Escavo fondali, per salvare il progetto serve il sì definitivo prima delle elezioni

Il comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) del futuro Governo potrebbe anche decidere di cancellare i 60 milioni per ora stanziati. In quel caso non sarebbero più certi nemmeno i 120 milioni del mutuo bancario. Ancisi (Lpr) sostiene che manchi la valutazione di impatto ambientale, i legali di Ap dicono che si può procedere così

RAVENNA 04/05/2017. FOTO AEREE SAPIR

Una veduta aerea della darsena San Vitale del canale Candiano (foto Sapir)

Il destino del porto di Ravenna si deciderà entro 45 giorni. Il maxi progetto da 235 milioni di euro di denaro pubblico, per avere fondali da 12,5 metri e cementificare 130 ettari di campagna per farne piattaforme logistiche, necessita ancora dell’ultimo definitivo e fondamentale sì da parte del comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe): al momento non sono in agenda riunioni ma la convinzione degli addetti ai lavori è che ce ne sarà una prima delle elezioni politiche. Scavalcare quella scadenza (4 marzo) senza aver avuto l’ok vorrebbe dire finire in un territorio di incognite che potrebbero addirittura minare la realizzabilità del progetto.

L’organo collegiale è infatti composto dai principali ministri del Governo e detta l’agenda in materia di politica economica: impossibile stabilire oggi quando sarà varato il nuovo esecutivo, quando tornerà a riunirsi il Cipe e soprattutto se rimarrà la convinzione di considerare l’hub portuale di Ravenna come un progetto strategico di rilevanza nazionale come è ritenuto oggi al punto da aver impegnato 60 milioni di euro. L’eventuale cancellazione di questo finanziamento statale a fondo perduto potrebbe avere ripercussioni a cascata: i 60 milioni infatti rappresentano una sorta di garanzia con cui l’Autorità portuale ha potuto stringere un accordo con la Banca europea degli investimenti (Bei) per un prestito di 120 milioni di euro. E dall’Unione Europea è stato assegnato un contributo di 40 milioni. Insomma: o si riunisce il Cipe prima delle elezioni e Ravenna è all’ordine del giorno oppure il futuro dello scalo sarà da riscrivere.

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2120 Navi Al PortoFino a pochi giorni fa si ipotizzava una possibile riunione del comitato per fine gennaio mentre ultimi rumors da Roma parlano di inizio febbraio. Ma l’eventuale calendarizzazione di una riunione non è l’unica condizione di cui abbisogna il progettone. Se effettivamente ci sarà la seduta sarà necessario che sul tavolo del comitato arrivino le carte dell’hub con tutti i timbri autorizzativi necessari e al momento non è ancora così. È una corsa contro il tempo quella che stanno facendo gli uffici di via Antico Squero per esaudire tutte le richieste che quasi quotidianamente arrivano dal ministero dell’Ambiente che sta vagliando le carte. Una settimana fa c’era ottimismo nei corridoi di Ap pensando che il completamento delle scartoffie fosse vicino in modo da potersi concentrare sull’attività di lobby istituzionale per avere il Cipe. E invece si è appreso che ancora servono altri passaggi burocratici.

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Un rimorchiatore al porto San Vitale

C’è però qualcuno che da tempo va ripetendo, in tempi recenti lo ha fatto anche nelle sedi istituzionali, che questo progetto così come è stato consegnato a Roma non si può approvare perché manca di un documento imprescindibile e ormai impossibile da ottenere con la ristrettezza dei tempi a disposizione. Lo scenario è dipinto da Alvaro Ancisi, consigliere comunale di Lista per Ravenna. Il decano dell’opposizione è uscito allo scoperto a metà dicembre in occasione della seduta in cui l’assise ha approvato la delibera per il progetto dei fondali (24 voti a favore e 4 contrari). Ancisi non ha votato e ha visto bocciare gli emendamenti presentati.

In particolare uno è molto significativo ed è quello in cui si sostiene che manchi la Via per una delle tre aree che dovranno accogliere circa un quarto dei 4,7 milioni di metri cubi di sedimenti da dragare. Via è un acronimo che sta per Valutazione di impatto ambientale. Spetta al ministero dell’Ambiente perché si tratta di un progetto di portata nazionale e come dice il nome stesso è il documento che mette in fila quanto un intervento urbanistico incida sul territorio, se sia accettabile e con quali eventuali prescrizioni.

Ma come può mancare un’autorizzazione così importante per un progetto così colossale che mette in ballo duecento e passa milioni? È la domanda che ci siamo fatti in redazione. L’abbiamo rivolta ad Ancisi e anche all’Autorità portuale. Quest’ultima lascia intendere che le cose siano in regola, il primo invece è convinto che si tratti di un clamoroso errore, partorito così bene a livello ravennate con una serie di rimpalli nella catena delle responsabilità tra varie istituzioni da rischiare di sfuggire anche al controllo del Cipe quando si esamineranno le carte per l’ultimo parere.

