Queens of the Stone Age – Songs for the Deaf (2002, Interscope)
La prima volta che ascoltai questo disco ne uscii provato fisicamente. Songs for the Deaf non dà tregua, non fa prigionieri. L’album, uscito nel 2002, è il momento in cui i Queens of the Stone Age trovano una forma definitiva, ma è anche il frutto di un equilibrio instabile, quasi irripetibile, tra perso- nalità molto diverse. Ed è proprio in questo incastro che il ruolo di Mark Lanegan diventa centrale, spesso in modo meno appariscente ma decisivo. La formazione attorno al leader e chitarrista Josh Homme è ormai più strutturata: Nick Oliveri al basso porta un’energia caotica e abrasiva, Dave Grohl trasforma la batteria in un motore continuo, potente ma preciso. In mezzo a queste forze centrifughe, la voce devastante di Lanegan agisce come una presenza opposta, scura, trattenuta, quasi immobile. Ex frontman degli Screaming Trees, Lanegan arriva con un bagaglio fatto di blues, folk e un’idea di canto lontanissima dall’estetica desertica e robotica dei QOTSA. Ed è proprio questo scarto a fare la differenza. Il disco nasce attorno al concept del viaggio nel deserto, con stazioni radio immaginarie che guidano l’ascol- to, ma è anche un continuo alternarsi di voci e prospettive. Se Homme rappresenta il controllo e Oliveri l’eccesso, Lanegan incarna una terza via, la profondità.
La sua voce – bassa, ruvida, quasi consumata – porta nei brani una dimensione notturna, introspettiva, che spezza la tensione meccanica del resto del disco. Hangin’ Tree è forse l’esempio più evidente, un pezzo che sembra emergere da un’altra tradizione, più vicina a un folk deformato che allo stoner rock, e che proprio per questo allarga il respiro dell’album. Ma è in Song for the Dead che la sua presenza si rivela ancora più significativa. Mentre la band costruisce una struttura imponente, quasi monolitica, Lanegan si inserisce con una linea vocale che non forza mai, che resta in sottrazione, rendendo il tutto più inquieto e meno prevedibile. La sua importanza non è solo nelle tracce che canta, ma nel modo in cui riequilibra l’intero disco. Songs for the Deaf rischierebbe altrimenti di essere un esercizio perfetto ma un po’ unidimensionale di potenza e controllo. Lanegan introduce una crepa, una zona d’ombra che rende l’ascolto più stratificato. Oliveri urla, Homme costruisce, Lanegan osserva da una distanza minima ma decisiva. Non è un caso che, negli anni, proprio questa combinazione non sia mai stata replicata con la stessa efficacia. Songs for the Deaf resta così uno dei dischi chiave dei primi anni Duemila non solo per il suo suono, ma per la capacità di tenere insieme spinte diverse senza appiattirle.



