Memorie di Marguerite

La Yourcenar e la “vertigine” di Ravenna (1935)

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Marguerite Yourcenar, foto di Albert Harlingue

I. Ravenna,
un cappotto di pietra

La “pellegrina e straniera” Marguerite Yourcenar, trentaduenne inquieta, soggiorna a Ravenna nel 1935. Qui, in un saggio fulminante, Ravenne ou le péché mortel1, la futura autrice del celeberrimo Mémoires d’Hadrien (1951) coglie l’essenza di À Rebours (1884) del decadentissimo Joris-Karl Huysmans alias Jean Des Esseintes. Anche se a Ravenna Des Esseintes non c’è mai stato, per Marguerite questa è la sua città: la Yourcenar se lo immagina «confortevolmente imbacuccato in abiti di broccato» mentre si avvolge «intorno questa città come un cappotto di pietra […] quasi impermeabile al fluire del Tempo». L’eterna immobilità di Ravenna, città poco allegra: «Per queste strade fiancheggiate da case basse […], tra negozi che espongono le loro lusinghe fuori moda [Space (ora Nove) è li là da venire], ogni cosa emana il sentore di noia delle giornate troppo lunghe, dei doveri monotoni». Qui, e non potrebbe essere altrimenti, «l’Invidia è il più vezzeggiato dei sette vizi capitali».

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Joris-Karl Huysmans, foto di Paul Marsan detto Dornac

L’Invidia, sorella nobile del pettegolezzo. In mezzo a questa mediocritas generalizzata «le sole chiese – nascoste qua e là dietro le loro facciate di mattoni ruvidi, quasi sotterranee, accessibili solo attraverso corridoi lunghi e sinuosi – si aprono come spiragli di un mondo dell’anima». I monumenti che sprofondano nella terra, come ci raccontano le straordinarie incisioni del mausoleo di Teodorico che si infossa dignitosamente nel terreno subsidente – ormai riportato in superficie nel nuovo parco firmato Podrecca –, nascondono, per Marguerite, un’anima scintillante: e la contrapposizione corpo-anima è ben simbolizzata dall’opposizione materia bruta (mattone) e anima bella (lucentezza degli interni mosaicati). Solo qui dentro «Des Esseintes avrebbe potuto soddisfare quel desiderio disperato di fraternità nella solitudine, ultimo legame che ancora unisca alle persone coloro che, volontariamente o meno, si sono estraniati dal genere umano. Qui egli avrebbe potuto, attraverso i secoli, constatare l’esistenza di complici di sogno, di silenzio, di catalessi». Ravenna come lenimento alla solitudine?

II. Vertigine di Ravenna

Per la Yourcenar l’«iperbole e la parabola» dominano nella nostra città: non solo nelle curve – delle absidi delle chiese – «alle quali il peso delle pietre obbedisce», ma anche nelle «parabole del Cristo» e nell’«iperbole del linguaggio imperiale» che non è altro che «pomposa declamazione». Una vera e propria invettiva contro il potere è quella che lancia Marguerite: «Qui, imperatori hanno spaccato in quattro capelli di dogmi, hanno violentato verità, hanno trattato testi come città conquistate». Qui «una razza impaziente» non ha atteso le ricompense paradisiache, ma ha deciso di «mangiare quaggiù le promesse di Dio appena germogliate». Il giudizio finale non perdona: «divorato dalle ulcere, coperto di fosforescenti purulenze, l’Impero d’Occidente si rivoltola come Giobbe, ma su di un letamaio di gemme».
Poi la Yourcenar coglie un aspetto topico di Ravenna (evidentemente alla base del suo Dna, se ritorna così spesso nelle riflessioni dei viaggiatori): «Non c’è altra città dove si risenta maggiormente dello iato tra l’interno e l’esterno, tra la vita pubblica e la segreta vita solitaria». L’esterno povero e triste della vita di tutti i giorni: «Sulla piazza il sole riscalda le sedie di ferro davanti alla porta di un caffè; bambini sporchi, donne debordanti di maternità vociano sulle strade tristi». Ma in mezzo a «questa purezza di tenebre» accade che rilucano qua e là «fuochi limpidi come quelli di un’anima in cui lentamente si formino i cristalli della sventura». La riflessione un po’ labirintica di Marguerite illumina un altro volto nascosto della città: «Uno dei segreti di Ravenna sta in questo confinare dell’immobilità con la velocità suprema; essa conduce alla vertigine». Come si sa, il centro di un uragano è assolutamente quieto.

