mercoledì
17 Giugno 2026

«Un giorno dovremo scegliere tra salvare noi o questo sistema economico»

 

Nel percorso di voci che R&D (a questo link tutti gli arretrati da leggere e sfogliare) sta compiendo per esplorare il tema della pandemia e delle sue conseguenze possibili sul nostro modo di vivere, lavorare, studiare e passare il tempo libero, non poteva mancare quella forse più importante: la scienza. Oggi come mai stiamo imparando, infatti, quanto la ricerca sia fondamentale per la società. Abbiamo allora chiesto una testimonianza in presa diretta a uno scienziato ravennate, l’astrofisico Mauro Dadina che ci ha inviato il suo intervento.

di Mauro Dadina *

Dadina
Mauro Dadina

Da qualunque parte uno li guardi, questi sono giorni strani. Avrei dovuto essere a Liegi per l’undicesimo meeting del consorzio Athena/X-IFU. Athena sarà un telescopio spaziale dell’ESA e a bordo porterà due strumenti. Uno si chiama X-ray Integral Field Unit, X-IFU appunto. Io faccio parte del X-IFU science advisory team. Dal 2014 e fino al 2018 abbiamo sempre fatto due meeting all’anno. Lo strumento è complesso e i pezzi vengono progettati in tre continenti. Dobbiamo confrontarci, di tanto in tanto, e sincerarci che stiamo remando tutti nella stessa direzione. Dal 2019 abbiamo deciso di fare un solo meeting all’anno per ridurre l’impronta ecologica della missione dovuta essenzialmente agli spostamenti in aereo. Oggi, dato il Covid-19, stiamo facendo il meeting on-line. Siamo in 170 circa. Ho fatto la mia presentazione dal salotto. Si parla di scienza e tecnologia, ma durante quelli che avrebbero dovuto essere i coffee-break, rimaniamo collegati per parlare del Covid-19. Abbiamo addirittura creato una sessione dedicata per confrontare i numeri dei vari Paesi coinvolti. In molti già ci hanno detto avrebbero dovuto fare un lockdown all’italiana prima.

 

Ci sono cose che non sono andate. Non volevamo vedere. A febbraio i numeri erano piccoli, ma la crescita dei contagiati era esponenziale. Sono una categoria a rischio e per questo ho chiesto al mio Istituto di potermi mettere in smart-working. Non potevo permettermi di usare il treno affollato per andare a Bologna ogni giorno. E non mi capacitavo del fatto che non si comprendesse bene la velocità di una crescita esponenziale. Questa rimozione ha prevalso in tutto il mondo occidentale. Anche dopo i “nostri” numeri. Dopo la Cina. Bisogna capire perché.

Athena verrà messo in orbita nel 2032 e i suoi dati verranno analizzati dai nostri studenti. Come si vede dobbiamo guardare al futuro. Per questo avevamo deciso di confrontarci col problema del riscaldamento globale, una sfida per la sopravvivenza. Come quella del Covid-19 che può divenire un’esperienza da cui imparare come affrontare la marcata tensione che si può generare tra un modello economico e la vita delle singole persone. Oggi, e nei prossimi mesi dovremo scegliere tra “stare chiusi” e salvare vite umane o relegarle in qualche sorta di inutilità per salvaguardare l’economia. È la soluzione invocata dal Governo UK nei (per loro) primi giorni di crisi e, in qualche modo, invocata da chi richiede l’apertura del sistema economico prima dell’effettiva fine epidemiologica della crisi.

Il riscaldamento globale nasce perché siamo troppi e consumiamo troppo, cose che per converso piacciono al nostro sistema economico. Un giorno, come dobbiamo fare oggi, dovremo scegliere cosa salvare tra noi o questo sistema economico. E domani come oggi dovremo/dobbiamo farlo sapendo che c’è un altro aspetto da considerare: come salvare la libertà di ognuno di noi.

Covid-19 oggi ci urla che c’è poco spazio e tempo per eludere queste domande. Serve un enorme sforzo, un grande studio e tanta immaginazione, in altre parole, tanta Politica per affrontarle.

P.S: permettetemi l’impertinenza, ma in questi giorni si sente di intellettuali che maledicono il fatto che alcuni scienziati siano accanto ai politici per le scelte da affrontare. Tranquilli, verranno/verremo riposti nel dimenticatoio presto. Verremo ricondotti presto alle macchiette alla Dr. Stranamore. E le ospitate in TV, anche di mirabolanti filosofi, torneranno a farla da padrone. In fondo rimaniamo in Italia, mica su Marte. E la prossima volta che un male crescerà esponenzialmente, non ce ne accorgeremo. Di nuovo.

* Biografia: Ho 50 anni, per un pelo, non ancora 51. Sono nato il 1 Maggio 1969. Laureato e Dottorato in Astronomia presso l’Università degli studi di Bologna. Ho lavorato presso l’Istituto per lo studio della radiazione extra-terrestre (TeSRE) del CNR di Bologna, poi presso la Telespazio prima e l’Istituto di Astrofisica Spaziale del CNR di Roma poi. Dal 2000 sono tornato a Bologna e oggi lavoro presso l’Osservatorio di Astronomia e di Scienza dello Spazio di Bologna che è parte dell’Istituto Nazionale d’Astrofisica. Sono membro di varie collaborazioni internazionali.

Fase 2: dal 4 maggio attività motoria anche lontano da casa. Parchi a numero chiuso

Musei, biblioteche e negozi riaperti dal 18. Per bar e ristoranti probabile l’inizio giugno

Conte, Non C'è Data Ma Già Programmiamo Fase 2Gli italiani dovranno convivere a lungo con mascherine, guanti e gel. E anche dopo il 4 maggio, quando si allargheranno le maglie delle restrizioni, dovranno fare a meno di abbracci e strette di mano. Da quel giorno, saranno però permesse le visite ai familiari, purché non si trasformino in rimpatriate, mentre saranno ancora vietati gli spostamenti da regione a regione, anche se sarà «consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza».

