L’elettronica per “tutti” di Lorenzo Senni

Lorenzo SenniLa sua storia è nota tra gli addetti ai lavori, tanto da essere diventata quasi noiosa, come qualsiasi storia di successo a forza di essere ripetuta. La storia di come, da un paesino vicino a Cesena, si finisce con il pubblicare, primo italiano a riuscirci, nella più importante etichetta di musica elettronica al mondo, l’iconica Warp Records, che ha in catalogo gente come Autechre, Aphex Twin o Oneohtrix Point Never.

Lui è Lorenzo Senni, ormai di stanza a Milano (dopo le immancabili esperienze a Londra e Berlino), che con la Warp appunto ha da poco pubblicato, in piena quarantena (il momento ideale per un lavoro del genere, che rende al meglio in cuffia e in “isolamento”), il suo primo vero e proprio album lungo (che è comunque il quinto della carriera), a distanza di quasi quattro anni dall’ingresso in scuderia e dall’acclamato Ep, Persona.

Il disco in questione si chiama Scacco Matto, un nome esotico al punto giusto per tutta una serie di critici internazionali che ne hanno già parlato in queste settimane (si va dalle 4 stelle su 5 del “Guardian” al 7.6 di Pitchfork), anche se non ce n’era bisogno (basti pensare che il nome di Senni era finito da poco anche nell’articolo del più celebre forse tra i critici musicali al mondo, Simon Reynolds, finendo suo malgrado rinchiuso in una nuova etichetta, conceptronica, sorta di “musica da contemplare con le orecchie”).

Un disco che ha un grande merito: rendere accessibile quella che sostanzialmente potrebbe essere definita “musica elettronica da museo”, quindi con una forte connotazione concettuale. Ci riesce perché il punto di partenza, come ha spiegato lui stesso più volte, sono la trance (elettronica da discoteca, per continuare a brutalizzare i concetti, discoteca tipo Cocoricò) e il mondo rave, che hanno ispirato fin dagli esordi la sua musica “puntillistica”.

Composizioni in crescendo caratterizzate dai synth e dall’assenza di beat o percussioni e da uno stile minimale che può ricordare in particolare maestri come Steve Reich (m anche la musica da videogioco) che in questo nuovo album si avvicinano sempre più alla forma canzone vera e propria. Con l’effetto che lo si potrebbe consigliare (quasi) a tutti, con alcuni pezzi di cui ne vorresti di più, come “Dance Tonight Revolution Tomorrow” o la conclusiva “Think Big”.
Sarà il periodo, ma mi pare proprio di avere tra le mani – si fa per dire – uno dei dischi dell’anno.

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