Si licenzia per finire il giro del mondo con il fratello. Diario di viaggio dal Nicaragua

Il Magio Bike Tour compie 4 anni all’insegna di una grande novità «Continuiamo a scrivere per un mondo libero e senza frontiere»

Il Magio Bike Tour compie quattro anni. Era il 17 febbraio del 2013, infatti, quando Giovanni Gondolini e Marco Meini (da cui l’acronimo Ma-Gio) partirono da piazza del Popolo, a Ravenna, con l’obiettivo di completare in cinque anni il giro del
mondo in bicicletta. Il nostro giornale – come promesso – ha seguito i due giovani ravennati nel corso del tour ospitando i loro diari di viaggio. E continueremo a farlo fino al ritorno a Ravenna di Giovanni – rimasto solo ormai da quasi un anno per la decisione di Marco di fermarsi e trasferirsi in Canada con la fidanzata conosciuta proprio durante il loro “tour” – previsto tra un paio d’anni almeno, in leggero ritardo rispetto alla tabella di marcia iniziale.

Ora Giovanni ci scrive da Boquete, a Panama (in fondo all’articolo una recente fotogallery), rivelandoci innanzitutto di aver trascorso gli ultimi quattro mesi di viaggio in compagnia di una ragazza, Flavia, a cui ha dedicato uno dei due articoli che abbiamo pubblicato sul nostro settimanale in distribuzione da giovedì (a questo link), prima che le loro strade si dividessero.

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L’altra novità che ci rivela è infine la più importante: dal 27 febbraio lo raggiungerà il fratello, Francesco Gondolini, per completare insieme il tour del Sudamerica e poi quello dell’Africa, ultimo continente da visitare prima del rientro a Ravenna. Una scelta di vita anche quella di Francesco, ingegnere civile al lavoro per 5 anni proprio nel Continente Nero per Cmc. Ora ha deciso di licenziarsi e salire in sella a una bicicletta. «Ho sempre avuto anch’io la passione della bici – ci racconta Francesco, 31 anni, due in meno del fratello – e in questi anni, soprattutto quelli vissuti in Africa prima da volontario e poi anche da lavoratore, ho visto realtà, paesi e modi di vivere che mi hanno portato a prendere questa decisione di cambiare. Ero già stato a trovare Marco e Giovanni durante il loro tour e non è certo facile: il vento, la pioggia, solo una bicicletta. Mi spaventa un po’ anche dormire ogni giorno in un luogo diverso o chissà dove, ma chiaramente sono molti più gli stimoli che mi spingono a intraprendere questa avventura».

Dal 27 febbraio Francesco raggiungerà Giovanni in Colombia, nuova tappa del giro del mondo, prima di passare, circa un mese dopo, in Ecuador e via via lungo le strade di tutto il Sudamerica. Si uniranno ai due fratelli anche altri tre amici conosciuti durante questo lungo viaggio. D’altronde Giovanni lo ribadisce: «Continuo a chiamarlo MaGio Bike Tour perchè non appartiene solo a me ma anche a chi può parteciparvi, unirsi o leggerne le storie. Continuiamo a scrivere per un mondo libero e senza frontiere» ci scrive nella sua ultima mail Giovanni.

Ed ecco l’ultimo diario di viaggio inviatoci da Giovanni, dal Nicaragua.

«Altro giro, altra corsa. Nuova dogana, un altro timbro e un bienvenido en Nicaragua appena percettibile oltre il vetro schermato che mi separa da un ufficiale delle migrazioni. Vengo dall’Honduras e pedalo senza fretta nella carretera panamericana da Nord a Sud. Si crede che la parola Nicaragua significhi abbondanza di acqua. Oltre il mar dei Caraibi e l’oceano Pacifico le sue terre sono benedette da due laghi di acqua dolce grandi come il mare. In lontananza c’è sempre qualche vulcano a rompere la monotonia della giungla fitta su colline morbide. Mangio riso, fagioli e banane fritte in piccole capanne a bordo strada. Dormo in pensioni economiche dove l’unico refrigerio è un ventilatore a soffitto che smuove più zanzare che aria.
Anche a Granada o Leon, le due città più interessanti, purtroppo non riesco a instaurare quel sano dialogo con la gente del posto, ma solo saluti accennati. I nicaraguensi mi paiono gentili ma diffidenti, respiro più tranquillità che in Honduras, ma meno apertura. Il loro sguardo serio pare nascondere un dolore recente, non ancora dimenticato.
Nella noia delle vie di Managua mi rifugio in un museo sulla storia moderna del paese. E finalmente capisco. Comprendo il loro diffidente distacco con l’aiuto di Pablo, custode della sezione fotografica. In perfetto spagnolo mi introduce cautamente in una delle pagine più nere della storia contemporanea mondiale. Le fotografie non mentono. Dagli anni Trenta al 1979 la dittatura feroce della famiglia Somoza, nemica di tutti, ha ucciso, incarcerato, seviziato migliaia di civili, colpevoli solo di pensarla diversamente. La guardia nazionale nel frattempo rapiva e torturava in nome di chi sa qual diritto, fedele a un capo folle e complice di una delle tante ideologie sbagliate del ventesimo secolo.
In questo povero pezzo di terra lontano e dimenticato da noi, le ombre della storia hanno lasciato una cicatrice profonda e oggi dopo più di trent’anni posso ancora percepirne il dolore. Esco dall’oscurità di quel museo alla ricerca di luce. Scendo fino al grande lago torbido e tossico. Un militare in divisa guardando le onde nere mosse dal vento caldo mi sussurra “sono trent’anni che cerchiamo di ripulirlo, ma una volta fatto il disastro ci vuole più tempo di quel che sembri”.
Non so se stesse parlando del lago o della loro coscienza. Sporca».
Giovanni Gondolini

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