Ecco le principali misure in arrivo, sintetizzate dall’Ansa dopo la conferenza stampa del premier Conte.

EDILIZIA: ripartono il 27 aprile le attività produttive e industriali prevalentemente votate all’export e i cantieri per carceri, scuole, presidi sanitari, case popolari e per la difesa dal dissesto idrogeologico. Al ministero delle Infrastrutture è stato firmato un protocollo che prevede un serie di precauzioni: misurazione della temperatura prima dell’accesso al cantiere, accesso contingentato a mense e spogliatoi, pulizia giornaliera e sanificazione periodica delle aree comuni. Sempre domani riparte il commercio all’ingrosso funzionale ai settori dell’export e all’edilizia.

CANTIERI PRIVATI: Dal 4 maggio partono tutte le attività di manifattura, il commercio all’ingrosso e i cantieri privati. In attesa sarà possibile preparare gli ambienti di lavoro.

TAKE AWAY: Dal 4 maggio sarà consentito andare a comprare cibo da asporto, da consumare a casa o in ufficio.

SPORT: può ripartire l’attività motoria individuale anche distante da casa. Dal 4 maggio via libera anche ad allenamenti dei professionisti per le discipline individuali. Per gli sport di squadra l’orientamento è quello di attendere il 18.

I PARCHI E GIARDINI PUBBLICI: riapriranno il 4 maggio. L’orientamento è di permettere che all’aperto possa stare vicino un numero molto limitato di persone se componenti di una stessa famiglia. Resteranno chiuse le aree per i bambini.

NEGOZI E PARRUCCHIERI: Il commercio al dettaglio ripartirà il 18. L’obiettivo è evitare che ci siano orari di punta, prevedendo aperture e chiusure diverse fra le varie attività. Parrucchieri ed estetisti dovranno aspettare il primo giugno.

– RISTORANTI E MUSEI: I musei riaprono il 18 maggio. La data giusta per i ristoranti dovrebbe essere il primo giugno. La Federazione italiana pubblici esercizi ha approvato un protocollo che prevede: un metro di distanza tra i tavoli, porte di ingresso e uscita differenziate, pagamenti preferibilmente digitali al tavolo, pulizia e sanificazione.

MEZZI PUBBLICI: Gli orari diversificati di apertura e chiusura delle attività imporrà una rimodulazione del servizio pubblico, che comunque dovrà essere potenziato nelle ore di punta. Le linee guida allo studio prevedono inoltre: termoscanner in tutte le stazioni e gli aeroporti, obbligo su tutti i mezzi di trasporto (dai treni alle navi, dagli aerei a bus e metro) distanziamento dei passeggeri, mascherine, biglietti sempre più elettronici, contingentamento degli accessi nelle stazioni e negli scali

SPOSTAMENTI: dal 4 maggio sarà possibile far visita ai parenti, ma non saranno permesse le riunioni di famiglia. Ancora in ballo la decisone sull’autocertificazione per gli spostamenti nel comune. Resta il divieto di spostamento al di fuori della regione, “salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute”

FUNERALI: nessun via libera alle messe. Dal 4 maggio saranno permessi i funerali, ma con la sola presenza dei familiari del defunto, per un massimo di 15 persone.

SCUOLA: Gli studenti non torneranno sui banchi fino a settembre. Il governo sta lavorando per definire le modalità per far svolgere “in presenza, ma in piena sicurezza” gli esami di Stato.

Dal 27 aprile riavvio delle aziende dell’export e dei cantieri edili pubblici

Lo annuncia il presidente della Regione Bonaccini: una ripartenza “in sicurezza” che prelude a quella generalizzata di manifattura e costruzioni il 4 maggio

Costruzioni EdiliziaA partire da lunedi 27 aprile, in Emilia-Romagna – ad esclusione della provincia di Piacenza – come previsto anche in tutto il Paese, potranno riprendere le attività di quelle aziende e distretta industriali rivolte principalmente all’export e le imprese edili esclusivamente per i cantieri pubblici di opere sul dissesto idreogeologico, edilizia scolastica ed edilizia pubblica residenziale e penitenziari.

L’apertura è condizionata dal rispetto dei protocolli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro firmati dal Governo e da tutte le parti sociali sui due settori tre giorni fa, il 24 aprile, inviando una comunicazione ai Prefetti.

La ripartenza del comparto manifatturiero dell’export e delle costruzioni di opere pubbliche è prevista in una comunicazione inviata oggi domenica 25 aprile dai ministri Roberto Speranza (Sanità), Stefano Patuanelli (Sviluppo economico) e Paola De Micheli (Trasporti) alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, nella quale forniscono l’interpretazione autentica su quali siano le attività di rilevanza strategica per l’economia nazionale da autorizzare fin da subito se in grado di ripartire rispettando a pieno le misure anti-coronavirus previste nei protocolli di sicurezza.

A darne notizia, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nella riunione della Cabina di regia nazionale nella quale il premier ha descritto le modalità di ripartenza dell’intero comparto produttivo manifatturiero e di quello delle costruzioni dal 4 maggio, compreso il commercio all’ingrosso funzionale ai due settori. Nuove norme, sempre dal 4 maggio, anche per la mobilità delle persone: ad esempio, potrà ripartire l’attività sportiva individuale.