A sinistra: Lorenzo Bartolini, George Gordon Byron, 1822, marmo, cm 60 ca., Londra, National Portrait Gallery, Inv. 1367.
A destra: Lorenzo Bartolini, Teresa Guiccioli, 1821-1822, gesso, cm 70 ca., Prato, Museo Civico, Inv. NCTN 00225272, Inv. sculture 1284

III. Il Nadir di Ravenna

Svelato il primo assioma ravennate (la massima velocità coincide con l’immobilità), la Yourcenar teorizza anche il secondo postulato: «Il secondo segreto di Ravenna è quello dell’ascesa al profondo, l’enigma del Nadir» (il punto della sfera celeste che sta verticalmente sotto i piedi dell’osservatore, l’esatto opposto dello Zenit). Hugo von Hoffmansthal, il grande poeta della finis Austriæ aveva scritto nel 1922 in modo fulminante: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie». È quanto fanno, per Marguerite, i personaggi bidimensionali dei mosaici ravennati: «Letteralmente, i personaggi dei mosaici sono minati: hanno scavato in se stessi enormi caverne nelle quali raccolgono Dio. Affondati nelle viscere dell’estasi, partono alla ricerca di un sole di mezzanotte, ai mistici antipodi del giorno». La terza dimensione dei mosaici – la Yourcenar lo coglie magistralmente – non sta nello spazio esterno, ma in quello “interiore”: «Rinchiusi in un sogno, imprigionati sotto la campana da palombaro delle cupole, sfuggono alla frenesia del mondo nella serenità del baratro». Un abisso, un Maelström sono nascosti dentro l’apparente superficie piatta del mosaico. Un irrefrenabile cupio dissolvi sta dietro alle figure irrigidite nelle tessere: «Questi personaggi imbalsamati nei profumi si acconciano per essere sulla tomba prima del tempo». Qui Marguerite diviene veramente “interprete”: «Tutti commettono con delizia estrema quel peccato contro natura che è il rifiuto di essere al mondo. Il loro odio per la figura umana è tale che riescono a privare le immagini sacre di ogni peso, di ogni spessore, a volte di ogni forma: anticipano El Greco nell’arte di fiamme tremule». «Questi mistici erano convinti che la rinuncia fosse la sola via di salvezza, che occorre fuggire il mondo». «Tutti gli infelici – conclude la Yourcenar – daranno loro ragione».

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Sopra: Piero della Francesca, Storie della vera croce, scena con la Battaglia di Eraclio e Cosroe (particolare dell’uccisione di Cosroe), 1452-1466, affresco, Cappella maggiore della chiesa di San Francesco, Arezzo

