«Finita l’emergenza Covid dovrà cambiare il nostro approccio al tema della privacy»

Le riflessioni di Zena Foschini, esperta di protezione dei dati personali per lo studio di consulenza Martini: «Dobbiamo capire che i nostri dati non sono “pubblici”, ma qualcosa che ci appartiene, che dobbiamo custodire e salvaguardare»

Zena Foschini, 24 anni, si laurea nel 2019 in Consulente del Lavoro e delle Relazioni Aziendali, scoprendo contemporaneamente la sua passione per la disciplina privacy. Grazie a questo intraprende un percorso di studio diventando Data Protection Officer Certificato. Attualmente è una collaboratrice di Studio Martini.

Privacy Internet 527836Dall’inizio del 2020 l’emergenza Covid-19 ha coinvolto – sconvolto – le vite dell’intera popolazione mondiale, mutando le abitudini di ognuno di noi. Abbiamo reimparato a lavarci le mani, a mantenere le distanze di sicurezza che – si sa – nel caos della vita non si rispettano mai. Abbiamo dovuto riflettere sui rapporti di lavoro, su come modularli per continuare a svolgere la nostra routine senza che questo andasse in contrasto con il nostro rendimento.

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Non solo: per via della situazione migliaia di persone si sono interfacciate con portali istituzionali, con Pin, codici di accesso, dati personali. Questi ultimi sono i protagonisti di una storia troppo spesso trascurata, su cui invece l’emergenza deve obbligatoriamente farci riflettere. La disciplina privacy è sempre stata messa da parte: “non ho tempo”, “non ho voglia”, “tanto non succede nulla”. E invece gli imprevisti accadono anche a chi dovrebbe dare il cosiddetto buon esempio: all’apertura del portale per richiedere il Bonus da 600 euro il sito Inps è collassato, permettendo che avvenissero scambi di utenti e ripetute violazioni della riservatezza dei dati, il quale è un diritto assoluto.

L’evento straordinario (con l’accezione di fuori dalla normalità) del Coronavirus dev’essere considerato uno spiacevole punto di partenza, perché “una volta toccato il fondo si può solo risalire”. All’Italia, a tutti noi, già messi a dura prova, viene chiesto di adeguarsi al nulla-sarà-più-come-prima, ai nuovi sistemi adottati, alla nostra nuova vita. Cosa cambierà (e dovrà cambiare) in materia di privacy dopo l’emergenza? Sicuramente il nostro approccio a essa. I nostri dati personali vengono utilizzati nella maggior parte delle cose che facciamo: compriamo e paghiamo con la carta di credito, guardiamo la televisione e viene elaborato lo share, lavoriamo al computer e veniamo in contatto con informazioni altrui. Ciò che bisogna capire è che i nostri dati non sono “pubblici”, a disposizione di chiunque ma qualcosa che ci appartiene, che dobbiamo custodire e salvaguardare.

Per questo motivo auspico un cambiamento già da questi giorni di Fase 2: non solo si dovrà pensare alla sicurezza di ognuno di noi indossando mascherine e utilizzando igienizzanti, ma anche a quella delle nostre informazioni, perché i dati siamo noi.

L’emergenza ha condizionato il nostro modo di interagire con gli altri, portandoci ad analizzare ogni nostro singolo sintomo, mettendo sotto osservazione qualsiasi alterazione. Il Ministero della Salute ha approvato l’app Immuni per contenere i contagi, sul luogo di lavoro chiederanno autocertificazioni sul nostro stato di salute, senza pensare a cosa questo potrebbe comportare. Come verranno conservati questi dati? A chi andranno in mano? Sono davvero necessari? È arrivato il momento di associare la parola privacy alla sicurezza personale, implementando procedure di salvaguardia ai nostri gesti quotidiani.

A questo proposito, con il nuovo Protocollo condiviso sulle misure per il contrasto al Covid-19 negli ambienti di lavoro, il datore potrà misurare la nostra temperatura corporea. Per fare ciò dovrà essere fornita un’informativa, in cui si daranno garanzie precise: stiamo facendo questo per disposizioni di legge e il dato non verrà conservato né divulgato. Come si diceva, le aziende hanno anche imparato che l’organizzazione può essere mobile ed elastica, i clienti e fornitori possono essere incontrati anche virtualmente tramite una videochiamata, i collaboratori possono lavorare anche a distanza. In molti casi un tale cambiamento può portare benefici: statistiche alla mano, in modalità Smart Working le assenze diminuiscono, la serenità dei dipendenti aumenta così come la loro produttività.

Nel post Coronavirus sono sicura che queste nuove prassi verranno sempre più utilizzate e il lavoro sarà sempre più fluido. Proprio per questo motivo dovrà essere ripresa la disciplina di tutela dei dati, pensando a come proteggerli sia dentro sia fuori dalla sede di lavoro, utilizzando strumenti sicuri poiché nulla dev’essere più lasciato al caso. Allora perché non mettere in pratica le norme che già ci sono?

Il Regolamento europeo 679/2016 offre spunti e direttive da attuare, evitando così di incorrere in sanzioni. Sì, perché non rispettare il diritto alla riservatezza comporta multe anche molto salate. A questo punto alcuni imprenditori iniziano a sudare freddo e la privacy viene etichettata come un adempimento oneroso in più, un costo che si aggiunge alla lista. Proprio di questa mentalità io desidero un cambiamento: la privacy non è un costo, la privacy è un diritto. Il primo passo può essere fatto prendendo coscienza di quali siano i dati che vengono messi in campo in ogni nostra azione e porsi la domanda: “Come posso proteggerli?”. In questo modo impareremo che non ci vogliono sforzi titanici ma minimi accorgimenti che garantiranno massimi risultati, soprattutto nei momenti di crisi.

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