Bonan trasforma un rigore in un romanzo: «Sul dischetto duelli da vecchio West»

Il giornalista di Sky Sport presenta a Marina di Ravenna il suo “La giusta parte”, costruito attorno a un penalty decisivo in serie A negli anni Novanta. Il rigorista perfetto? «Un incrocio tra Pirlo e Allegri». Il primo nome associato al Ravenna? «Lamberto Zauli»

DiMarzio Fayna Bonan

Da sinistra Gianluca Di Marzio, Valerio “Fayna” Spinella e Alessandro Bonan

Quello liberatorio di Grosso in Germania nel 2006, quello Champions di Shevchenko a Manchester nel 2003, quello delle polemiche Ronaldo-Iuliano nel 1998 a Torino, quello rifiutato da Baggio neo-juventino a Firenze nel 1991, quello di Hadzibegic a Italia 90, quello ciabattato da Cabrini nel 1982 a Madrid: c’è almeno un rigore nella memoria di ogni appassionato di calcio. Alessandro Bonan fa il giornalista – volto noto di Sky Sport dove conduce Calciomercato e Sky Calcio Show – e lo sa quante storie possono intrecciarsi negli undici metri che separano il dischetto dalla linea di porta.

Storie di risultati e di trofei, certo, ma mica solo quelle, figuriamoci. Ci sono le storie di donne e di uomini. Di vita, insomma. Perché, come diceva Jose Mourinho, “chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”. E allora un rigore può essere perfetto per scriverci un libro. Così ha fatto Bonan “La giusta parte” (La nave di Teseo, 140 pagine, 15 euro) è il suo secondo romanzo e lo presenterà il 14 luglio al bagno Hanabi di Marina di Ravenna (ore 21, ingresso libero) intervistato da Stefano Bon, in collaborazione con la rassegna letteraria “Il Tempo ritrovato”. Lo abbiamo intervistato alla vigilia per un assaggio di cosa si parlerà in spiaggia.

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Il penalty viene fischiato all’ultimo secondo di una partita decisiva: una delle due squadre retrocederà in B e l’altra si salverà in A, portiere contro attaccante, Griffanti contro “Pesse”. Il libro nasce dall’idea del rigore o dall’idea della giusta parte da cui stare nel calcio e nella vita?
«Di solito quando inizio a scrivere qualcosa non so perché la sto scrivendo. In questo caso mi sono svegliato con l’immagine di un rigorista sul dischetto e ho cominciato a raccontare quell’immagine, poi via via mi è venuto in mente di mettere a confronto due vite in quel momento così delicato con un dualismo perfetto, un duello come nel vecchio west».

La partita si gioca negli anni Novanta. Come mai quel periodo? C’è nostalgia?
«Non sono nostalgico di niente, anzi sono molto proiettato sul presente e sul futuro. L’ambientazione anni Novanta mi è sembrata perfetta per raccontare anche certi risvolti grotteschi del calcio. Ad esempio quando interviene un improbabile radiocronista: esistono ancora oggi ma nei novanta erano più comuni».

Pare di sentire un po’ di critica verso il filone nostalgico…
«Troppo facile pensare che quando avevi 18 anni e tante fidanzate era tutto più bello. Era un altro mondo, un’altra vita, ma io sono contento della vita di adesso. Ci dimentichiamo che tante cose sono cambiante e ci hanno portato vantaggi: non è colpa del telefonino e dei social se la gente sta solo sui social, internet e i social ci hanno risolto tanti altri problemi».

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Andrea Pirlo nella finale dei Mondiali 2006

Quello del libro era un calcio senza Var. L’arbitro sarebbe andato a rivedere l’episodio?
«Il fallo da rigore è chiaro per tutti, le proteste ci sono ma sono come il riflesso del cane di Pavlov. Però forse avrei sfruttato il Var per prolungare la tensione di quel momento, invece mi sono inventato altro, come le proteste del tifo o quel malore del portiere».

E qual è il giudizio sul Var di oggi?
«Positivo, sta rendendo il calcio più certo di prima. Qualcuno dice che sta togliendo un po’ di poesia ma oggi l’appassionato di calcio vuole essere garantito: il risultato non può essere in bilico perché qualcuno in campo vede la metà della metà di qualcuno a casa. Non si poteva più continuare ad affidarsi solo ai due occhi dell’arbitro avendo cento telecamere attorno. I difetti del Var visti fin qui ci sono stati perché è gestito da uomini pre Var che ragionano con modi precedenti all’introduzione della tecnologia. Con la formazione le cose cambieranno».

