Ben strutturata ma non sempre impeccabile l’orchestra slovena di Maribor che ha inaugurato Ravenna Musica

Orchestra Sinfonica MariborL’inaugurazione di una rassegna è un affare non di poco conto, perciò, spesso, i direttori artistici calano il primo asso proprio cercando un’apertura di re.
È certamente questo il caso della stagione concertistica Ravenna Musica 2020: come di consueto, l’appuntamento che ha dato il via alle serate musicali organizzate dall’Associazione Musicale Angelo Mariani all’interno del teatro Alighieri è stato all’insegna dell’orchestra.

Le assi del palco ravennate, infatti, mercoledì 22 gennaio hanno sostenuto il peso e le note dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Nazionale Sloveno di Maribor, diretta di Simon Krečič. Come una piadina, ripiegata a trattenere le bontà che la esaltano, la formazione slovena ha eseguito in apertura l’Ouverture dalle musiche di scena op.84 di Ludwig van Beehtoven, scritte per la tragedia goethiana Egmont, e in chiusura la Sinfonia n.3 op.56 “Scozzese” di Felix Mendelssohn.

In questi esempi mirabili di scrittura orchestrale, il bravo direttore ha infuso una lettura essenziale ma efficace, con una punta di muscolarità che, forse a ragione o forse no, viene associata alla scrittura beethoveniana e per osmosi alla gran parte della letteratura romantica. L’orchestra, tuttavia, non sembra rispondere appieno alle richieste del direttore, tanto da sciupare il vestito buono in più di un’occasione.
In queste si possono vedere lacerti di tessuto tra le trame degli strumentini e delle trombe, non sempre impeccabili. Risulta anche bizzarro che la spalla dei primi violini usi letteralmente il doppio della quantità d’arco rispetto a tutti gli altri quasi avesse davvero l’arco più lungo. Il confetto dolce che, però, ammorbidisce i cuori e ingentilisce gli sguardi è porto dalla bellissima qualità che gli archi scuri e i corni offrono al pubblico ravennate: valeva da sola il prezzo del biglietto.

Il companatico della serata, però, non poteva essere altro che IL concerto per violino. Ovviamente è il Concerto per violino e orchestra op.61 di Beethoven, se non il più bello, forse il più difficile, non solo per le note, ma anche e soprattutto per la delicatezza richiesta assai spesso facilmente elusa. Il violinista russo Pavel Berman, solista della serata, non ha risparmiato perle tecniche ed espressive per dimostrarsi, con successo, all’altezza delle aspettative tanto che la sua bravura per un momento abbacina anche i violoncelli che guadagnano un’occhiata che poco aveva di bonario dal direttore.

A grande richiesta due bis funambolici, di Niccolò Paganini due Capricci: il n.13, eseguito con grande controllo e precisione, mentre il n.24 ha conquistato una platea già colma di entusiasmo. Proprio come dovrebbe essere ogni sera.

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