Processo Cagnoni, i 20 indizi dell’accusa che vuole l’ergastolo. Parola alla difesa

Dopo la requisitoria di otto ore del pm D’Aniello, in corte d’assise è il giorno dell’arringa degli avvocati Trombini e Dalaiti: la missione è convincere almeno cinque giudici su otto che il dermatologo non è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio ma quelle impronte in cantina pesano come macigni

Matteo Cagnoni in aula

Matteo Cagnoni in aula, al suo fianco l’avvocato Giovanni Trombini

Dice che le sue grandi passioni sono il backgammon e il teatro. Potrebbero tornare utili entrambe all’avvocato Giovanni Trombini oggi, 18 giugno, per la sua arringa in corte d’assise a Ravenna. Servirà strategia per smontare il castello accusatorio che il pm Cristina D’Aniello nella requisitoria ha costruito attorno al suo cliente, Matteo Cagnoni, e gioverà una buona presenza scenica per riconquistare anche la pancia dell’aula dopo le conclusioni da pelle d’oca dell’avvocato di parte civile Giovanni Scudellari che ha fatto commuovere giudici e pubblico. Si celebra oggi la 28esima e penultima udienza del processo (109 testimoni in tutto) cominciato nove mesi fa per l’omicidio di Giulia Ballestri, trovata morta il 19 settembre 2016 nella villa disabitata di via Padre Genocchi di proprietà della famiglia Cagnoni. Unico imputato, alla sbarra con l’accusa di omicidio volontario aggravato da crudeltà e premeditazione, il 53enne marito dermatologo. Che dall’udienza del 14 giugno – anche se non in aula come in quella di due giorni prima – sa ufficialmente quello che era ampiamente previsto da tempo: la procura ha chiesto l’ergastolo con isolamento diurno per un anno. Il 22 giugno eventuali repliche e camera di consiglio.

Ravenna 10/10/2017. FEMMINICIDIO GIULIA BALLESTRI. Iniziato Il Processo Che Vede Imputato Matteo Cagnoni Accusato Dell’ Omicidio Della Moflie Giuglia Ballestri.

L’avvocato Giovanni Trombini, difensore di Matteo Cagnoni

La missione odierna di Trombini – affiancato nel collegio difensivo dall’avvocato Francesco Dalaiti – sarà quella di provare prima a smantellare le aggravanti perché qualora non ne venisse riconosciuta almeno una vorrebbe dire evitare il fine pena mai. E in seconda battuta il tentativo di instillare nelle otto menti della corte (sei popolari e due due togati, presidente Corrado Schiaretti, a latere Andrea Galanti) il tarlo di una domanda: si può dire che sia stato lui oltre ogni ragionevole dubbio? Basterà convincere cinque degli otto per una sentenza di assoluzione che se fossimo nel mondo anglosassone avrebbe quote altissime tra i bookmakers, vista la mole ingente di indizi a carico dell’imputato.

È ipotizzabile che l’arringa dei legali – si attendono diverse ore di discussione – vada a fare leva sugli aspetti sollevati nelle audizioni dei consulenti tecnici di parte, ascoltati negli ultimi due mesi. Sono state le loro testimonianze infatti quelle che, comprensibilmente, hanno provato a mettere sul tavolo letture alternative degli indizi raccolti durante le indagini sia dall’accusa che dalla difesa.  Mentre pm e parti civili parlavano, i legali di Cagnoni hanno ascoltato senza scomporsi mai prendendo qualche appunto e confabulando fra loro.

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Il pm ha speso otto ore, spalmate su due udienze, per tirare le somme di quanto emerso in aula nella fase dibattimentale. Il sostituto procuratore D’Aniello, affiancata dal sostituto commissario Stefano Bandini della squadra mobile, non ha voluto lasciare fuori nulla dalla sua requisitoria. Con la stessa calma e lucidità con cui ha condotto tutti gli interrogatori, e in questo caso avvalendosi del supporto di schemi riassuntivi proiettati sul maxi schermo, la titolare del fascicolo d’indagine ha seguito un percorso con l’intento di mostrare alla corte che le versioni dei fatti forniti da Cagnoni durante il processo per dribblare più di una circostanza a suo carico sarebbero in palese contraddizione con quanto detto o fatto prima del processo quando gli elementi in mano all’accusa non erano ancora noti alle parti.

Al centro il giudice SchiarettiPresi per mano figurativamente da D’Aniello, come lei stessa ha detto, i giudici hanno rivissuto i fatti di quasi due anni fa, partendo dalla denuncia di scomparsa presentata da fratello e amante in questura. Il pm ha speso la prima giornata disegnando cerchi sempre più stretti attorno all’imputato fino a stringere la morsa nelle ultime due ore quando si è arrivati ad affrontare il movente, gli elementi a sostegno delle aggravanti e la conseguente richiesta pena conclusiva. Nella parte finale hanno trovato spazio parole non solo accusatorie nei confronti del medico ma anche per difendere la memoria della vittima, dal punto di vista dell’immagine ancora prima di una eventuale sentenza. «In questo processo abbiamo avuto un testimone particolarmente qualificato: è stato Giulia Ballestri che ha parlato attraverso familiari e amici in aula ma anche attraverso la lettura dei messaggi di chat scambiati con il nuovo compagno e gli amici fino a poche ore prima di morire». Il pm ne cita alcuni che considera «la cronaca di una morte annunciata». Parte da quelli in cui Giulia del marito dice che è debole e che le fa tenerezza: «Qui purtroppo – dice D’Aniello – emerge l’errore già visto in tanti altri casi come questo, la donna che sottovaluta la forza omicidiaria dell’uomo». Il 19 agosto scrive all’amante Stefano Bezzi: “Spero che non mi distrugga”. Il 13 settembre, tre giorni prima del delitto, ancora a Bezzi: “Ieri ho sbattuto un pugno sul tavolo e gli ho detto di lasciarmi in pace”. «Quel giorno Giulia firma la sua condanna a morte», dice il pm.

