Slint – Spiderland (1991, Touch and Go Records)
Credere di poter parlare di uno dei dischi più importanti della storia del rock in senso lato, con cognizione di causa, mi porta inevitabilmente a una domanda: ma sono cretino? Chi mi credo di essere? Comunque, Spiderland degli Slint è uno di quei dischi che semplicemente accadono. E quando accadono, cambiano il modo in cui si ascolta la musica. Uscito nel 1991 su Touch and Go Records, praticamente ignorato al momento della pubblicazione, Spiderland (foto di copertina di un certo Will Oldham, così) è diventato negli anni una sorta di testo sacro sotterraneo, capace di influenzare intere generazioni di musicisti – dal post-rock al math rock, fino a certe derive più cerebrali dell’indie degli anni Duemila. Tutto parte a fine anni ’80 da Louisville, Kentucky, dove emergono quattro ragazzi – Brian McMahan, David Pajo, Britt Walford e Todd Brashear – che sembrano avere un’idea molto precisa di ciò che non vogliono essere. Gli Slint nascono dalle ceneri dei giganteschi Squirrel Bait, e nel 1987 cominciano a registrare robe insieme al genio della lampada Steve Albini. Il materiale venne pubblicato nel 1989, nel primo album Tweez. Il suono è qualcosa di inedito, nasce dall’hardcore ma è astratto, dentro ci sono post punk, prog, jazz, avanguardia, improvvisazione, rumore. Spettacolare.
Ma con Spiderland fanno un passo di lato radicale. Qui tutto è trattenuto, costruito, quasi geometrico. Le chitarre non esplodono, si insinuano. La batteria non accompagna, ragiona. Basta ascoltare Breadcrumb Trail, apertura del disco, per capire che qualcosa è cambiato. Una storia quasi banale – un ragazzo, una fiera, una cartomante – che diventa lentamente inquietante, mentre la musica cresce come una tensione che non trova mai una vera liberazione. O Good Morning, Captain, che chiude il disco come un’esplosione tardiva e necessaria. La vera rivoluzione di Spiderland sta proprio qui, nell’uso del silenzio, nello spazio tra le note, nella tensione costruita più che nella sua risoluzione. È un disco che rifiuta la forma canzone tradizionale e al tempo stesso non si rifugia nell’astrazione totale. Paradossalmente, gli Slint si sciolgono poco dopo aver completato l’album, quasi come se avessero già detto tutto. Nessun tour vero, nessuna celebrazione immediata. Solo anni dopo Spiderland verrà riscoperto, studiato, quasi mitizzato. Oggi resta un oggetto sonoro anomalo, spigoloso, che continua a parlare a chi è disposto ad ascoltare. Un disco che voglio dedicare a un caro amico che non c’è più e che sugli Slint avrebbe potuto scrivere mille pagine con la mano sinistra surclassando chiunque altro.



