Fontaines D.C. – Dopamine Chamber (2026, XL)
Era facile prevedere, e mi pare che l’evidenza non ci abbia sorpreso, che il nuovo disco dei Fontaines D.C. sarebbe piaciuto a tutti quelli che in passato hanno amato i loro dischi, e che sarebbe stato odiato da coloro che odiavano i dischi passati, e che chi li trovava indifferenti prima di oggi continuerà a trovarli indifferenti. La ragione per cui questo succede è che nella sua forma più pura e culturalmente alta il “rock”, in senso lato, è musica stupidissima, suonata da persone che in altri generi avrebbero probabilmente fallito e ascoltata da un pubblico che non ha grandissime pretese (in senso positivo). I gruppi rock, insomma, tendono ad evolversi in maniera abbastanza lineare e non sfidare troppo la sorte. Se volessimo parlarne come fanno i critici musicali potremmo dire che il nuovo disco dei Fontaines D.C. prosegue sul solco tracciato dalla band irlandese con il precedente album Romance, in cui le tensioni post-punk di album come A Hero’s Death si sublimavano in un nuovo impianto sonoro le cui coordinate non disdegnano numerosi omaggi a una certa estetica new romantic di band come Tears For Fears o Simple Minds, naturalmente filtrate con una sensibilità contemporanea che fa suonare l’album in maniera e bla bla bla, e poi potremmo dividerci tra chi pensa che tutto questo sia incredibilmente coraggioso e assolutamente mai sentito, e chi pensa che i Fontaines sono arrivati nel 2026 a fare quello che gruppi come Horrors ed Editors avevano già fatto verso il 2010, e già allora c’era da sbadigliare.
Nessuno dei due modi di pensare è giusto o sbagliato di per sé, entrambi sono basati su principi estetici che è comunque possibile sposare o rigettare. Forse la cosa più affascinante di tutto questo, nel caso specifico dei Fontaines D.C. ma anche in generale, è la facilità con cui per ognuno di noi è possibile ripercorrere all’indietro il pensiero, fino alla prima volta che abbiamo ascoltato la band – e magari quel giorno eravamo ben disposti o mal disposti per qualche altra ragione, e il loro primo disco ha fatto breccia o ci ha dato fastidio – e da lì in poi il nostro parere si è cristallizzato, e i nuovi dischi hanno dato conferme in un senso o nell’altro e quasi nessuno ha cambiato idea su di loro. Forse tutte le teorie musicali, per quanto complesse, sono destinate a capitolare sotto il peso di un singolo momento autobiografico.


