Migliaia in fila per scoprire le meraviglie segrete della Classense (di notte)

La prima apertura serale con visite guidate del complesso di via Baccarini ha fatto il tutto esaurito. E il direttore assicura: «Ci saranno altre aperture, non ci aspettavamo un simile afflusso»

Un successo straordinario e non previsto nei numeri, che forse può dire qualcosa sulla fame di cultura in città. Accade infatti che in una afosa serata di luglio la prima apertura serale della biblioteca Classense di Ravenna con visite guidate nelle sale normalmente non accessibili faccia una sorta di overbooking e il direttore Maurizio Tarantino lo si trovi alle dieci di sera a scusarsi personalmente con chi, ormai è chiaro, non potrà entrare.

L’evento è in effetti straordinario: la possibilità gratuita di un tour guidato di un’ora condotto da persone molto preparate e appassionate (sicuramente lo era Benedetto Gugliotta che abbiamo avuto la fortuna di seguire) nei meandri di quell’ex monastero camaldolese che da tempo è motivo di orgoglio per Ravenna ben oltre le mura cittadine. Gruppi di una ventina di persone alla volta che, ogni dieci minuti, entrano e fanno un tour tra sale normalmente accessibili ma, soprattutto, nei luoghi in cui normalmente non si entra. Un viaggio che ha a che fare con la storia della città stessa, con la storia della conservazione libraria, con la Storia in senso lato. Dalla sala da poco restaurata e riaperta al pubblico del Refettorio (dove ci fanno notare anche che nell’ultimo restauro del dipinto delle Nozze di Cana è riapparso un gatto, forse progenitore di quelli che oggi vivono nel complesso?), al chiostro maggiore, dal “corridoio dei novizi” fino alla presunta stanza da letto dell’abate. Corridoi di libri, incertezze sulla destinazione effettiva di alcuni ambienti prima dell’arrivo dei “Francesi”, nel 1800, che hanno deciso di far confluire qui i beni librari anche degli altri monasteri determinandone il destino del luogo per i secoli a venire, fino a oggi.

I fondi dati in donazione, Farini e Rava, le sale del Morigia a cui si accede da una stretta scala a chiocciola che parte dall’aula magna e porta fino al busto di Teresa Gamba Guiccioli. Le iscrizioni, gli affreschi, gli intarsi, le opere d’arte, le curiosità e l’ambizione generosa di chi ha fatto nascere il primo nucleo di quella bilblioteca, anzi “libreria”, ai primi del Settecento, il cremonese Canneti, che la volle da subito come un posto aperto, al servizio della città e non solo dei monaci, l’unico luogo in cui, in quel monastero, non si è invitati al silenzio, quasi un paradosso a pensarci oggi. Certo, non si può che essere grati ancora oggi per quel dono che in questa apertura serale svela almeno un po’ della sua unicità, suscitando innanzitutto la voglia di tornare in quella dimensione tra il materiale che appare allo sguardo e l’immateriale “divina sapienza” racchiusa nelle migliaia di volumi accanto a cui si passa, sapendo che da qualche parte ci sono tesori come il Canzoniere del Petrarca con un disegno di Botticelli o l’Aristofane su cui ha studiato Canfora. E così, la promessa di nuove aperture, con visite magari tematiche, è il miglior commiato prima di uscire, mentre i gruppi continuano ad affluire e la fila fuori è ancora lunghissima e i bibliotecari si fanno in quattro per far funzionare tutto al meglio. Ed è qui, in via Baccarini, che il direttore di fresca nomina sembra più preoccupato per chi in fila, tra persone di ogni età, si è lamentato dei tempi di attesa e di chi proprio non è riuscito a entrare che soddisfatto per l’enorme successo di un’iniziativa apparentemente semplice, ma che non aveva precedenti. «Ci aspettavamo qualche centinaio di persone, ne saranno arrivate duemila. Ci dispiace per i disagi – ripete Tarantino – ci saranno altre aperture a breve, studieremo un sistema di prenotazioni, non eravamo pronti a un simile afflusso di persone». La città, invece, non sembrava aspettare altro che la propria biblioteca aprisse le porte, per essere forse percepita un po’ meno torre di avorio e un po’ più bene comune.

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