Stefano Bonaccini«Mentre si profilano le linee guida nazionali e il quadro complessivo che permetteranno una prima, importante fase di ripartenza dal prossimo 4 maggio – afferma il presidente della Regione, Stefano Bonaccini – viene accolta la nostra proposta, che qui avevamo condiviso con tutte le parti sociali nel Patto per il lavoro regionale, e che come Emilia-Romagna avevamo poi avanzato al Governo, anche a nome delle altre Regioni. Cioè la possibilità di far ripartire anche prima due settori – le filiere a maggior valenza internazionale e le costruzioni, riferite alle opere pubbliche – e di farlo attraverso comunicazioni alle Prefetture. Sia chiaro – precisa Bonaccini – non siamo in presenza di alcun via libera generalizzato e incondizionato. L’azione di contrasto al contagio prosegue e deve proseguire, ma nel frattempo creiamo le condizioni sicure per ripartire gradualmente, con l’intero sistema socioeconomico regionale che si fa garante del rispetto delle condizioni di sicurezza a tutela di lavoratrici e lavoratori».

Appello di Cristina Muti per la raccolta fondi a favore dell’ospedale di Ravenna

La presidente onoraria del Ravenna Festival ha aderito con un suo messaggio all’iniziativa di “Cuore e Territorio”

Cristina MutiCristina Mazzavillani Muti con un videomessaggio lancia un appello ai cittadini ravennati per una raccolta fondi a favore dell’ospedale di Ravenna nell’ambito dell’iniziativa lanciata dall’associazione benefica “Cuore e Territorio” che grazie alle donazioni, nelle ultime settimane, ha fornito al nosocomio di Santa Maria delle Croci, dispositivi di sicurezza per medici e infermieri e macchinari sanitari.

Ecco la trascrizione del messaggio.
«Sollecitata dall’associazione “Cuore e Territorio” ho accettato molto volentieri di aggiungere la mia voce a quella di  tanti che lo hanno già fatto e a coloro che lo faranno. “Insieme ce la faremo” si dice: io penso che comunque si possa fare di più e meglio. “Andrà tutto bene”, si dice: in verità è già andato tutto molto male e andrà peggio in futuro se non aiutiamo la nostra sanità ad essere più pronta, più equipaggiata e munita di strumenti altamente tecnologici. I nostri medici sono i migliori, i più preparati, i più richiesti, i più umanamente predisposti nel curare le malattie dei pazienti, ma sono anche i più soli e i più disarmati. Tutti abbiamo capito che il disastro Coronavirus è avvenuto anche e soprattutto per l’impossibilità degli ospedali di poter ospitare in gran massa ammalati bisognosi di assistenza particolare. Mettiamoci in testa che il futuro dei nostri figli e nipoti dovrà sempre più confrontarsi con i prossimi, micidiali virus, scappati – quelli sì – da super laboratori, super organizzati e super supportati a disposizione di servizi segreti e strategie militari. Terribile dirlo, me ne rendo conto. L’unica maniera di difesa da questa folle corsa contro l’umanità, da questa guerra economico-sociale, politica, invisibile e pericolosissima è avere ospedali più all’avanguardia possibile, più specializzati, più attrezzati, forniti di laboratori di ricerca scientifica, impegnati a seguire, se non a prevedere ciò che potrebbe capitare. Tocca a noi cittadini farci carico di una situazione politica fragile e insicura, per non dire impreparata. Lo Stato siamo noi: possiamo donare, aiutare, vigilare, sottolineare, spronare, dare esempio di educazione civica. Insomma, esserci: ognuno a fare la propria parte. Grazie».

Le donazioni si possono effettuare con bonifico bancario intestato a Cuore e Territorio presso Cassa di Risparmio Ravenna – Iban IT02F0627013100CC0000027952. La causale è: donazione per coronavirus.

 

Buone nuove nel ravennate: nessun nuovo contagio, non accadeva dal 5 marzo

I positivi in provincia si fermano a quota 969. Registrato solo un nuovo decesso

Test CoronavirusNel territorio di Ravenna la stretta del coronavirus sembra avere allentato decisamente la stretta: per la prima volta da inizio epidemia, per la precisione dal 5 marzo, non si è registrato alcun caso positivo. È stato invece comunicato il decesso di una paziente di 68 anni.
Nel frattempo si sono verificate ulteriori 16 guarigioni complessive più 7 guarigioni cliniche di pazienti che effettueranno tamponi di negativizzazione.
Sono circa 200 le persone che restano in quarantena e sorveglianza attiva in quanto contatti stretti con casi positivi o rientrate in Italia dall’estero.

Per quanto riguarda i dati regionali, in Emilia-Romagna dall’inizio della crisi sanitaria da coronavirus si sono registrati 24.450 casi di positività al Coronavirus, 241 in più rispetto a ieri, in linea quindi con aumenti fra i più bassi registrati più volte negli ultimi giorni. Le nuove guarigioni sono 208 (8.723 in totale). I test effettuati hanno raggiunto quota 146.146 (+5.045).

Ancora in calo i casi positivi attivi, e cioè il numero di malati effettivi a oggi:-6 rispetto a ieri (12.341 contro i 12.347).

Le persone in isolamento a casa, cioè quelle con sintomi lievi, che non richiedono cure ospedaliere, o risultano prive di sintomi complessivamente arrivano a 8.577, +19 rispetto a ieri. I pazienti in terapia intensiva sono 245 (-1 rispetto a ieri). E diminuiscono quelli ricoverati negli altri reparti Covid (-23).

Le persone complessivamente guarite salgono a 8.723 (+208): 2.463 “clinicamente guarite” e  6.260 dichiarate guarite a tutti gli effetti perché risultate negative in due test consecutivi.

Si registrano 39 nuovi decessi: 17 uomini e 22 donne. Complessivamente, in Emilia-Romagna sono arrivati a 3.386.

In Romagna i casi di infenzione sono ad oggi complessivamente 4.430 (27 in più), di cui 969 a Ravenna (come ieri), 868 a Forlì (11 in più), 656 a Cesena (13 in più), 1.937 a Rimini (3 in più).

