In Siberia al riparo sotto i ponti A Seoul scortati dalla polizia

Altri due capitoli del diario dei due cicloturisti ravennati alle prese
con il giro del mondo: ora in Giappone 32 mesi dopo la partenza

Le biciclette dei ravennati Marco Meini e Giovanni Gondolini, i due cicloturisti partiti a febbraio 2013 da Ravenna per il giro del mondo in sella, sono arrivate in Giappone. Riceviamo e pubblichiamo due nuovi capitoli del diario di bordo tenuto dai viaggiatori per R&D (altri due pezzi li avete trovati sul settimanale uscito l’1 ottobre). Le righe che seguono si riferiscono alla Corea del Sud, ultima tappa prima del Giappone, e alla Siberia. In fondo alla pagina una galleria fotografica di immagini scattate durante gli ultimi giorni di viaggio. Tra i correlati gli articoli precedenti.

In bicicletta non si può arrivare ovunque. Per visitare la Corea del Sud ci siamo dovuti arrendere alla comodità di un volo. Vladivostock-Seoul in novanta minuti. Una tratta aerea particolare, qui nell’estremo oriente. Nel mezzo, fra queste due città diversamente moderne, la Corea del Nord, chiusa, prigioniera, ennesimo scherzo della storia. North Korea rimasta fuori dai giochi anche ora, nonostante la Russia e la Cina sembrano dialogare con gli Stati Uniti. Korea oggi nel linguaggio comune significa Corea del Sud e la sua immagine è Seoul, in cui vivono nell’area metropolitana circa venti milioni di persone. Nelle sue strade c’è un bel traffico, costante ma ordinato, grattacieli e templi antichi convivono ovunque e la sua geografia collinare regala romantiche vedute panoramiche. In molti parlano inglese e lo straniero è ben visto. Si avvicinano a chiacchierare o a darti indicazioni anche se non le avevi chieste, poi si allontanano rigorosamente dopo un inchino, che è il loro modo di dire grazie o a volte semplicemente il loro ciao. Si respira rispetto ed educazione, con un senso civico marcato e piacevole, che avevamo quasi dimenticato negli altri paesi asiatici un po’ più “sgarbati”. Joe, proprietario di una guesthouse della capitale, ci ha portato a correre nel lungo fiume dove centinaia di persone si ritrovano quotidianamente per allenare il corpo e liberare la mente. Win, solare ed energico ragazzo disabile ci ha ospitato nella sua confortevole casa e ci ha parlato del suo primo viaggio in Asia senza accompagnatore. Mi sono sentito fiero del suo coraggio. La polizia ha acceso i lampeggianti e ci ha scortato per la città indicandoci la rotta come segno di benvenuto. Chun per strada ci ha regalato acqua, cibo e un sorriso. Continuo ad essere innamorato di questo Mondo, paese dopo paese incontro gente che mi fa ben sognare.
Giovanni Gondolini

Una strada ben più lunga di quella che taglia il deserto australiano del Nullarbor attraversa un luogo apparentemente anche meno popolato del deserto dei Gobi. Siamo in Siberia, in sella alle biciclette, qui, macchine del tempo. Macchine del tempo perché muovendoci nello spazio ci muoviamo nella storia. Sbalzati nel passato incontriamo un villaggio, case in legno e tetti in lamiera, automobili anni settanta e botteghe dove la commessa, giovane ma già sdentata, somma il conto col pallottoliere. Macchine del tempo perché non sappiamo mai che ore sono, ci svegliamo con il sole e ci addormentiamo con le prime stelle. Ci ambientiamo alla Russia selvaggia e incontaminata, beviamo l’acqua dei torrenti, troviamo riparo sotto un ponte o in un bosco di betulle, accendiamo il fuoco con i rami dei pini, ci laviamo nei freschi corsi d’acqua, a fatica ci difendiamo dalle assetate zanzare e dai fastidiosi tafani. Macchine del tempo perché esse stesse, con la loro semplice meccanica, sembrano esistere da sempre e su di loro la strada diventa la culla dei sogni, il fiume dei pensieri. Macchine del tempo che qua non funzionano. Percorriamo la via infinita che porta a Vladivostok, una terra che non cambia mai, una landa senza nessuno. Monotona e malinconica regione che anche nella calda e corta estate sembra rimanere in letargo. L’inverno trascina il suo silenzio fino ad agosto per poi ricominciare nuovamente. Superiamo una collina e davanti troviamo un oceano verde demoralizzante, arriviamo in cima ad una altura e vediamo solo un mare di nulla su tutti i fronti. Così per venti giorni e il tempo sembra non finire mai, non vediamo l’arrivo, è troppo lontano. I secondi diventano minuti e le ore sembrano settimane in questa successione lentissima di immagini ripetute all’infinito e sfiniti da questo niente desolante. Macchine del tempo istruzioni per l’uso: evitare l’utilizzo nella taiga sconfinata.
Marco Meini

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