IV. O Cesari o sognatori

Marguerite è entrata nelle nascoste profondità dei nostri mosaici: ne ha scoperto i vortici e gli abissi. Da qui la riflessione si allarga per dividere l’umanità in due categorie: «Per l’uomo che va oltre la realtà umana, vi sono solo due partiti da prendere. Possedere la vita come si possiede una donna, conquistarla come si fa con un mondo, domarla come se fosse una belva, divorarla come una preda, o sputare su questa putredine». Non ci sono altre strade. Delle due, l’una: o «la pura sensualità e la pura perversione, tra il realismo magico vittoriosamente assonante con il ritmo stesso delle cose» o «la rinuncia mistica, che respinge tutto questo per inventarsi un cielo». O Cesare o eremita: «Bisogna scegliere se essere Cesare a Roma o un sognatore nel deserto». “Rosso”? Qui il cerchio si chiude: ritorna il blasé Des Esseintes, accomunato ai suoi “fratelli” bizantini: entrambi hanno scelto «la china interiore», quella dei sognatori. Sia il protagonista di À Rebours che i personaggi raffigurati sulle pareti delle chiese ravennati, «ritti sull’orlo dell’abisso [ancora il Maelström!], incollati ai muri» non sono altro che dei «Cósroe [l’imperatore persiano sconfitto da Eraclio e costretto a cedergli la reliquia del legno della croce, immortalato da Piero ad Arezzo] che si sforzano di possedere, indiviso, il loro firmamento, la loro croce, il loro sole». Non sono forse che «pazzi», indifferenti «per tutto ciò che non è il loro delirio», del tutto incapaci «di creare». Però, in compenso, «posseggono anche il dono delle lacrime, il privilegio di ascoltare nelle loro cellette chissà quali concerti d’angeli». Nei loro «paradisi artificiali» «barano all’infinito con i frammenti di vetro colorato, e limatura d’oro». Chiusi nei loro «castelli di Baviera sulle rive del Bosforo» o nelle «Foreste Nere [qualcuno le dipingerà di bianco, come vedremo] dei pini di Ravenna».

A sinistra: Eugène Delacroix, La Grèce sur les ruines de Missolonghi, 1826, olio su tela, cm 209 × 147, Bordeaux, Musée des beaux-arts, Inv. Bx E 439

A destra: Thomas Phillips, Lord Byron in Albanian dress, cm 127 ×102, Atene, Ambasciata inglese


V. Le “borracce” di Teresa

Siamo arrivati alla fine del saggio di Marguerite Yourcenar. Chi si aggira, meditabondo, a cavallo nella Pineta-Foresta Nera di Ravenna: l’eroe romantico per eccellenza e un po’ concittadino onorario, Lord Byron (oggi gli avremmo dato le chiavi della città; quelle di palazzo Guiccioli le aveva già). Subito un de profundis di Marguerite: «Poiché è vivo, è stanco di Ravenna». Nemmeno un validissimo motivo lo lega più alla nostra città: «I grandi seni della Guiccioli per lui non sono ormai altro che borracce vuote». Si è ormai dissetato… E i mosaici, da parte loro, riescono solo a destare un superficiale interesse per il «pittoresco». I poeti sognano le battaglie e i condottieri di scrivere versi (forse per questo il mondo non va tanto bene?). Per cui il «sublime Lord» si è ormai stufato di vagare nel profondo di se stesso, tra gli «affreschi squamati delle fantasticherie, e le iscrizioni quasi cancellate dai ricordi». Il “sonnifero” ravennate lo ha solo momentaneamente addormentato. «Byron vuole di più: vuole farsi Dio». Come un nuovo Cristo-Dioniso «aspira a morire, dunque a vivere. Una volta di più – riflette la Yourcenar – il vecchio mito dell’Uomo-Dio sacrificato nasce nelle profondità di un sangue pronto a spandersi». Un Byron che si sacrifica per il bene dell’umanità, dopo aver fatto dedicare a se stesso gli altri (altre, soprattutto). Le ceneri di Shelley, lui presente, sono ancora calde a Lerici sull’altra riva della penisola. Byron, uscito dalla “selva oscura”, cavalca ora sulla spiaggia di Ravenna, e «il galoppo del pallido cavallo si fa ancora più dolce che sul muschio dei boschi». «Le onde inarcano il dorso, pronte ad essere inforcate» come cavalli. Allora Byron «volge le spalle all’acquitrino dell’anima [Ravenna!] e guarda verso Missolungi», che gli sarà fatale.
Avrà rimpianto, là, le generose “borracce”?

NOTE:
1.    In En pèlerin et en étranger: Essais, Paris, Éditions Gallimard, 1989, trad. it. di Elena Giovanelli, Pellegrina e straniera, Torino, Einaudi, 1990, pp. 93-99. Tutte le successive citazioni sono tratte da questo testo. Ravenne ou le péché mortel apparve originariamente sulla rivista «Balzac» del 15 giugno 1935, pp. 1 e 3.