei giornalisti, tutt’altro che abituato a muovere critiche alle amministrazioni, si è indignato. Il presidente regionale Silvestro Ramunno, con il Corriere, ha usato la parola disastro: «I giornalisti sono soggetti terzi che vedono cose di interesse pubblico e per far questo devono poter accedere alle fonti».
E il Comune? Difende la decisione e tira dritto. Una nota dagli uffici assicura nessuna volontà di limitare la libertà di stampa (ah no?) ma solo «una grande e doverosa attenzione a tutela delle persone fragili per evitare che possano essere diffuse notizie parziali o incomplete».
A leggere il Comune pare si venga da un passato fatto di fughe di notizie sbagliate che hanno poi costretto le testate a rettificare e quindi ora il Comune sia corso ai ripari drastici. Come se fino a oggi i gestori di quei servizi fossero stati dei cani sciolti. Non è andata così. Insomma, la spiegazione, direbbe il conte Mascetti, è prematurata con scappellamento a destra. Dicasi supercazzola. Anche perché, potrà sembrare strano, ma anche i giornalisti sanno che le persone fragili meritano grande e doverosa attenzione. Davvero difficile capire il senso di un divieto così netto e così esplicito. Lasciare parola ai gestori, molte volte, aiuta anche ad avere un racconto della realtà più aderente al vero e meno burocratizzato. Sventolare il rischio penali sembra quasi un mettere le mani avanti per sileziare tutti.
Ma se lo scopo era limitare l’azione della stampa, non serviva scriverlo in un bando. Al Comune di Ravenna sarebbe bastato seguire l’esempio di altre realtà locali che hanno raggiunto lo stesso scopo senza inguaiarsi nei documenti scritti. Ne segnaliamo alcune a beneficio del Comune. La tattica opossum: fingersi morti. Messa in campo dalla dirigenza di una scuola superiore che si è fatta di nebbia dopo che un prof ha mandato la foto del pene in chat agli studenti. Tattica calendario sfasato. Messa in campo dall’Ausl Romagna che ci ha fornito i dati sulle certificazioni di idoneità ai Cpr aggiornate a sei mesi fa. Tattica caccia alla talpa. Messa in campo dall’Autorità portuale che querelò due testate per andare a individuare (senza riuscirci) una fonte interna. Mica serviva un articolo nel capitolato d’appalto. Tattica sicurezza nazionale. Messa in campo dalle Dogane che hanno rifiutato di dare info sui traffici di armi al porto nonostante lo dicesse un tribunale.