Regione: «Bagni al mare? Prima del 4 maggio non se ne parla proprio»

I chiarimenti dell’assessore al turismo Corsini sulla frequentazione delle spiagge emiliano-romagnole

Andrea Corsini Emilia Romagna Balneari
L’assessore Corsini in un fotomontaggio di mondobalneare.com

In un comunicato stampa della Regione Emilia-Romagna l’assessore al Turismo e Mobilità Andrea Corsine chiarisce che sulle spiagge della regione, dai lidi ferraresi a Cattolica, resta in vigore l’ordinanza che vieta di frequentare le spiagge ed entrare in acqua.
«In Emilia-Romagna non cambia nulla, per cui fino al 4 maggio prossimo non è consentito fare bagni in mare, né passeggiate. Le nostre norme, che sono pienamente in vigore, al momento non consentono di allontanarsi dalle immediate vicinanze della propria abitazione se non per comprovate e valide motivazioni. E non è prevista la possibilità di accedere all’arenile. Quindi fino al 4 maggio, come dicevo, fare un tuffo in mare, e magari la passeggiata sull’arenile, non è permesso».

«Naturalmente – aggiunge Corsini – dal 4 maggio qualcosa cambierà, per quanto riguarda le più stringenti misure di prevenzione per ostacolare la diffusione del Covid-19, ma fino ad allora in Emilia-Romagna valgono le norme che attualmente sono in vigore».

Il sindaco: «Dobbiamo agire con tutte le precauzioni necessarie, ma senza fobia»

Il commento di De Pascale alla vigilia delle prime riaperture. «Oggi sappiamo più cose sul virus. I cimiteri? Spero si possano aprire presto»

DE PASCALE
Michele de Pascale a Ravenna il 20 marzo durante il minuto celebrato dai sindaci di tutta Italia per le vittime del Covid-19

Il conto alla rovescia per la fine del lockdown è iniziato, si comincia già domani, 27 aprile, con l’apertura di alcune attività  in anticipo rispetto alla data originaria del 4 maggio, tra queste c’è il cibo da asporto, per esempio, o i servizi di toelettatura per cani. Intanto nei giorni scorsi è stata data la possibilità di andare a curare l’orto, purché si trovi entro il proprio territorio comunale e prima ancora erano state aperte le librerie. Non c’è più il divieto di andare in spiaggia o in pineta per chi vive nelle prossimità. Qualcosa, insomma, si muove. Tra le cose che sono ancora chiuse e di cui nessuno parla ci sono i cimiteri, luoghi per alcune persone simbolicamente importanti.

Sindaco, quanto bisognerà aspettare ancora per poter portare un fiore ai propri cari?
«Mi rendo conto che si tratti di un tema importante e sto personalmente facendo pressioni in regione perché si arrivi alla riapertura. Ma è più che evidente che nel momento in cui è stato chiuso tutto ciò che non è urgente, è stato inevitabile includere anche i servizi cimiteriali».

C’entra anche il fatto che l’utenza media è piuttosto anziana, in genere?
«Sicuramente, per quanto io personalmente abbia ricevuto lettere di genitori che ogni giorno da anni si recano al cimitero per mantenere il contatto con i figli, non si tratta quindi necessariamente solo di anziani. Spero davvero che possano essere tra i prossimi servizi ad aprire».

Ma come vedrebbe eventualmente un’apertura in generale dei servizi per fasce di età di cui si sente parlare ultimamente in Italia e all’estero?
«Ho molti dubbi in proposito. Il punto è che finché siamo in una fase pandemica le limitazioni delle libertà personali sono giustificate e giustificabili, nel momento in cui ci si trovasse in un’altra fase con il solo rischio di recidive, credo che allora debba essere progressivamente lasciata alla valutazione personale il quanto cautelarsi».

Effettivamente pian piano, dalle librerie all’asporto agli orti, stanno aumentando le occasioni per uscire di casa e si va in quella direzione. Anche se il contagio non è arrivato allo zero, per quanto nella nostra provincia la situazione sia in chiaro e netto miglioramento, siamo anzi quella che sta andando meglio…
«Sì, è vero perché da tempo i nuovi contagi si riferiscono solo a tre situazioni ben circoscritte: le due case di riposo che sappiamo e, purtroppo, il personale sanitario. Ma dobbiamo sapere che finché non ci sarà un vaccino sarà necessario cambiare il nostro modo di uscire e stare fuori. Rispetto alla prima fase è cambiata la consapevolezza del rischio da parte delle persone, e sono materialmente a disposizione i dispositivi di sicurezza personali, come le mascherine. Questo è molto importante. Il punto è che per avere un rischio zero dovremmo stare ognuno isolato dall’altro, dobbiamo invece ragionare in termini di contenimento del rischio».

Cosa  abbiamo imparato, per esempio?
«Abbiamo visto che non si è verificato praticamente nessun contagio nei supermercati, con le modalità adottate di sicurezza. O, dopo la prima fase, nelle fabbriche che per necessità, come quelle della filiera alimentare, sono rimaste aperte. Ora alcune delle misure adottate lì e che si sono rivelate efficaci potranno essere trasferite alle realtà che stanno per aprire».

È alla luce di tutto questo che lei si è distinto per la proposta di aprire le scuole materne a Ravenna, neanche fossimo in Danimarca? Si è addirittura conquistato un titolo di giornale che la definisce “sindaco femminista”.
«Confermo, l’ho fatto leggere a mia moglie… Scherzi a parte, ribadisco che credo sia possibile farlo in sicurezza, è un elemento su cui ho spinto nella conferenza nazionale e che ribadirò oggi stesso. Dobbiamo porci il tema per il benessere dei bambini, per cui questa situazione può essere molto dannosa dal punto di vista del benessere psicofisico come testimoniano i pediatri, e anche per facilitare il lavoro femminile e non fare passi indietro su questo tema».

