Artista e giornalista fedele ai diritti umani

Il graphic journalist Gianluca Costantini all’Oriani con il suo “atlante” per Beccogiallo

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Gianluca Costantini al lavoro

 

Sabato 21 ottobre alle 18.30, in biblioteca Oriani (via C. Ricci, 26, Ravenna) si terrà la presentazione dell’ultimo libro del graphic journalist ravennate Gianluca Costantini, classe  1971, storico collaboratore del nostro settimanale di cui ogni settimana pubblichiamo una vignetta a pagina 3 (qui il suo blog). L’evento è organizzato da Gruppo dello Zuccherificio, Libera Ravenna e Arci Ravenna e a dialogare con l’autore ci saranno Luigi Spinola, giornalista di RaiRadio3 (che è stato direttore di “pagina 99” e firma l’introduzione) e Tahar Lamri, scrittore e giornalista. Introduce la serata Debora Ga­lassi, di Libera Ravenna.

Gianluca, cominciamo dal titolo che per quelli della nostra generazione non può che riportare ai Cccp. A quale linea sei fedele, tu?
«In realtà è un gioco di parole e non vorrei anzi essere affatto avvicinato a quella ideologia. La linea è quella del disegno, che è anche morale o etica. È “fedele” perché si parla di tante cose ma da una posizione ben precisa del modo di raccontarla e di fare il giornalista».

Non segui quindi un’ideologia?
«Seguo l’ideologia dell’uomo, dei diritti umani. La mia non è un’ideologia politica vera e propria anche se sto appoggiando il movimento europeo “Diem25” di Varoufakis».

Ma questo non rischia, nella tua veste di giornalista, di non farti avere la “giusta distanza” da ciò che racconti?
«No, perché io come giornalista racconto storie e difendo la persona, non il il suo pensiero. Ho raccontato anche  storie di cattivi, come gli attentori di Charlie Hebdo, trattandoli innanzitutto come esseri umani, senza assumere una posizione contro o favore, senza denunciarli o denigrarli».

E non temi di giustificarli?
«No, ho raccontato un documentario, tutto comprovato da fonti. Non li giustifico, ma per capire il male nel suo essere, bisogna capire come si diventa il male».

Oltre alla storia dei fratelli Kouachi. cosa ci troviamo in questo libro, che in fondo è un’antologia di storie?
«Sì, è un’antologia di  42 storie che partono dal 2005 e arrivano al 2017 pubblicate su quotidiani internazionali e settimanali tra Italia ed estero.  Sono disposte in ordine cronologico e ogni storia è introdotta da un testo perché il lettore possa capire dove si trova rispetto al contesto del momento. È un atlante, come lo definisce Spinola, capisci il periodo».

Leggendo le storie in sequenza vediamo il mondo andare verso il terrore, anche in quei confini che di solito vengono ignorati dai grandi giornali ma finiscono puntualmente sotto la tua lente, penso alla Somalia in questi giorni…
«Si vede in effetti come un po’ alla volta si è scivolati nel terrrore, ci sono storie sul terrorismo ceceno e libanese. Sulla Somalia in particolare è un po’ strano in effetti che non parli nessuno, ho fatto un vignetta perché me l’ha chiesto Igiaba Scego (nota scrittrice italiana di origini somale, ndr). Forse i giornali  pensano che non ci interessi, oppure che non faccia abbasta like, non dia abbastanza visibilità. Pensa che si parla pochissimo del terrorismo di Boko Haram, che è quello che fa più vittime nel mondo, più dell’Isis».

Eppure tu in rete sei piuttosto noto…
«Soprattutto grazie su Twitter è nata piano piano una comunità di persone che seguono questi temi, fuori dai canali mainstream».

Sei sempre in giro a raccontare eventi con la tua “matita”, collabori con tanti giornali, ma come sta il graphic journalism oggi?
«Sì, è vero, di recente sono stato a un forum dell’Unesco e al festival del giornalismo culturale a Urbino (ma è ospite praticamente fisso anche di quello del giornalismo di Perugia e di Internazionale, ndr). Ho anche collaborazioni aperte con riviste e realtà varie, come Action Aid, ma è vero che sulla grande stampa ancora il graphic journalism è visto un po’ come una cosa soprattutto decorativa, non viene capito del tutto nelle sue potenzialità».

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