Il senso di comunità della Ravenna ai tempi del lockdown negli scatti di Corelli

Fino al 20 settembre a Palazzo Rasponi (e in un libro fotografico)

De Pascale CorelliIl sindaco De Pascale con la mascherina, seduto – da solo – nei banchi del Consiglio comunale; davanti a lui, sul pavimento campeggia lo stemma di Ravenna: si tratta di una delle fotografie in bianco e nero scattate da Giampiero Corelli fra marzo e aprile scorso in pieno lock-down ed esposte oggi in Palazzo Rasponi. Fra le tante, soprattutto questa colpisce per la sua portata simbolica, emotiva, sociale. In quel momento drammatico, instabile, faticoso che tutti hanno vissuto all’interno delle proprie case, l’immagine rimanda un sentire comune e raccoglie su di sé una solitudine ampliata perché ripresa nel luogo simbolico per eccellenza della comunità. Nonostante la sensazione di fragilità e l’attonimento che hanno avvolto tutti di fronte alla pandemia – con la conseguente esposizione al pensiero della morte, mai vissuta in una dimensione così ampia e diffusa – l’idea che rimanda la foto è che le istituzioni rimangono, il senso civico e la solidarietà resistono. Nonostante tutto.

In effetti, è la solidarietà e il senso di comunità che costituiscono il filo rosso dell’esposizione che – come nota Michele Smargiassi nella presentazione in mostra – ha il pregio di evitare la militarizzazione delle immagini a cui siamo stati tutti esposti grazie ai media. Immagini dolorose quelle televisive e su internet – inutile citarle, sono indelebili – e che non falsavano la realtà dei fatti, piuttosto puntavano un riflettore su una parte dell’emergenza.

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Con lo sguardo di un umanista contemporaneo, Corelli ha colto un altro aspetto della realtà di quei giorni: non solo le strade deserte di Ravenna – riprese anche in un suggestivo video in bianco e nero – e i quartieri da cui affacciavano persone come prigionieri (in molti casi, ci vogliono due secondi in più per capire che non si tratta di una casa circondariale ma di un convento, di una casa di periferia, un edificio pubblico) ma i sacchetti di alimentari messi a disposizione per chi ne aveva bisogno, l’invito a resistere sulle cancellate italianizzando il dialetto romagnolo, il gesto di umanizzare una divisa di un’infermiera del reparto infettivi disegnando un cuore e il proprio nome.

La mostra raccoglie quindi immagini quantitative del vuoto sociale della città ma sottolinea soprattutto la permanenza di un’umanità disposta all’altro: è questa solidarietà che si ricongiunge alle parole di Dante, la “soave medicina” citata nel titolo dell’esposizione. Sopportazione, pazienza, com-passione sono le virtù ricordate da Marco Martinelli nella rilettura del poeta; alla testimonianza del regista si aggiungono in mostra le testimonianze di Ermanna Montanari, Dedi Baroncelli, Michele De Pascale, Nevio Spadoni e del direttore medico del presidio ospedaliero Paolo Tarlazzi. Gli scritti – registri personali che variano dal ricordo al diario, dalla poesia alla riflessione – si presentano come contrappunto alle immagini di medici e infermieri, ritratti con e senza mascherina, spersonalizzati dall’equipaggiamento ma poi restituiti alla comunità nella veste di “persone” quando rivelano il proprio volto individuale.

Si esce dalla mostra – raccolta in una monografia pubblicata da Danilo Montanari Editore – e dalle sale che ospitano l’esposizione di #siamotuttiitaliani progettata da Cristina Rocca e Giampiero Corelli, con molti stimoli a riflettere su quali siano i valori fondamentali del vivere civile. Sempre in accordo con José Saramago, premio Nobel e scrittore di Cecità (Ensaio sobre a Cegueira), senso di comunità e solidarietà sono gli unici ad opporre resistenza alle macerie.

Fino al 20 settembre a Palazzo Rasponi (piazza Kennedy), Ravenna; orari: 17-21

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