Crede di avere le insegnanti e le maestre dalla sua parte?
«Naturalmente tutto sarà fatto con i massimi criteri di sicurezza per le persone che lavorano, principio cardine di qualunque riapertura, anche se a oggi va detto che, nel nostro territorio, non è ancora stato registrato un solo caso in cui un bambino abbia infettato un adulto, ma solo viceversa. Ovviamente ancora, non possiamo escludere che possa accadere. Apriremo a breve dei tavoli tecnici per capire come procedere».

Un po’ di preoccupazione è lecita se pensiamo alla prossima stagione turistica. Si vocifera di “vacanze di prossimità”, questo vorrebbe dire che sul nostro territorio potrebbero arrivare persone dalle aree oggi più colpite, con numeri ben diversi dai nostri. Non è un pericolo?
«Si tratta di un rischio reale, inutile negarlo. Noi avevamo un curva iniziale che era pari a quella di zone come Bergamo che poi si è interrotta grazie al fatto che sicuramente qui il virus è arrivato in ritardo e a tutte le misure che sono state prese e a cui la popolazione ha risposto con grande senso di responsabilità. Ma come sappiamo il virus non è sconfitto».

Oggi possiamo però dire che alcune misure sono state anche eccessivamente drastiche? I famosi runner hanno mai davvero rappresentato un pericolo?
«Io credo che in una fase emergenziale, nessuno abbia subito danni irreversibili per misure molto stringenti che avevano anche lo scopo di facilitare i controlli. Del resto siamo stati la prima democrazia occidentale a dover affrontare le misure del lockdown. Ora, come dicevo, la situazione è cambiata anche se il rischio non è finito. Dobbiamo muoverci con il criterio della massima precauzione, senza però farci prendere dalla paura o peggio dalla fobia che ci poterebbe all’immobilità».

La parola “crisi” nelle sue declinazioni adatta a descrivere (anche) l’editoria

Scrittrice e ghostwriter di Alfonsine, Manuela Mellini, oggi a Berlino, riflette sul mondo dei libri in parallelo tra Italia e Germania, ma anche sul senso della lettura e del linguaggio attuale

Libreria NegozioRomagnola di nascita (1979), Manuela Mellini oggi vive fra Milano e Berlino. Lavora dal 2004 come redattrice, autrice e ghostwriter, occupandosi di diversi argomenti: dallo spettacolo allo sport, dall’arte alla storia. Realizza giochi di enigmistica per varie testate e, cosa generalmente più gradita, piadine per vari amici. Il colore dei papaveri è il suo primo romanzo, il suo secondo libro Tutta colpa di mia nonna, è uscito nel 2019 per Baldini+Castoldi.

«C’è un racconto di Dino Buzzati, grande maestro di inquietudine, che mi viene in mente di continuo in questi giorni. Si intitola “Qualcosa è successo” ed è raccolto nel volume Il crollo della Balinverna. Parla di un convoglio che, negli anni Cinquanta, lascia il sud per dirigersi a Milano: un treno direttissimo, che con un viaggio di dieci ore attraversa il Paese senza soste. Poco dopo la partenza, i passeggeri si accorgono che, fuori, sta succedendo qualcosa di spaventoso. La gente delle campagne e delle città è in preda a una forte agitazione: tutti si affannano, preparano le valigie, partono (in macchina, in bici, a piedi) verso il meridione; e lo fanno per sfuggire a una minaccia che arriva dal nord – da quel nord verso cui il convoglio continua a sfrecciare. Più la meta si avvicina, più i segnali all’esterno sono tangibili. Nelle stazioni c’è chi cerca di avvicinarsi ai vagoni, di urlare qualche avvertimento. Una signora riesce ad afferrare un giornale che, dal finestrino, un ragazzo le porge. Ma la pagina si strappa e a lei restano in mano solo quattro lettere: “IONE”. Il treno sta correndo verso qualcosa di terribile; qualcosa che finisce per «ione», e che costringe tutti gli altri a scappare. Nella carrozza, i passeggeri sono paralizzati dall’ansia. Ed è così per ore, fino all’arrivo in una Milano spettrale da cui nessuno sa cosa aspettarsi, se non che sarà qualcosa di tremendo.
Ecco, credo che noi ora stiamo vivendo una situazione simile. Siamo chiusi dentro un treno, lanciato verso una meta che nessuno conosce e che, però, fa paura. Nuotiamo, letteralmente, nell’incertezza: ce l’abbiamo addosso, tutto intorno e, quel che è peggio, dentro. L’incertezza ci nutre e ci divora. Ci porta a ripiegarci su noi stessi e a chiederci cosa ne sarà di noi, quando tutto questo finirà. Se finirà. E come finirà.

“Cosa succederà, dopo?”. Forse nessuno riesce a dirlo ad alta voce, ma in tanti, credo, lo pensiamo di continuo. Perché è chiaro che ci sarà un dopo, così com’è chiaro che c’è stato un prima. Siamo nel mezzo di una frattura fra un passato a suo modo rassicurante, che magari non ci piaceva ma che, comunque, conoscevamo, e un futuro che non riusciamo ancora a immaginare.
“Abbiamo bisogno di scenari alternativi” scrive Gianluca Briguglia su “il Post”. E, siccome nessuno ce li dà, cerchiamo allora di inventarceli noi, con un esercizio di fantasia che, lo intuiamo bene, probabilmente non ci porterà a nulla (nessuno può sapere davvero cosa succederà da qui a uno, due, sei mesi), eppure ci appare necessario. E lo è, a mio avviso. Perché, come emerge con sempre maggiore chiarezza, alla fine di questa storia saremo pieni di macerie, dentro e fuori di noi, e da qualche parte dovremo pur partire per ricostruire il mondo – mondo che difficilmente sarà uguale a quello di prima.

