sabato
13 Giugno 2026

È il mare il luogo dei simboli

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La metafora migliore che abbiamo trovato nei secoli per spiegare il senso dell’esistenza è forse il viaggio in mare. Dall’Odissea a Moby Dick, passato per Conrad e Dante, il mare è stato da sempre il luogo per eccellenza dei simboli. Scintillante alla vista, riflette il sole, ma nelle sue profondità nasconde misteri, esattamente come l’animo umano. In Le parole del mare di Piero Dorfles il critico e conduttore radiofonico disegna una mappa dei simboli, delle metafore e delle parole che il mare ha prestato alla vita. “Siamo alla deriva”, “ha perso la bussola”, “siamo tutti nella stessa barca”, “a gonfie vele”: il lessico marinaro ha colonizzato il modo in cui parliamo di noi stessi, dei nostri fallimenti, dei nostri slanci. Dorfles parte da qui per attraversare secoli di letteratura: Omero, Virgilio, Ariosto, Coleridge, Melville, Conrad, Marquez, Verga seguendo non la cronologia ma le emozioni: la bonaccia, il naufragio, la burrasca, l’ammutinamento, l’arrivo in porto. Tante le storie che si intrecciano nelle sue citazioni. L’albatro che il Vecchio Marinaio di Coleridge uccide senza motivo “spinto da un impulso irrazionale e insensato” condanna la nave a una bonaccia mortale in cui l’equipaggio cade “come ciocchi secchi” uno dopo l’altro. Sessant’anni dopo, Baudelaire riprende lo stesso uccello per parlare del poeta, incapace di camminare sulla terra con le sue ali da gigante. Il mare non invecchia mai.

In Giacchetta bianca di Melville: durante una bonaccia polare al largo di Capo Horn, il comandante di una nave da guerra americana ordina la franchigia per l’equipaggio. Il risultato è un’isteria collettiva. Marinai in abiti stravaganti che cavalcano da poppa a prua, battaglie a morsi, un uomo svenuto creduto morto. La bonaccia diventa metafora kafkiana, l’immobilismo come sconfitta, come resa al tumulto delle passioni che non si osano vivere. In fondo è vero che “Gli unici pensieri autentici sono quelli dei naufraghi”, cita da Ortega y Gasset. E il naufragio (da Ulisse a Robinson Crusoe, dai Malavoglia di Verga alla Zattera della Medusa) è il momento in cui una vita si spezza e un’altra, forse, comincia. Il navigatore veneziano Pietro Querini, naufragato sulle Lofoten nel 1431 dopo mesi di tempeste e quasi-cannibalismo, torna in patria con una scoperta gastronomica: certi merluzzi seccati al sole che i norvegesi chiamano Stock-Fisch. Da quel naufragio, suggerisce Dorfles con eleganza, sarebbe nata l’inesausta passione veneta per il baccalà. Il mare è simbolo delle contraddizioni della vita. Come scrive Conrad il mare “gettava un incantesimo, dava gioia, cullava dolcemente in una fede sconfinata; poi con una collera improvvisa e ingiustificata uccideva.”

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