L’arte del concertare l’opera, una maestria offerta da Riccardo Muti a nuove generazioni di musicisti e spettatori

Muti Academy 2019 Teatro

Riccardo Muti e il pubblico dell’Alighieri all’Italian Opera Academy 2019 (foto Silvia Lelli)

Ci si può domandare quale sia la funzione dell’arte nella società attuale, a cosa serva soffermarsi alla contemplazione del bello nel mondo che ricerca sempre di più l’utile. La risposta nasce proprio all’interno dell’Uomo, nella necessità fisiologica innata di utilizzare le proprie esigenze come trampolino per la mente. Ciò che porta nella storia della musica al teatro d’opera è davvero un superbo volteggio del pensiero umano. Nei quattrocento anni di storia dell’opera, una tra le più riuscite piroette, per musica, testo e connubio di questi elementi è, senza dubbio alcuno, Le nozze di Figaro, composto da Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte nel 1786. L’intreccio ricalca la commedia di Pierre-Agustin Caron de Beaumarchais nonostante i numerosi adattamenti che si resero necessari, visto il veto che l’imperatore Giuseppe II aveva posto sul testo del drammaturgo francese (forse non a torto vista la caduta dell’ancien régime che tre anni dopo avrebbe dato il via alla rivoluzione francese): proprio all’arte del librettista italiano è ascrivibile la sensibile riduzione della critica all’aristocrazia, massicciamente presente nel testo dello scrittore transalpino, e la definizione dello ius primae noctis (o forse, meglio, droit du seigneur) a poco più che un atto di infedeltà coniugale solamente ombrato dall’abuso di potere.
Questa pietra miliare della letteratura operistica è stata il fuoco dell’orbita dell’Italian Opera Academy 2019, palestra per giovani direttori e interpreti voluta e portata avanti da Riccardo Muti per trasmettere alle nuove generazioni un’eredità che arriva da lontano e che si è potuta affinare sui migliori palcoscenici del mondo. Sede perfetta e naturale per questo corso è stato il Teatro Alighieri che, dal 20 luglio al 2 agosto, ha visto sul proprio palco cinque giovani bacchette alternarsi alla guida dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini.

I direttori selezionati – Felix Hornbachner, David Quang Tho Bui, Jannan Cheng, Lik-Hin Lam, Nicolò Umberto Foron – hanno potuto avvalersi della guida del grande Maestro nella concertazione dell’opera mozartiana. Concertare è un’arte molto difficile e complessa e molto spesso chi si avvicina alla musica colta in maniera superficiale o distratta non ha la percezione di cosa significhi portare al pubblico un’opera invece che una sinfonia.
Queste composizioni necessitano di uno studio teorico a monte che permetta di comprendere a fondo ciò che è racchiuso al loro interno per poi compiere delle scelte, in fase di concertazione, che permettano alle idee contenute in ogni singola pagina di essere rese e di servire a una migliore comprensione del contesto: una nota, un’articolazione, un fraseggio, un colore, sono sempre da contestualizzare all’interno dell’opera e non saranno mai avulsi da essa, specialmente nel teatro musicale.
Proprio questo modo di approcciarsi alla musica, apparentemente banale (ma non troppo vedendo il livello medio delle rappresentazioni) è ciò che, sommamente e più di ogni altra cosa, propugna il Maestro Muti tanto da cercare di aromatizzare persino l’anima degli studenti con questi concetti.
Probabilmente qualcuno dei corsisti non aveva in animo di abbracciare in toto le tesi espresse dal Maestro, ma «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole» e più non si domanda.

A fianco dei giovani direttori, inoltre, un cast in erba con qualche sorpresa piacevole. Su tutti spicca il baritono Luca Micheletti, già ammirato come Iago nel recente Otello ravennate, dalla voce astiosa e pungente e perfettamente calato nel ruolo del Conte d’Almaviva. Interessante la Susanna dell’epicoria Vittoria Magnarello, dalla voce fresca e sbarazzina, ma con quel pizzico di malizia che ben si adatta al personaggio. Il Cherubino presentato da Paola Gardina, invece, è efebico finché non affonda nel registro grave nel quale si scopre l’ardore adolescenziale del personaggio. Maestoso il basso (l’unico vero basso, a dispetto di ciò che si può dire) Carlo Lepore, interprete misurato di un furbo Don Bartolo. Tra gli altri giovani interpreti si trova un’ottima preparazione tecnica, tuttavia la tendenza generale, evidenziata anche dal Maestro, è quella di piegare le parole alle esigenze tecniche, malcostume deprecabile e difficilmente sradicabile.

C’è stato, poi, un particolare curioso, durante l’esecuzione in forma di concerto di una selezione di brani il 2 agosto. La povera Veronica Cornacchio (selezionata come maestro collaboratore insieme a Clelia Noviello Tommassino e a Daniel Strahilevitz) ha suonato non più di 10 battute in tutto il concerto (un solo accordo in tutto il terzo atto!!!) e per giunta con il clavicembalo chiuso (aperto dall’accordatore a metà spettacolo e prontamente richiuso): a quel punto si poteva aggiungere anche un centrino e un vaso di fiori.

Le due settimane di corso hanno regalato, però, anche sollievo pensando al futuro. La presenza alle prove (sempre aperte al pubblico) di tantissimi ragazzi in età scolare ha dato un barlume di speranza alla musica colta. Intendiamoci, nel mondo musicale di domani non ci sarà bisogno di stuoli di mediocri studenti di conservatorio, ma di moltitudini di ardenti appassionati di musica che ascoltino con la mente aperta e libera da vincoli. Ciò che mancherà d’ora in avanti alla musica colta sarà il pubblico, non certo gli esecutori, ma questa Italian Opera Academy ha coraggiosamente scelto un percorso di avvicinamento che sarà in grado di coinvolgere chi vorrà gustare questi grandi capolavori. Molto spesso si dice che l’arte sia alla portata di tutti, ma non sia per tutti.
In parte è vero, ma forse è più corretto dire che è alla portata di tutti coloro che vogliono confrontarsi con essa.

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