«Le parole sono finestre se sono empatiche, altrimenti sono muri che chiudono»

Intervista a Giancarla Tisselli di Psicologia urbana e creativa. «Insegniamo tecniche per migliorare la comunicazione empatica: dietro la rabbia ci sono tanti altri sentimenti, come la paura»

Giancarla Tisselli

Giancarla Tisselli, psicologa e psicoterapeuta, è tra le fondatrici dell’iniziativa “Io mi sento” promossa dall’associazione Psicologia urbana e creativa

In occasione della giornata modiale contro la violenza sulle donne, la dottoressa Giancarla Tisselli, psicologa e psicoterapeuta, ci ha presentato l’attività di Psicologia Urbana e Creativa, l’associazione di cui fa parte, e il progetto “Io mi sento”, volto a prevenire la violenza psicologica. Di questo e molto altro abbiamo parlato con lei.

Dottoressa Tisselli, che cos’è Psicologia urbana e creativa e di cosa si occupa?
«Psicologia urbana e creativa è un’associazione nata sei anni fa da un gruppo di psicologhe e psicologi che avvertivano il desiderio di entrare in contesti sociali maggiormente bisognosi di intervento, come la famiglia e la scuola. Siamo partiti dal tema del femminicidio, che è in realtà la punta dell’iceberg di tutta una serie di prevaricazioni di un genere sull’altro, per affrontare diverse tematiche: dal gioco d’azzardo, all’assistenza psicologica per le famiglie con malati di SLA, al dialogo con le scuole, con cui collaboriamo attraverso “Pluriverso di genere”, un percorso formativo rivolto ai docenti sull’accettazione delle differenze sociali di ogni tipo.
“Io mi sento”, invece, riguarda specificamente il maltrattamento psicologico ed è volto a insegnare tecniche per migliorare la comunicazione empatica: dietro la rabbia, infatti, ci sono tanti altri sentimenti che possono essere espressi, come la paura, il senso di colpa, o il bisogno di essere amati, ed è importante che le persone prendano coscienza di essi per poter agire in maniera più assertiva ed empatica nel confronti degli altri.»

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A quali modelli fa riferimento il vostro progetto originario?
«Il progetto nasce dalle esperienze norvegesi “Alternative to Violence”: la regione Emilia Romagna ha chiamato alcuni psicologi di Oslo che da più di trent’anni tengono corsi specifici sul tema, a cui alcuni di noi hanno partecipato. L’idea di fondo è che alla violenza c’è sempre un’alternativa, che è responsabilità di chi la compie e non di chi la subisce e che essa si configura non solo come un gesto fisico, ma anche come un atteggiamento mentale di prepotenza. Noi, come associazione, insegnamo a riconoscerla e a fermarla, gestendo la rabbia in modo che gli agìti non siano aggressivi. L’assertività è un concetto legato alla comprensione dei propri bisogni e alla richiesta gentile ed empatica delle proprie necessità, allo scopo di salvaguardare le buone relazioni in contesti familiari, educativi e lavorativi.»

Qual è stata la risposta della cittadinanza ai vostri corsi?
«Quando abbiamo iniziato i corsi siamo partiti rivolgendoci alle donne e abbiamo avuto una risposta molto positiva; il coinvolgimento maschile è venuto di conseguenza, perché le donne spesso portavano i loro partner, i fratelli o i figli, e così abbiamo attivato il corso per gli uomini, che ha avuto anch’esso un notevole riscontro. Ad oggi teniamo gruppi di circa venticinque persone, sia per gli uomini che per le donne».

 Qual è secondo lei il principale ostacolo che impedisce agli uomini che ne avrebbero bisogno di partecipare al vostro corso?
«In genere è l’attaccamento alle proprie logiche e idee, basato sulla convinzione che il valore di un essere umano consista esclusivamente in ciò che pensa. In realtà gli uomini, al pari delle donne, sono individui interiormente ricchi di emozioni, capacità, competenze e affetti, per cui il loro indentificarsi soltanto con le proprie convinzioni è riduttivo. Chi lo fa, pensa che rimanere aggrappati alle proprie logiche sia una questione di forza e che con essa si possa ottenere tutto, ma finisce per nevrotizzarsi e imporre le proprie ragioni su quelle degli altri in una sorta di gerarchia in cui collocare se stessi al vertice. Sono proprio queste le persone che avrebbero bisogno di conoscere meglio i propri sentimenti e la propria ricchezza interiore emotiva».