24296271 1643340865688572 992522666620685918 NPer capirci qualcosa occorre prima di tutto inquadrare la questione della collocazione dei fanghi. In base alla zona del Candiano da cui verranno dragati sarà diversa la loro composizione. I costosi campionamenti già fatti in passato – ma da rifare per essere aggiornati con la normativa in materia nel frattempo cambiata – dicono che si potranno riversare sul fondo del mare al largo non più di 1,35 milioni di mc. Il resto (3,35) dovrà essere gestito a terra. La soluzione scelta prevede che con 2,3 milioni di mc di sedimenti dragati dai fondali si vada ad alzare il livello del terreno di tre aree che si estendono per circa 130 ettari in totale per formare il sottofondo su cui realizzare piattaforme logistiche da urbanizzare con strade e capannoni dedicati all’attività portuale. E 1,1 milioni di mc potranno essere conferiti in cava. Le tre aree da riempire sono quelle i cui nomi, identificati dalle sigle delle mappe catastali, riecheggiano da tempo nelle stanze in cui si è parlato di escavi negli ultimi anni: Logistica 1 (30 ettari), Logistica 2 (34) e comparto S3 (69). Le prime due sono adiacenti fra loro, tra il Candiano e Porto Fuori, l’ultima è nelle Bassette. I 30 ettari di L1 sono di Sapir, L2 e S3 sono divise fra ventidue proprietari (società e privati cittadini).

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Alvaro Ancisi

L’attenzione di Ancisi si concentra sulla S3. La battaglia del consigliere comunale sulla presunta irregolarità dell’area va avanti da tempo, era già cominciata durante la presidenza Di Marco (2012-16) quando si cominciò a conteggiare quella porzione di territorio per realizzare il progettone. Ancisi ha raccolto un corposo dossier di documenti sulla questione e sostiene che l’S3 sia esterna al piano regolatore portuale del 2007 (in realtà le mappe mostrano che rientra nei confini) e finora sia stata rilasciata una sola Via per i progetti legati agli escavi ed è quella che risale al 20 gennaio 2012 ma quella Via fa riferimento alle Opere Connesse al Prp 2007 (l’ultimo approvato e tuttora vigente) che non includevano l’S3. I settanta ettari a nord della città sono stati presi in considerazione per la collocazione dei fanghi solo in seguito e – dice Ancisi – mai è stata chiesta una nuova procedura di Via. A sostegno della sua accusa porta più di un argomento: Autorità portuale non ha mai mostrato una Via specifica per l’S3 e i proprietari di quell’area non hanno ricevuta alcuna comunicazione come invece accade da protocollo quando il ministero apre una procedura di Via.

E l’Autorità portuale? «Non sono un esperto di procedure di Via e per questo abbiamo cercato di acquisire i pareri di professionisti legali al massimo livello. I pareri che abbiamo ottenuto sono più che confortanti, ci dicono che possiamo andare avanti». Così l’avvocato Daniele Rossi, presidente dell’Autorità di sistema portuale dell’Adriatico centro-settentrionale. La posizione del dirigente, arrivato in via Antico Squero poco più di un anno fa, è stata espressa anche nell’aula del consiglio comunale di Ravenna alla fine dello scorso settembre quando presentò il progetto definitivo e rispose alle domande dei consiglieri: «I pareri che abbiamo dicono che la procedura com’è stata fatta sino ad oggi è sufficiente – spiega ancora Rossi –. Se avessimo scelto di essere estremamente cautelativi e per qualche motivo di risottomettere l’area S3 ad una procedura di Via, che non c’è stato consigliato di fare, non ci sarebbe stato il tempo per farla in quella sede. Quindi la scelta che è stata fatta, ancora una volta, forse non è la migliore scelta in assoluto, ma è la migliore scelta possibile. Se volevamo depositare il progetto entro il 15 di settembre, data non simbolica ma data ultima entro la quale questo progetto poteva immaginare di ottenere l’approvazione del Cipe prima della fine della legislatura, questo percorso dovevamo fare».

Ma perché Ancisi teme che la mancanza della Via, se così palese come afferma, possa sfuggire al Cipe? Perché a suo parere i vari passaggi negli anni hanno sepolto la mancanza sotto diversi strati di burocratese. E già c’è stato un momento in cui il Cipe avrebbe dovuto accorgersene ma non è successo. Il riferimento è al 26 ottobre 2012. Quel giorno la riunione del comitato interministeriale prese in esame il progetto preliminare (nella versione elaborata sotto la presidenza Di Marco) e approvò. Ma secondo le elaborazioni del consigliere comunale già quel preliminare includeva l’area S3 priva di Via.

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