Canzoni con un suono, non solo shoegaze nel nuovo Cosmetic

PlastergazeI riminesi Cosmetic sono tra le band più rispettate della scena rock romagnola, con un seguito che va ben oltre i confini regionali, nonché un nome ormai storico del panorama alternative italiano. Uno status meritato, a forza di album mai meno che interessanti, piuttosto differenti uno dall’altro (in seguito anche a diversi cambi di formazione), tutti in grado di unire un suono rumoroso a melodie cristalline, con il valore aggiunto di testi in italiano per nulla banali.

A bloccare la definitiva consacrazione, forse, l’essere stati inscatolati un po’ troppo in fretta in un genere prestabilito e quindi considerati fin da subito piuttosto derivativi. In realtà, almeno in questa ultima versione di Plastergaze (sesto album lungo, uscito lo scorso marzo per l’etichetta To Lose La Track), grazie anche a una felice alternanza tra la voce maschile e quella femminile, i Cosmetic suonano come qualcosa se non di originale, sicuramente di poco comune in un’Italia da un lato schiacciata su stilemi pop e dall’altra verso gruppi più intransigenti.

Certo, sono molto riconoscibili i generi a cui vengono spesso accostati, in primis lo shoegaze, quel modo di suonare “guardandosi le scarpe”, ossia facendo ampio uso di pedali per distorsioni e riverberi. I modelli sono gli ultimi Slowdive e soprattutto i My Bloody Valentine, il cui fantasma aleggia per esempio nella splendida “In faccia al mondo”, riuscitissima già a partire dal testo (“Ti direi di non essere come me/di non crescere come me/tanto è inutile/perciò usami come un alibi/dì che tuo padre era un fallito/e che aveva già rinunciato alla tua età a spingere qualcosa che pesasse più di lui”), sorta di manifesto di un album che vuole anche cantare infatti una piccola rivincita degli sfigati, degli “Inetti number one”, per citare il singolo posto in apertura.

In estrema sintesi quelle di Plastergaze sono “canzoni con un suono”, cosa niente affatto scontata, ispirate probabilmente anche dal primo amore per i Nirvana e che a volte fanno pensare ai Verdena o all’emocore – l’altro genere a cui vengono spesso accostati –, come in un altro dei pezzi più riusciti del lotto, “Un litigio”, figlio dei Fugazi più melodici.

«Probabilmente è il nostro disco preferito di sempre – scrivono gli stessi Cosmetic –, ha più riverbero, più synth, più Alice (la cantante-bassista, ndr), più pezzi espliciti, il sound che abbiamo sempre sognato e una tracklist paurosa». E probabilmente hanno ragione.

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