Manuela Mellini
La scrittrice Manuela Mellini

Raccontare l’emergenza
Ci appelliamo, allora, agli strumenti a nostra disposizione, senza sapere se potranno davvero servirci. Usiamo le parole che conosciamo per tentare di descrivere una situazione completamente inedita. Andiamo avanti per approssimazioni, come una pallina da flipper che trova la sua traiettoria solo rimbalzando da una parte all’altra. Alcuni hanno il grande merito di tentare di far ordine in questa Babele. È il caso fra l’altro della Treccani che, a partire da un articolo della linguista Vera Gheno a inizio marzo (“Coronavirus: una parola infetta”), continua a pubblicare approfondimenti interessanti: “Il lessico globale della distanza”, di Daniela Pietrini; “La peste il terremoto e altre metafore”, di Stefania Spina; “Le parole del Coronavirus”, un elenco di dieci termini stilato in collaborazione con l’Istituto superiore della Sanità, che può forse aiutarci a definire i termini dell’emergenza sanitaria in corso.
La parola che affiora più spesso sulle labbra di tutti è “crisi”, concetto che si presta alla perfezione a indicare sia il profondo turbamento che ha investito la nostra vita individuale e collettiva, sia il disordine, il disequilibrio, la disorganicità sui piani economico e sociale. Merito del Coronavirus è forse quello di aver finalmente zittito i sostenitori della favolina secondo cui “crisi”, in cinese, si scriverebbe con due ideogrammi, il primo dei quali significa “pericolo” e il secondo “opportunità”. Prima di tutto, non è vero: in cinese la questione linguistica è molto più complessa rispetto a questa visione motivazionale da coach occidentali (semplificando al massimo: sarebbe come dire che la parola “tavolo” evoca il fluttuare liberi nell’aria perché contiene “volo”). Secondo, le opportunità nella crisi le trova solo chi, alla crisi, sopravvive rimanendo tutto intero. Chi resta sepolto sotto le macerie per questioni personali, affettive, lavorative, di salute fisica o mentale (“stress” è una delle parole del Coronavirus scelte dalla Treccani), fa fatica a vedere tutte queste mirabolanti opportunità. Andrà tutto bene per chi sa e può stare bene. E gli altri?

L’editoria in Italia e in Germania
Nel settore di cui mi occupo, l’editoria libraria, “crisi” è la parola che gira di più non solo ora, ma da almeno vent’anni a questa parte. Siamo tutti sempre in crisi, con una costanza che a suo modo ha dell’ammirevole. Le case editrici sono perennemente in difficoltà. Fanno debiti, faticano a pagare gli affitti (e i fornitori, e i collaboratori), aspettano il bestseller da centinaia di migliaia di copie vendute che possa permettere loro di tirare un po’ il fiato – lo aspettano, va da sé, come Vladimiro ed Estragone aspettano Godot. Spesso vanno avanti solo grazie alla passione e alle competenze di chi sceglie questo mestiere consapevole del fatto che soldi e soddisfazioni non lo sfioreranno mai, neppure lontanamente, eppure non vorrebbe fare null’altro.
I dati delle ultime settimane sono oggettivamente terrificanti: si parla di un crollo delle vendite pari al 75%. Le librerie sono chiuse, e solo alcune possono organizzarsi con un servizio di consegne a domicilio. Gli eventi saltano; le fiere sono rimandate a data di destinarsi; i titoli già previsti in uscita vengono cancellati. Si calcola che nel 2020 verranno stampati 50 milioni di libri in meno rispetto agli anni scorsi, con un danno che, partendo dagli editori, toccherà anche stampatori, magazzini, distributori, librerie. E i lettori, naturalmente.
A dimostrazione del fatto che tutto il mondo è paese, situazioni simili si stanno verificando non solo nel già traballante ecosistema dell’editoria italiana, ma un po’ ovunque. Persino nel mondo editoriale tedesco, uno dei più solidi al mondo, l’Eldorado per i professionisti nostrani, il disagio è evidente. Ma è evidente anche lo squilibrio delle condizioni di partenza, che rende difficile ogni paragone. In Italia, Paese di circa 60 milioni di abitanti, il mercato del libro genera un fatturato di circa 2,8 miliardi di euro l’anno; in Germania, 83 milioni di abitanti, si parla di più di 9,3 miliardi di euro (fonte: Aie). In Italia il 60% circa dei cittadini si approccia almeno una volta all’anno a un libro, un e-book, un audiolibro, senza necessariamente arrivare fino in fondo; in Germania, il 60% delle persone legge almeno una volta al mese (fonti: Istat ed Eurostat).
A complicare ulteriormente la situazione c’è il fatto che la Germania è divisa in Länder, stati federali che, anche in questo momento, conservano una certa autonomia decisionale. Per esempio a Berlino, dove vivo, le librerie, proprio come i supermercati e le farmacie, sono rimaste aperte: non tutte e non sempre; la maggior parte solo per 3-5 ore al giorno, ma comunque esiste la possibilità concreta di ordinare e ritirare dei libri, o anche di perdere qualche minuto a osservare, scegliere e comprare quelli presenti in negozio. Questa, va detto, è un’eccezione: Berlino e la Sassonia-Anhalt sono gli unici due Länder sui sedici complessivi a offrire una tale possibilità. Possibilità che, a conti fatti, non porterà certo chissà quali ricchezze all’editoria tedesca in questo contesto. Ma qui si parte da una realtà stabile, se non proprio florida. In Italia, invece, no. E non è un discorso qualitativo, per carità. Ma i numeri sono questi.

