Porto, il progetto per gli escavi passa dall’accordo con Sapir: non sarà espropriata

I fanghi andranno su 150 ettari di terreni da urbanizzare con piattaforme logistiche, una parte di questi appartengono al terminalista pubblico che accoglierà sulle sue aree 500mila mc impegnandosi a fare una piattaforma. Fondali da 12,5 metri nel 2025.

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Il sindaco Michele de Pascale e il presidente dell’Autorità portuale Daniele Rossi con i ventotto faldoni del progetto definitivo per gli escavi

Il destino del porto di Ravenna per i prossimi decenni sta in ventotto faldoni che uno sopra l’altro fanno una pila alta più o meno tre metri: sono le diverse migliaia di pagine della stesura definitiva del progetto denominato “Hub portuale”, già noto come Progettone, che consiste in buona sostanza nell’aumento della profondità dei fondali. È l’esito di un lavoro di pianificazione che negli uffici dell’Autorità portuale va avanti da anni. E su cui si è consumato uno scontro tra istituzioni culminato con il mancato rinnovo della presidenza a Galliano Di Marco nel 2016 al termine del primo mandato.

È stato il suo successore, Daniele Rossi, a illustrare i dettagli del piano nel corso di una presentazione pubblica nel pomeriggio del 15 settembre. Al suo fianco al tavolo dei relatori il sindaco Michele de Pascale, il presidente della Regione Stefano Bonaccini e l’assessore regionale Raffaele Donini. In buona sostanza si prevede l’escavo dei fondali per avere una profondità di 10 metri al terminal crociere di Porto Corsini, 12,5 nel canale dall’imboccatura alla darsena San Vitale e 13,5 tra le dighe e oltre fino a 5 km al largo; l’adeguamento di 6,5 km di banchine esistenti e la realizzazione di un chilometro di nuova banchina alla penisola Trattaroli per l’eventuale futuro terminal container. Il dragaggio è stato pensato con una sequenza di lavori che non vada a minare la libera concorrenza fra gli operatori portuali: il nuovo fondale a 12,5 sarà reso a disposizione di tutti nello stesso momento. Costo complessivo 235 milioni di euro, così coperti: 120 dal finanziamento della Banca europea degli investimenti (Bei), 60 dal Comitato interministeriale (Cipe) e 55 dalle casse di Ap.
La volontà dichiarata è di rimettere in moto le draghe appena raggiunti i 12,5 metri per scendere di altri due ma al momento, come è comprensibile, questa seconda fase rientra più nel novero dei desiderata che delle realistiche possibilità.

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Il 18 settembre i faldoni sono stati depositati a Roma nella sede del ministero delle Infrastrutture e Trasporti dando ufficialmente via all’iter che, secondo quanto viene stimato oggi negli uffici dell’Autorità portuale, dovrebbe portare all’inizio dei lavori nei primi mesi del 2019 e al loro completamento dopo sei anni. Che potrebbero ridursi a quattro se in corso d’opera dovessero emergere alcune condizioni favorevoli legate a variabili al momento non preventivabili e quindi ipotizzate con il peggior scenario possibile. In particolare i tempi si potrebbero sveltire se le analisi sul materiale dragato dovessero dare risultati di qualità tale da consentendo il conferimento in cava e se sarà possibile recuperare casse di colmata oggi non disponibili. Ma va anche ricordato che incombe la tornata elettorale del 2018 come grande incognita che potrebbe rallentare il percorso.

La filosofia a monte della progettazione, ha spiegato da tempo Rossi, è quella di un sano pragmatismo: si scava in base al volume di fanghi per cui è possibile trovare una collocazione. Il totale sarà 4,7 milioni di metri cubi. In base alla zona del Candiano da cui verranno dragati sarà diversa la composizione dei materiali. I campionamenti già fatti finora dicono che si potranno riversare sul fondo del mare al largo non più di 1,35 milioni di mc. Il resto (3,35) dovrà essere gestito a terra. E qui è sempre stato il grande punto interrogativo su cui negli ultimi anni si è consumato lo scontro tra diverse vedute.

La soluzione ora scelta in via definitiva da via Antico Squero, in sintonia con Palazzo Merlato, prevede che con 2,3 milioni di mc di sedimenti dragati dai fondali si vada ad alzare il livello del terreno di tre aree che si estendono per circa 150 ettari in totale per formare il sottofondo su cui realizzare piattaforme logistiche da urbanizzare con strade e capannoni dedicati all’attività portuale. E 1,1 milioni di mc potranno essere conferiti in cava.

Le tre aree da riempire sono quelle i cui nomi, identificati dalle sigle delle mappe catastali, riecheggiano da tempo nelle stanze in cui si è parlato di escavi negli ultimi anni: Logistica 1, Logistica 2 e S3. Le prime due sono tra il Candiano e Porto Fuori, l’ultima è nelle Bassette (vedi mappa nella pagina accanto).
L2 e S3 sono attualmente suddivise fra alcune decine di proprietari, privati e aziende: Rossi si augura di raggiungere un accordo in via bonaria con tutti per l’acquisizinoe degli spazi secondo le stime di una perizia già fatta, in caso contrario si procederà con gli espropri. Per il momento dei 235 milioni totali per il progetto quelli calcolati per l’acquisizione dei lotti sono 22,4.

L1 è di proprietà di Sapir e tale resterà: un accordo con il terminalista controllato dal pubblico consentirà il deposito di 500mila mc a titolo gratuito con l’impegno da parte di Sapir a presentare un progetto di urbanizzazione per farne una piattaforma. Nelle ipotesi circolate durante la precedente presidenza invece era previsto che anche quest’area venisse acquisita da Ap. Proprio questa, insieme alla scelta di non ricorrere alle aree Logistica 3 e Logistica 4 dove ha terreni la Cmc, è la distinzione più netta tra il progetto nell’era Rossi e quelli dell’era Di Marco.

 

 

 

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