La delusione dell’ultimo Torday

Una delusione  di quelle cocenti. Lo avevo tenuto lì, da Natale, in attesa del momento in cui sapevo che avrei avuto bisogno di una dose massiccia di relax, divertimento, trasporto, ironia, intelligenza e sentimento. Di personaggi un po’ sopra la righe ma credibili, vagamente stralunati con cui da subito entrare in un’intimità profonda. E invece, invece niente. E nessuno mi aveva avvisato. L’ultimo romanzo di Paul Torday, Una luce nella foresta (Elliot, traduzione di Luca Fusari) è stato definito da più parti come il libro che dimostrava come la sua abilità di scrittore gli permetteva di  scrivere un po’ quello che gli pareva. Anche toccare il soprannaturale, anche manipolare il genere. E invece, invece a me è parso proprio vero il contrario. Non basta la penna felicissima, non basta saper scrivere, saper costruire una trama, tratteggiare i personaggi, inventare situazioni, raccontare gli ambienti, compresi quelli del lavoro, per fare un bel libro. Questo romanzo potrebbe essere in un certo senso paradigmatico: se la storia è debole nessuna trovata, nessun dialogo brillante potrà bastare. Anche i personaggi che vi ruotano attorno finiscono con il diventare un po’ più banali, un po’ più prevedibili ma anche un po’ meno empatici. Certo, detto questo, potrebbe non essere male chiedersi cosa sia una storia debole. Ed ecco, questo Torday mi pare potrebbe essere esemplificativo anche di questo. La sua è una storia che ambisce a parlare dell’assoluto che scomoda le categorie del male e del bene, che chiama in causa il divino e la religione ficcandoli  in una situazione di contemporaneità di quelle in cui Torday è maestro. Il tutto con la struttura e la trama di un giallo da manuale con una squadra di investigatori improvvisati, la polizia e il potere dello stato che rema contro la disvelazione della verità, un serial killer, i bambini nella parte delle vittime. Non manca una giovane e bella donna molto sensibile e intelligente, un aspirante giornalista senza scrupoli ma con un cuore, un rampante burocrate che trova addirittura la fede e decide di farsi prete, un bambino con le stimmate figlio di una Mary e di padre ignoto, cresciuto e allevato come fosse suo figlio da un uomo che non fa proprio il falegname ma che comunque lavora nel bosco. Un bambino che dovrebbe essere morto e invece morto morto non è. E per quanto il lettore aspetti con ansia un incastro finale che dia un senso all’enumerazione di tanti luoghi comuni in salsa divina, alla fine l’incastro non arriva. E si resta così, con la sensazione che davvero tanta maestria sarebbe potuta essere spesa per cause migliori. Peccato che Torday ci abbia lasciato a fine 2013, a 67 anni, e non potremo dunque aspettare il suo prossimo romanzo, ma di sicuro vale la pena andarsi a leggere libri come Pesca al salmone nello Yemen (il suo esordio, nel 2007) o il bellissimo Vita avventurosa di Charlie Summers.  

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