Siccità: il potabilizzatore della Standiana potrebbe non ricevere più acqua

La società Romagna Acque fa il punto sulle esigenze del territorio e la zona ravennate è quella con prospettive più critiche perché il nuovo impianto è alimentato dal Po tramite il Cer ma potrebbe interrompersi il prelievo nel Ferrarese

CERIl Ravennate è il territorio della Romagna con le prospettive più critiche per via della siccità. Lo rende noto Romagna Acque, la società pubblica che gestisce le fonti.

L’azienda ha fatto il punto sulle zone di sua competenza dopo che la Regione Emilia-Romagna il 21 giugno ha decretato lo stato di crisi regionale per la siccità prolungata, indicando come imminente da parte del presidente Stefano Bonaccini la richiesta dello stato di emergenza nazionale.

«Buona parte della risorsa utilizzata durante l’estate nel territorio ravennate – si legge nella nota – proviene dai due potabilizzatori situati nei pressi della città, il NIP1 delle Bassette e il recente NIP2 della Standiana. Quest’ultimo, in particolare, riceve acqua dal Po tramite il Canale emiliano-romagnolo (Cer) il cui utilizzo primario riguarda però l’agricoltura».

Proprio la situazione siccitosa del Po, ben evidenziata dalla cabina di regia regionale, rischia di portare, nei prossimi giorni, ad una sostanziale chiusura dell’impianto ferrarese del Palantone, che fornisce l’acqua dal Po al Cer: in quel caso, anche l’impianto della Standiana non riceverebbe più acqua. «In considerazione della probabile emanazione dello stato di emergenza idrica regionale, si confida che si possa continuare a prelevare in sicurezza la risorsa necessaria dal Cer per alimentare i due principali impianti di potabilizzazione dell’area ravennate; in caso contrario, sarà necessario riequilibrare diversamente le fonti di approvvigionamento del territorio ravennate».

Il grande serbatoio dela Romagna è la diga di Ridracoli, sull’appennino forlivese nei pressi di Santa Sofia. «Al 20 giugno si registrava un livello di 28,2 milioni metri cubi d’acqua su un massimo possibile di 33 milioni. Un livello inferiore rispetto allo stesso giorno del 2022 quando era di 30,4 milioni, ma molto maggiore rispetto ai più recenti anni critici: nel 2017 era di 25,1 milioni e nel 2007 addirittura di 21,9 milioni». La soglia minima di prelievo (prevista attorno ai 5 milioni) è dunque ancora molto lontana, e lascia abbastanza tranquilli anche rispetto alle richieste idropotabili della riviera durante l’estate, che mediamente incidono per circa 15-18 milioni nel periodo compreso fra giugno e settembre.

Il resto della Romagna

A dare ulteriore apporto alla parte riminese della costa c’è anche la diga del Conca, che oggi è quasi al colmo (un milione e 208mila metri cubi su un totale di un milione e 303mila): l’impianto di prelievo e potabilizzazione sta per entrare in produzione per contribuire a soddisfare le richieste estive. Come noto, la risorsa idropotabile per il territorio riminese proviene in parte dalle fonti locali, ubicate sul territorio stesso, ed in parte dalla struttura dell’Acquedotto della Romagna (la rete che distribuisce l’acqua proveniente ds Ridracoli), con una proporzione variabile in funzione della disponibilità di acque superficiali veicolate dall’Adr e che in media annualmente si aggira sul 60 percento di fonti locali e 40 di Adr.

Nel forlivese al momento non si registrano particolari problematiche sul fronte della produzione degli impianti non interconnessi con l’acquedotto della Romagna: solo presso gli acquedotti di Lombardesca (Bagno di Romagna) e Vallicella (SantaSofia) è stato necessario il reintegro con autobotti a causa di anomali consumi nella rete. Rimane comunque sempre alta l’attenzione per gli impianti di produzione a servizio degli abitati di Modigliana e Tredozio, di Balza e di Monteguidi e Montegranelli (nel comune di bagno di Romagna).

«Questa ennesima estate siccitosa – sottolinea il presidente di Romagna Acque, Tonino Bernabè – ci conferma da un lato la validità della scelta strategica fatta alcuni anni fa, quando decidemmo di realizzare il nuovo impianto della Standiana e di favorire una ulteriore integrazione fra le diverse fonti idropotabili, anche al fine di ridurre progressivamente il consumo da falda. Dall’altro lato, ci pare che l’ipotesi di aumentare la captazione di 15-20 milioni di metri cubi annui grazie a un nuovo invaso in Appennino che possa contenere questi volumi, con appositi studi già più volte presentati e discussi anche in ambito regionale, sia sempre più contingente e corroborata dagli eventi atmosferici in questa situazione ormai condizionata da evidenti cambiamenti climatici. La scelta di realizzare nuovi invasi potrebbe essere la soluzione più idonea e urgente per fare fronte ai fabbisogni, tenuto anche conto di come stanno cambiando i regimi idrologici dei nostri territori, con poche piogge e sempre più concentrate in periodi limitati. E la logica della differenziazione e dell’integrazione delle fonti rimane la risposta più adatta, anche per il futuro».

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