Roberto Magnani, Il “cattivo” che ama il rap, scampato all’abisso

Intervista all’attore delle Albe che il 24 gennaio presenta a Faenza il suo omaggio a Moby Dick, Siamo tutti cannibali

Siamo Tutti Cannibali 1 Marco Parollo

Roberto Magnani in “Siamo tutti cannibali” (foto Marco Parollo)

Classe 1980, Roberto Magnani si può definire uno degli attori storici del Teatro delle Albe di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, a cui si avvicina comunque giovanissimo, partecipando prima alla non-scuola per poi essere scelto, nel 1998, per interpretare uno dei dodici palotini de I Polacchi.
Lo spettacolo raccoglie un clamoroso successo internazionale e i palotini ricevono la nomination come “migliori attori under 30” per il Premio Ubu 1999. Nel 2000 è inoltre in scena sia ne L’isola di Alcina che nel Baldus, interpretazione, quest’ultima, per la quale vince il prestigioso Premio Lo Straniero 2001. Nel 2009 debutta con Odiséa, “lettura selvatica” di Tonino Guerra, in cui per la prima volta si cimenta da solo in un lavoro-esercizio per affinare l’uso del dialetto romagnolo come lingua di scena. Da lì, il percorso in “solitaria” si affianca con costanza a quello con le Albe, fino all’ultimo Siamo tutti cannibali, in scena martedì 24 gennaio alle 21 alla Casa del Teatro di Faenza.

Per l’occasione, pubblichiamo qui di seguito uno stralcio dell’intervista di Alessandro Fogli uscita sull’edizione 2022/2023 di “Palcoscenico”, l’annuario dei teatri della provincia edito da Reclam.

Roberto, il tuo Siamo tutti cannibali. Sinfonia per l’abisso, da Moby Dick, a mio avviso rappresenta una svolta nella tua carriera “solista”. Quali sono le tue sensazioni al riguardo?
«Lo spettacolo sta in effetti andando molto bene, è cresciuto e cambiato rispetto al debutto di Forlì del 2021. Sicuramente per me è uno snodo significativo, che ha coinciso con un momento della compagnia in cui ci siamo detti che sì, le Albe ci sono, ma al loro interno può esistere tutta una serie di progetti autonomi e indipendenti. Ora posso dire che questo è un lavoro di Roberto Magnani prodotto dal Teatro delle Albe e Ravenna Teatro, con una mia precisa poetica. Poi, per forza di cose, attinge da tutto quello che sono state le Albe nei vent’anni precedenti. Dopo l’”esercizio” rappresentato da Odiséa, il percorso composto da E’ bal, Macbetto e Siamo tutti cannibali ha portato forse come dici tu a una sorta di compiutezza formale nel mio lavoro. Quello che voglio dire in scena è ora più chiaro e credo di averlo reso tale attraverso il linguaggio teatrale».

In tutti i tuoi lavori l’elemento musicale è fondamentale, come nasce questa fascinazione?
«Sicuramente questi vent’anni di bottega con Marco e Ermanna sono stati fondanti e hanno formato il mio modo di concepire la creazione, ma poi ho trovato anche rispecchiamenti in altri autori, altri maestri, da Carmelo Bene a Mejerchol’d. Io intendo il teatro come una questione in cui tutto è musica: il movimento, la gestualità, la partitura delle luci, lo scegliere un oggetto di scena invece di un altro. Tutto è una questione musicale, e quando inizio a costruire uno spettacolo è sempre successo che, prima ancora delle immagini, avessi in testa un suono, una certa nota, un certo indirizzo vocale, ed è questa visione acustica che mi conduce alle immagini».

C’è un fil rouge che lega i tuoi ruoli nel Teatro delle Albe?
«Dipende da spettacolo a spettacolo, però mi piace pensare che un po’ la parte del cattivo mi si addice, basti pensare a spettacoli come Leben, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi o Va pensiero. Con Marco ci gioco spesso, se c’è un cattivo chiedo di farlo io. Sono attratto da queste figure».

In carriera hai mai avuto momenti di sconforto totale?
«Eeeeeh, tantissimi! Durante il secondo lockdown ho avuto un momento, serio, in cui ho pensato di smetterla col teatro e andare a lavorare come autista, come corriere. Mi piace guidare, stavo per acquistare un furgone. Mi ero rintanato in campagna, mi sentivo estremamente isolato anche all’interno della compagnia, per questioni personali varie. Più volte ho pensato di uscire, di smettere. Siamo Tutti cannibali nasce da una crisi furiosa. Il sottotitolo Sinfonia per l’abisso non è affatto casuale, quando mi sono ritrovato a comporre lo spettacolo ero veramente sottoterra e ho avuto un periodo nerissimo della vita che ha lasciato cicatrici tuttora presenti. Ora però non sto male come allora e infatti il mio modo di prepararmi per andare in scena con questo spettacolo è cambiato, alcune parole al debutto suonavano in maniera molto diversa. È uno strano gioco, ora, tornare mentalmente a quel periodo per poter essere in grado di dire certe cose».

Le tue passioni più grandi al di fuori del teatro?
«Il tifo per l’Inter è sempre stata una passione enorme, ma ultimamente sono tantissimo dentro all’ascolto del rap italiano, soprattutto quello attuale (sebbene un genio come Kendrick Lamar sia imprescindibile). Credo proprio che il rap abbia raggiunto negli anni una grande maturità. Alcuni rapper italiani, anche quelli più mainstream, da Marracash a Fabri Fibra, da Gué Pequeno a Salmo a Noyz Narcos, che tra l’altro hanno tutti più o meno la mia età, raccontano un sacco di cose che sento vicinissime e in una forma che mi piace molto. Un altro autore che negli ultimi anni mi ha molto attratto è Massimo Pericolo. Quando uscì 7 miliardi per me fu una bomba clamorosa: mi son detto “ah ecco perché i ragazzi non vengono a teatro”. C’è un’idea di devastazione sociale, morale, di disperazione gridata in un modo estremamente potente, il teatro secondo me fa fatica a stare a quel livello lì. Ma è quello a cui voglio tendere».

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