Libreria Karl Marx Berlino
La libreria Karl Marx di Berlino

Leggere ai tempi del Coronavirus
Un altro dato di fatto di cui tenere conto è che molti di noi lettori (non tutti, per fortuna: per alcuni è vero l’esatto contrario) stanno vivendo attimi di grande difficoltà. Smart working e, per chi ha figli, home schooling, oltre forse a una più accanita frequentazione dei social network, bastano a riempire le giornate – e la testa. La ricerca di informazioni sull’attualità, vissuta come necessaria per provare a mettere qualche punto fermo nel caotico magma in cui ci troviamo, fa il resto. Leggiamo di meno perché non abbiamo la serenità, la lucidità e la concentrazione che ci consentirebbero di immergerci in una storia nuova, in una realtà inventata. Spesso, piuttosto, rileggiamo: cerchiamo una rassicurazione nelle pagine che conosciamo, quelle che abbiamo già letto e amato, che ci evocano emozioni note e che magari, fra sgualciture e sottolineature, ci portano quel conforto di cui abbiamo bisogno. Gli unici testi che sembrano offrire risposte ai nostri interrogativi presenti appartengono al passato: La peste di Albert Camus, Cecità di José Saramago.
E quindi: tutto finito? Tutto perduto? Forse no. Anche in un momento così difficile, è possibile intravedere qualche piccola buona notizia. Il mercato degli e-book (che certo, è ancora tutto sommato ridotto, e da solo non basterà a salvare nessuno) è dato in aumento del 50%; gli audiolibri si stanno rivelando, per molti, una valida alternativa alla lettura. Gli utenti delle biblioteche online sono cresciuti in maniera esponenziale: nella sola Milano, nel mese di marzo, il numero delle iscrizioni è aumentato del 641%.
“La letteratura è una difesa contro le offese della vita” scriveva Cesare Pavese nel Mestiere di vivere. E Philip Pullman sottolinea come l’essere umano abbia, per sua natura, necessità di libri. ”Non devi è presto dimenticato, c’era una volta durerà per sempre”. Ecco: a questo suo “per sempre” io credo molto. Voglio pensare che l’amore per il “c’era una volta” non ci abbandoni nonostante l’uragano che ci ha travolti, e che magari tornerà a essere più forte quando tutto questo, finalmente, passerà. E a quel punto, oltre a rimettere insieme i pezzi e a leccarci le ferite, potremo continuare a leggere, scrivere, raccontare e ascoltare quelle storie di cui tutti noi, ognuno a suo modo, abbiamo bisogno».

Manuela Mellini

L’auto esce di strada e rompe una tubatura: acqua sparata a diversi metri di altezza

Solo ferite lievi per la ragazza al volante. Sul posto pompieri e tecnici di Hera

L’uscita di strada di un’auto che percorreva la provinciale 3 all’altezza di Gambellara, frazione del forese sud di Ravenna, ha causato la rottura di una tubatura idrica ad alta pressione e il conseguente getto di acqua sparato a diversi metri di altezza. L’incidente è avvenuto nella serata del 25 aprile. La donna al volante, una 29enne, è rimasta ferita solo lievemente. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e il personale di Hera per chiudere la perdita e valutare la riparazione.

Continua in provincia di Ravenna lo stillicidio di contagi (più 6) e morti (1)

Il trend, anche in Emilia Romagna, segna comunque una contrazione dell’epidemia, con sempre meno ricoveri e più guariti

Tamponi CoronavirusIn provincia di Ravenna oggi 25 aprile (dati ore 12) si sono registrati 6 casi di contagio e 1 morto.
Rispetto alle 6 positività, 5 sono donne cui si aggiunge un uomo; due sono residenti fuori provincia, 3 sono collegate alla medesima Comunità Alloggio di Ravenna dei giorni scorsi e si riferiscono al responsabile della struttura, a un’operatrice e a un’ospite, tutti asintomatici ma individuati a seguito dei tamponi di controllo eseguiti ieri. L’ospite positiva, seppure asintomatica, è stata trasferita a scopo precauzionale presso il reparto Covid dell’Ospedale di Lugo e i due operatori sono stati allontanati e posti in isolamento domiciliare.
La positività del responsabile ha reso necessario procedere alla chiusura della struttura. Le tre ospiti, risultate negative e senza sintomi, sono state trasferite alla Cra Baccarini di Russi, dove si sono già ative le condizioni organizzative per assistere i molti ospiti nelle medesime condizioni, grazie alla collaborazione fornita dall’Asp Ravenna – Cervia e Russi
Per quanto riguarda il decesso, si tratta di una donna di 89 anni.

Si sono inoltre verificate ulteriori 25 guarigioni complessive, più 10 guarigioni cliniche di pazienti che effettueranno tamponi di negativizzazione.
Sono circa 200 le persone in quarantena e sorveglianza attiva in quanto contatti stretti con casi positivi o rientrate in Italia dall’estero.
Complessivamente nel ravennate, dall’inizio dell’epidemia, il numero dei positivi ha raggiunto quota 669. Nel capoluogo i contagiati verificati sono 442.

In Emilia-Romagna sono stati riscontrati 239 casi di positività in più rispetto a ieri, di nuovo uno degli incrementi più bassi registrati. Continuano a calare sensibilmente i casi attivi, e cioè il numero di malati effettivi a oggi: -162 rispetto a ieri (12.347 contro i 12.509).

Le nuove guarigioni sono 357 (8.515 in totale). I test effettuati hanno raggiunto quota 156.883, +5.378.
Calano anche le persone in isolamento a casa, cioè quelle con sintomi lievi, che non richiedono cure ospedaliere, o risultano prive di sintomi: complessivamente arrivano a 8.558, 18 in meno rispetto a ieri. I pazienti in terapia intensiva sono 246 (-18 rispetto a ieri). E diminuiscono anche quelli ricoverati negli altri reparti Covid (-89).
Le persone complessivamente guarite salgono a 8.515 (+357): 2.557 “clinicamente guarite”, divenute cioè asintomatiche dopo aver presentato manifestazioni cliniche associate all’infezione, e 5.958 quelle dichiarate guarite a tutti gli effetti perché risultate negative in due test consecutivi.
Si registrano 44 nuovi decessi: 18 uomini e 26 donne. Complessivamente, in Emilia-Romagna i decessi sono arrivati a 3.347:
In Romagna i casi positivi sono complessivamente 4.403 (28 in più), di cui 969 a Ravenna, 857 a Forlì, 643 a Cesena 1.934 a Rimini.

