giovedì
24 Settembre 2026

La musica dei “nostri tempi” è davvero sempre la migliore?

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«Ai miei tempi la musica era più bella! La musica dei giovani d’oggi è inascoltabile, fa schifo! Non dice niente!». Quante volte si sentono dire queste frasi? Bene, sappiate che non ne detenete la paternità, ma è dalla notte dei tempi che, in campo musicale, o tempora, o mores è una moda che si tramanda di generazione in generazione, non solo verbalmente, ma anche nello scritto: tra le prime testimonianze di questo genere di commento musicale va sicuramente citato uno scrittore e trattatista nativo della Magna Grecia, Aristosseno di Taranto.

Questo filosofo, studioso della tradizione pitagorica e allievo di Aristotele, può essere considerato il primo vero grande teorico della musica. Tra i suoi scritti, il più celebre è certamente ᾿Αρμονικά (Elementi di armonia). Proprio nei suoi libri si scorge un giudizio di imbarbarimento dei costumi della musica che, in terra italica, si stavano corrompendo a causa delle contaminazioni con la pratica locale. Ciò è in linea con l’ἦθος che, secondo Platone, la musica doveva promuovere (tracce di ciò si possono leggere nel Timeo, nella Repubblica e nelle Leggi).

Con un balzo di quasi duemila anni si arriva alla giustificazione della seconda prattica monteverdiana. Qui il divino Claudio deve difendersi dai detrattori (Artusi su tutti) che accusano i suoi nuovi madrigali di essere scadenti perché differenti da ciò che era la prassi dell’epoca. Un altro saltello ed ecco che arriviamo all’imperatore Giuseppe II che (pare) accusasse Wolfgang Amadeus Mozart di aver scritto troppe note. Nel 1871 a Bologna Giuseppe Verdi assistette alla prima italiana del Lohengrin di Richard Wagner e la commentò con un parmigianissimo quest l’è mat! rimasto negli annali.

Tutto ciò vuol dire che il nuovo è sicuramente giusto? Non necessariamente, ma è il caso di porsi qualche domanda. Prima di tutto, vale la pena chiedersi se l’ascoltatore non venga da una formazione anteriore basata su un gusto nato in un contesto differente. E se ciò è vero, come è vero, non sarà che chi ascolta esprima aprioristicamente un pregiudizio che solo con una forza di volontà cosciente riesce a superare? L’arte vive rimodulando sé stessa grazie alla sperimentazione, ma se ci si oppone a questa sua igiene interiore per perseguire un ideale mos maiorum di incerta definizione, alla fine si sta facendo il bene dell’arte stessa oppure si stanno perpetuando modelli che intrappolano la musica in una sola declinazione di sé stessa?

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