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Le prove sul banco del pm

Ma non chiamatelo delitto passionale: «Non userò mai questa espressione. Qui non c’è passione, non c’è amore, c’è la malvagità di una persona manipolatrice che a un certo punto ha capito che Giulia voleva stare sola e ha detto qui decido io e tu non puoi decidere. È un omicidio completamente ascrivibile a Cagnoni che ha scelto quella casa proprio per inscenare la sua rappresentazione omicidiaria: in quella casa Giulia è stata ridotta a quello che lui voleva, un corpo nelle sue mani, una bambola spezzata che ha denudato e poi ucciso. Il movente di questo delitto sta nel diritto di vita e di morte che aveva il pater familias secondo il diritto romano su moglie e figli considerati schiavi». E a proposito di manipolazione, l’accusa legge tra le righe delle dichiarazioni rese da Cagnoni in aula una sorta di confessione involontaria: «Per difendersi da chi criticava il suo atteggiamento verso la moglie l’abbiamo sentito tutti dire che non la manipolava per ché se l’avesse manipolata ora Giulia sarebbe ancora viva con lui. Ma come può dire che se Giulia fosse rimasta con lui non sarebbe stata uccisa da un terzo, un ladro albanese trovato in quella casa? Può dirlo perché sa di essere stato lui perché Giulia voleva alzare la testa».

Ma quali sono tutti gli indizi messi in fila dall’accusa? Ecco i venti principali emersi in aula:

  • Perché nel weekend del 17-18 settembre a Ravenna non si trova Giulia e il marito resta a Firenze senza tornare neanche quando gli dicono che i vigili del fuoco stanno per sfondare la porta di casa?
  • Perché la domenica mattina alla suocera che lo chiama al telefono preoccupata per l’assenza di Giulia, Cagnoni dice di essere arrivato a Firenze il giorno prima (invece era lì dal venerdì) e non le dice che con la moglie è andato venerdì nella villa di via Genocchi?
  • Perché la domenica pomeriggio Cagnoni va con il padre a Bologna nello studio dell’avvocato Trombini che è un penalista e dice di essere andato là per un consulto su una eventuale denuncia contro la coniuge per abbandono del tetto coniugale?
  • Perché la villa dove è stata uccisa Giulia viene trovata con la porta chiusa a chiave e l’allarme inserito?
  • Perché se davvero è stato un estraneo che è uscito dalla porta in terrazza non si trovano tracce di sangue e impronte dal ballatoio a salire fino al terrazzo?
  • Perché prima di sapere ufficialmente dalla polizia che è stato trovato il cadavere di Giulia, Cagnoni disdice gli appuntamenti con un’amica e con la segretaria parlando di grosso guaio e tragedia?
  • Perché venerdì mentre va a Firenze, Cagnoni cancella rinvia una cena con amici dicendo che i suoi genitori stanno venendo a Ravenna?
  • Perché la madre di Cagnoni dopo aver saputo che è stato trovato un cadavere nella casa di Ravenna ma di cui non si conosce ancora l’identità, alla polizia di Firenze dirà che la madre dei tre nipotini è stata ammazzata da tre giorni in una casa a Ravenna da un ladro albanese?
  • Perché quando arriva la polizia a Firenze a casa dei genitori di Cagnoni, senza sapere ancora che Giulia è morta, lui scappa dalla finestra e resta lontano 4 ore sostenendo che ha avuto un attacco di panico che abitualmente passa in pochi minuti?
  • Perché ogni venerdì Cagnoni ha ambulatorio a Bologna ma per quel venerdì 16 disdice per non meglio precisati motivi familiari chiamando solo due giorni prima e senza dirlo alla moglie?
  • Perché chiede a Giulia di accompagnarlo a fare foto a quadri nella villa di via Genocchi per una mostra quando quelle foto le ha già fatte una settimana prima lui stesso e le ha già inviate al mercante d’arte?
  • Perché un assassino estraneo alla vita di Giulia e senza collegamenti con la casa del delitto, si prende la precauzione di nascondere il corpo in cantina e poi ripulire la casa portando via i vestiti di Giulia?
  • Perché la cantina è buia e nell’auto di Cagnoni c’è una torcia sporca di sangue con tracce di imbrattamento?
  • Perché il giorno 15 settembre mentre il resto della famiglia è alla festa di compleanno del figlio si vede il Chrysler Voyager di Cagnoni che resta sette minuti davanti alla villa dove il giorno dopo morirà Giulia?
  • Perché nella stessa vettura manca il tappetino al lato guida?
  • Perché il 16 settembre l’unico che vede Giulia viva è Cagnoni nonostante lui dica di averla incontrata sotto casa in via Bruno?
  • Perché quando esce di casa in via Bruno dove è andato a fare una doccia e prendere i bagagli per andare a Firenze, lascia detto alla colf che in caso di bisogno dovrà chiamare lui nonostante lui non abbia mai avuto rapporti con la donna al punto da non avere nemmeno il suo cellulare?
  • Perché in nessuna delle telefonate intercettate tra i familiari dell’imputato si sente qualcuno che parla dell’innocenza di Cagnoni?
  • Perché la madre al telefono con una amica dice “diciamo che l’ha fatto grossa ma ha avuto un trauma talmente grosso per la distruzione della sua famiglia che non ci ha visto più. L’hanno pagata tutti e due”.
  • E infine: perché nella cantina della «mattanza», come la definisce il pm, ci sono le impronte delle mani di Cagnoni sul sangue di Giulia?
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