La festa del 25 aprile a Ravenna nella piazza del Popolo senza popolo

Celebrazione solo alla presenza di pochi rappresentanti delle istituzioni, con il discorso del sindaco De Pascale – VIDEO

De Pascale 25 Aprile 2020In una piazza del Popolo di Ravenna deserta, solo alla alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni repubblicane si è celebrata la Festa della Liberazione del 25 aprile, con un discorso del sindaco De Pascale che ha esordito: «Se qualcuno anche solo pochi mesi fa mi avesse raccontato che il 25 aprile la piazza del Popolo di Ravenna sarebbe potuta essere semideserta non ci avrei creduto…Non era nella mente di nessuno di noi la possibilità che questa piazza non fosse piena come tutti gli altri anni. Anzi negli ultimi anni forse più piena, proprio per la partecipazione e per la presenza di giovani, di nuovi italiani, per la presenza del teatro e della musica che avevamo cercato di portare qui».

Ecco le immagini e il racconto dell’evento in un video del Comune di Ravenna

Coronavirus in Svizzera: «Qui le multe non servono, basta il senso civico»

Testimonianza dell’ingegnere ravennate Andrea De Marsi lavora a Lugano in un’azienda del podcasting

Andrea De Marsi
Andrea De Marsi, ravennate residente a Lugano, con la sua compagna

«In Svizzera con un solo foglio ti accreditano subito fino a 500.000 franchi sul conto», disse Matteo Salvini.
«Non mi risulta che sia proprio così». Ci dice chi in Svizzera, effettivamente, ci abita. Non che ci fosse bisogno di smentita, ovviamente, essendo già stato appurato che il riferimento era a una sorta di prestito garantito dalla Confederazione agli imprenditori e non certo a soldi a fondo perduto come si era voluto far intendere.

A parlare è uno dei tanti ravennati che stanno vivendo questa emergenza mondiale dall’estero, Lugano per la precisione, a pochi chilometri dal confine, nel più italiano dei Cantoni svizzeri, il Ticino. Dove si è trasferito nel 2011 ma che frequenta dal lontano 2006, dopo aver conosciuto la sua attuale compagna – una donna greca che lavora per un’azienda farmaceutica –, con cui al momento sta affrontando questo isolamento forzato.

«Praticamente non esco di casa da inizio marzo – ci racconta Andrea De Marsi, 45enne ingegnere delle telecomunicazioni, laureatosi a Bologna dopo lo studio al liceo scientifico Oriani di Ravenna –, qui essendo uno stato confederale le misure sono state messe in campo inizialmente dalle autorità del Cantone, con alcuni giorni di ritardo rispetto all’Italia e in maniera più graduale, ma ugualmente stringenti, essendo l’esempio della Lombardia molto vicino ed essendoci migliaia di frontalieri che ogni giorno varcavano i confini per lavoro. Non per niente è stato il Cantone più colpito dal virus, tra i 26 della Svizzera».

Limitazioni graduali quindi – fino al lockdown proclamato per l’intero stato dalla Confederazione, «con un provvedimento che non veniva preso dalla Seconda Guerra Mondiale» – che mettono in luce alcune differenze di pensiero tra autorità italiane e svizzere. «Inizialmente per esempio hanno deciso di mantenere le scuole aperte, per fare in modo che i bambini non fossero costretti a stare a casa con i nonni, gli anziani, considerata la popolazione più a rischio». E ora che c’è stato un piccolo allentamento delle misure e gli anziani possono uscire solo in orari contingentati, per il loro bene, con un servizio attivo di spesa a domicilio per tutti gli over 65. «A Ravenna, mio padre, di 75 anni, è invece costretto ad andare a fare la spesa, al massimo ho saputo che per il domicilio si sono organizzate associazioni di volontariato. Certo, in Svizzera è tutto più facile anche perché sono molti meno…».

E come hanno preso gli svizzeri le decisioni delle autorità? «Senza polemiche, c’è molto senso civico, qui non si vedono comitive che fanno grigliate sul balcone, per esempio. Qui non fanno neppure le multe, non ce n’è bisogno, la polizia si limita a sensibilizzare quei pochi che non seguono le regole. Il tema, comunque, anche qui sta monopolizzando i programmi televisivi, se ne parla in continuazione, con tanti riferimenti anche all’Italia».
La Svizzera ha un’incidenza molto alta di contagi (in valori assoluti sono 26mila su una popolazione di 8,5 milioni), ma la sanità pare stia reggendo bene. «Direi di sì, ci sono ancora tanti posti a disposizione nei reparti di “Cure Intense”, come le chiamano qui, hanno diviso fin da subito i reparti Covid dagli altri, allestendo strutture specialistiche e riuscendo però a garantire anche il servizio sanitario per il resto della popolazione».

Per quanto riguarda gli aiuti economici messi a disposizione dallo Stato, De Marsi e la sua compagna non ne hanno bisogno. «Lei “tele-lavora” dal salotto, io sono anni che lavoro da casa, in un’azienda, di cui sono tra i soci fondatori, che impiega più di 40 persone in modalità remote working e che opera nel settore del podcasting (il prodotto più noto in Italia é spreaker.com, ndr) e in questo periodo le cose vanno piuttosto bene: il nostro fatturato deriva infatti dalle sottoscrizioni a pagamento e dalla pubblicità inserita nell’audio dei podcast e con le persone costrette a stare in casa funziona parecchio. Certo, preferirei che il lavoro andasse un po’ meno bene e che l’emergenza finisse…».

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