Il meritato successo dei Sacri Cuori

Con decine di recensioni generalmente molto positive anche al di fuori dei confini nazionali, il nuovo album dei Sacri Cuori sarà ricordato probabilmente come il disco romagnolo più chiacchierato dell’anno. Un risultato ottenuto vuoi per la fama conquistata dal chitarrista Antonio Gramentieri anche grazie al suo festival Strade Blu, vuoi per l’etichetta tedesca che l’ha pubblicato (la Glitterbeat), vuoi per le collaborazioni illustri. Ma illustri sul serio, con artisti che hanno fatto a loro modo un pezzetto della storia del rock mondiale, tanto per intenderci (Howe Gelb dei Giant Sand, Steve Shelley dei Sonic Youth, Evan Lurie dei Lounge Lizards, Marc Ribot…). E certe cose non succedono per caso. I Sacri Cuori se lo sono meritato ampiamente, questo successo. Sono un gruppo che può ben dire di aver fatto la famigerata gavetta, che ha suonato un po’ in tutto il mondo senza risparmiarsi, formato da ottimi musicisti che danno l’idea di collaborare attivamente nella scrittura e di avere ben chiaro dove vogliono andare e come farlo. Riuscendovi. Mica poco. Il loro Delone (terzo lavoro sulla lunga distanza della carriera), come hanno già scritto per l’appunto in tanti, è un omaggio a certa musica di frontiera, che parte dall’Italia, quella delle colonne sonore degli anni sessanta e settanta in particolare, e arriva fino ai polverosi deserti americani e messicani. È esso stesso come una lunga colonna sonora con chiari riferimenti a Rota e Morricone, Tarantino (e quindi di nuovo all’Italia e ai B-movies), Fellini, Jarmusch. Tutto molto affascinante, con dettagli da scoprire ascolto dopo ascolto e l’utilizzo più marcato della voce rispetto al passato (i Sacri Cuori restano comunque un gruppo strumentale, per chi non li conoscesse).
Il limite, forse, per un prodotto come Delone, è che non riesce a essere allo stesso tempo anche qualcosa di diverso o qualcosa di più di tutto questo. Nel senso che il citazionismo alla lunga potrebbe anche stancare: penso al fischio morriconiano, alle atmosfere western e latine, ai coretti (de “La Marabina” in particolare), fino anche al cantato un po’ demodé di Carla Lippis, comunque una bella sorpresa.
Così l’auspicio per il futuro è che i Sacri Cuori, raggiunta con Delone una sorta di vetta del loro percorso, possano iniziare a intraprendere anche strade diverse, un po’ più astratte, prendersi qualche rischio in più. Ripartendo anche da pezzi almeno un poco più lontani dai canoni della band come l’interessante abbozzo di “Snake charmer”, la deliziosa “Billy Strange” o la sensuale “Seuls ensemble” con un’altra bella voce, quella di Emmanuelle Sigal.

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