Perché secondo lei le donne subiscono violenza? Com’è cambiato il fenomeno nel tempo?
«Le donne subiscono violenza perché immerse da millenni in un sistema patriarcale in cui un genere prevale sull’altro e in cui l’uomo ripropone un modello di forza e la donna di accoglienza e passività. Questi stereotipi, nel corso del tempo e nelle varie culture, si sono concretizzati nella tendenza alla sottomissione: basti pensare alle società antiche, come quella greca, in cui la donna stava nella domus e l’uomo nella polis, vale a dire che l’uomo faceva le leggi e la donna doveva ubbidire perché non aveva voce pubblica. Nel tempo, ci siamo accorti che i desideri, i bisogni e i talenti delle donne chiedevano di essere espressi; probabilmente il genere maschile ha vissuto questo cambiamento come una minaccia alla propria superiorità gerarchica – imposta tramite la prepotenza – immaginando, a volte inconsciamente a volte in modo più lucido, che con la forza si possa ottenere tutto.
Io credo che il cambiamento che stiamo vivendo in questi ultimi anni sia anche più forte della rivoluzione del ’68: ci muoviamo verso una parità che passa da dentro le case, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro e di aggregazione sociale, sollecita tutta la società. La forza delle relazioni, dei rapporti affettivi, della solidarietà, della gentilezza e della riconoscenza fra le persone sono i nuovi significati. Solo il superamento di molti stereotipi può portare alla consapevolezza che non esiste nessuna gerarchia tra uomo e donna, che entrambi sono di uguale importanza e che l’idea di parità passa attraverso l’accettazione della diversità come risorsa».

Quanto è importante, in un mondo che punta sull’apparenza e sulla corporeità, concentrarsi sull’interiorità e ascoltare i propri bisogni, imparando a conoscersi e ad autogestirsi?
«È molto importante! A tal proposito, facciamo attività nelle scuole per insegnare alle ragazze e ai ragazzi l’importanza dell’introspezione, della conoscenza di sé e della ricerca dei talenti personali. L’idea di fondo è sempre quella della ghianda, presente in ognuno di noi, che deve poter crescere fino a diventare quercia. In questo percorso di scoperta, i genitori sono fondamentali. Non bisogna scoraggiarsi se i ragazzi guardano sempre più spesso a modelli di riferimento esterni, come gli influencer: i genitori rimangono ancora il principale punto di riferimento di un figlio perché sono persone reali, concrete, che non si celano dietro uno schermo, che trasmettono sentimenti veri, e proprio per questo hanno molta più “influenza” dei personaggi mediatici. È importante poi che gli adulti abbiano fiducia nella propria capacità pedagogica, stando molto attenti a non sviluppare un io negativo nel figlio, ad esempio con critiche che finiscono per nuocere alla ricerca di una identità autentica. Allo stesso tempo, non possono pensare che il loro riscatto sociale avvenga attraverso l’esaltazione incondizionata dei figli, perché ognuno ha diritto a essere se stesso, e per questo è importante valorizzare le capacità e i talenti dei bambini, senza proiettare su di loro le proprie aspirazioni».

C’è ancora molta disinformazione e pregiudizio sul disagio psicologico? A che punto siamo?
«Oggigiorno in realtà è sempre più accettato l’utilizzo dello psicologo per farsi aiutare, soprattutto dai giovani che lo vivono come una possibilità per chiarirsi le idee. È anche meno patologizzato, perché è comunemente risaputo che nelle altre nazioni la psicoterapia è molto più frequente , generalizzata e utilizzata come strumento di supporto in caso di difficoltà o incertezza su tematiche emotive. Pensiamo all’aumento di casi di panico degli ultimi tempi: il panico non è altro che un ingorgo emotivo che impedisce di accedere alla parte razionale di sé: quando non ascoltiamo le nostre emozioni, le trascuriamo, esse bussano con forza per farsi sentire. Il ruolo dello psicologo è importante perché insegna ad ascoltare l’interiorità, l’inconscio, i sogni, e ad avere un atteggiamento comprensivo verso le emozioni: questo impedisce al panico di riproporsi.
A volte poi, le nostre emozioni sono condizionate dai complessi, cioè emozioni complicate che abbiamo vissuto nella nostra infanzia, per cui è difficile distinguere emozioni “guida”, come la consapevolezza di ciò che ci piace e non ci piace, da emozioni “complesse” del nostro vissuto infantile, per cui ad esempio ci blocchiamo di fronte alle cose sulla base di un’esperienza del passato. La psicoterapia aiuta a far luce anche su questi aspetti. Prendersi la responsabilità delle proprie azioni e cercare di migliorare l’efficacia espressiva e relazionale fa parte dei percorsi di conoscenza di sé».

Quanto pesano le parole nelle dinamiche di coppia, familiari e in generale relazionali?
«Le parole vanno a definire l’identità. Quando diciamo “Tu sei”, “Tu fai”, già commettiamo violenza perché andiamo a definire l’altro entrando nella sfera della sua identità. Offendere, deridere, indebolire, svalutare sono atteggiamenti di maltrattamento psicologico e si configurano come un tentativo di abbassare l’identità e il valore insito nella persona con cui ci interfacciamo. Parafrasando il titolo del libro di Marshall Rosenberg, possiamo dire che le parole sono finestre se sono empatiche, altrimenti sono muri che chiudono le relazioni interpersonali».

 

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