Allegri

Massimiliano Allegri con la maglia del Pescara

Il rigore della vita, a parte al protagonista del libro, a chi andrebbe affidato?
«Il Pesse è il rigorista ideale: freddo, sicuro di sé, non si fa condizionare dall’ambiente, addirittura ha un senso di superiorità sull’avversario. Diciamo che se vogliamo creare un mostro con giocatori reali ci vorrebbe la freddezza di Pirlo unita al talento un po’ folle di Allegri giocatore».

E invece qual è il rigore che non dimenticherà da appassionato di calcio?
«Stagione 1980-81, primo e unico campionato in serie A della Pistoiese, la squadra della mia città. Partita in casa con la Roma: avevo 17 anni ed ero allo stadio come tutti perché la squadra stava andando fortissimo. Sullo 0-1 per la Roma danno un rigore alla Pistoiese. Sul dischetto va Vito Chimenti, un attaccante un po’ grassoccello, comprato a campionato iniziato, famoso perché “faceva la bicicletta”. Tira una bordata impressionante che finisce sulla traversa e rimbalza così lontano che la Roma riparte in contropiede e va 2-0».

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Vito Chimenti

Nel libro c’è una carrellata di personaggi vari. Quanti sono realmente esistiti e quanti ispirati?
«Ci sono tanti pezzetti di storie vere, vissute o raccontate. Due però sono personaggi veri. Il poeta è Roberto Carifi che è stato mio professore al liceo. Il cronista è Filomeno Pezzimenti: un avvocato elegante con il pizzetto che faceva radiocronache per passatempo con espressioni ampollose tipo “il cuoio finisce in fuori laterale”».

Restiamo tra i personaggi veri: quale nome le viene in mente quando parliamo di calcio a Ravenna?
«Lamberto Zauli, questo lungagnone talentuoso».

Nel libro il radiocronista diventa Nicodemo Pizzimenti ed è un tifoso schierato. Il tifo sta contaminando le telecronache?
«Il tifo non ha ragione di esistere nelle cronache. Non so perché a volte la gente pensi che mettiamo in gioco la nostra professionalità per fare il tifo, non è così. Poi ci sta che è diverso quando gioca la Nazionale o quando c’è una squadra italiana in Europa. Diciamo che in generale la telecronaca mi colpisce nel momento in cui mi scalda, in cui mi fa godere la partita senza inondarmi di parole».

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Lamberto Zauli, nuovo allenatore dell’Under 19 della Juventus

Sky ha provato anche l’esperimento delle telecronache tifose…
«E lo ha abbandonato, a mio avviso anche giustamente».

La questione tifo si aggancia al tema della credibilità per il giornalista sportivo, messa a dura prova nel momento del calciomercato.
«Io credo che a Sky, con Gianluca Di Marzio, abbiamo raggiunto questa credibilità attraverso un lavoro eccezionale nel selezionare la notizia, pesarla, verificarla e darla solo quando siamo sicuri al cento percento. Si tratta solo di applicare il rigore giornalistico. Magari a volte siamo impoplari perché non cavalchiamo l’onda ma fare un mercato sparando nomi a casaccio è facilissmo».

Siete stati tra quelli che non hanno mai dato alcuna credibilità alla possibilità di Guardiola alla Juventus. Avete mai avuto paura di prendere un buco clamoroso?
«Da quello che sapevamo noi eravamo abbastanza sicuri e abbiamo seguito questa linea. Qualche mese fa forse la Juve aveva preso contatti ma appena capito che non c’era la possibilità è tutto finito subito».

1812957Eppure tanti insistevano…
«Il calciomercato è bello anche perché ti innamori delle notizie che ti piacciono. Qualcuno si è innamorato di quella che piaceva a tanti ma senza riscontri reali. L’innamoramento poi si è diffuso nel mondo social creando un enorme effetto domino».

A proposito di social, chissà cosa avrebbero scritto attorno al rigore del libro…
«È vero, bella riflessione. Forse sarebbe nato un instant book solo scrivendo quei commenti».

Ci ho girato un po’ attorno ma adesso che siamo alla fine dell’intervista, è il momento di avere due colpi di mercato veri…
«Ma manco uno. Il mercato è in continuo divenire, nel momento in cui dai una notizia è perché sai che in quel momento è come la stai dando».

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