Paolo Strippoli, segnatevi questo nome. Il suo L’Estranea, infatti, è stato scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Oscar 2027, una decisione importante anche perché è, credo, la prima volta che il nostro Paese punti su un film horror. Un riconoscimento che mi ha incuriosito ancora di più e che mi ha spinto a recuperare due suoi lavori precedenti. A Classic Horror Story, diretto insieme a Roberto De Feo nel 2021, parte da una situazione nota agli appassionati: un gruppo di persone in viaggio, un incidente, una casa isolata nel bosco e la sensazione che da quelle parti non sia proprio il caso di fermarsi, in questo caso le foreste calabresi. Si sente il gioco sia con i grandi classici, sia strizzando l’occhio ai più recenti e ottimi X: A Sexy Horror Story e Midsommar, passando per Quella casa nel bosco e per il cinema che prende in giro le regole dell’horror mentre le usa; il gusto un po’ camp, un’atmosfera sporca e malsana e una certa voglia di esagerare, come il recentissimo e assolutamente imperfetto Camp Miasma, permettono ai registi di giocare con le aspettative e soprattutto giocare col cinema. Non tutto sorprende e funziona, ma l’operazione dimostra che anche da noi si può fare un horror pop che, quando decide di esagerare, lo fa senza problemi.
Con La valle dei sorrisi (2025) il discorso cambia parecchio, a partire dalla geografia. Siamo in un paese inventato delle Alpi orientali dove tutti sembrano felici, forse persino troppo, e dove dietro quell’aria rassicurante si nasconde qualcosa di profondamente inquietante. Sergio, l’insegnante di educazione fisica interpretato da Michele Riondino, si trova a fare i conti con una comunità che ha trovato un modo molto particolare per liberarsi del dolore. Fermiamoci, vi lascio le sorprese. È un film più complesso e pesante perché sotto l’horror mette in campo dolore, lutto, bisogno di protezione e tentazione di scaricare sugli altri ciò che non riusciamo ad affrontare. La felicità collettiva del paese diventa poco alla volta qualcosa di sinistro, e Strippoli è bravo a costruire questa sensazione senza affidarsi soltanto agli spaventi. L’ambientazione è splendida e minacciosa, gli attori funzionano, con Riondino al centro e il giovane Giulio Feltri notevole. Immagini e suono alimentano un disagio che cresce piano piano. È un horror che lascia spazio ai personaggi e alle loro ferite, senza rinunciare a momenti anche molto forti. Concludendo, il primo film è più giocoso, citazionista e irriverente, il secondo scava molto più a fondo e chiede anche allo spettatore qualcosa in più. Due modi diversi di usare l’horror, entrambi riusciti. Se A Classic Horror Story faceva intuire il talento di Strippoli, La valle dei sorrisi conferma che non si esaurisce nel gusto per il macabro: c’è la voglia di raccontare qualcosa attraverso “il genere”, che tanto ha dato al nostro cinema in passato.


