martedì
21 Aprile 2026

Una mappa per orientarsi tra la criminalità

Online “Mafie sotto casa”: un archivio delle infiltrazioni in regione

Il primo strumento per orientarsi in un territorio nuovo è una mappa. Anche se ci si deve orientare nei nuovi territori di conquista della criminalità organizzata. Con questo spirito è nato “Mafie sotto casa”, progetto portato avanti da un gruppo di volontari e associazioni dell’Emilia Romagna per tenere un archivio memoria di tutti gli avvenimenti collegabili a fatti di mafia. Una vera e propria mappa online della regione (www.mafiesottocasa.com) con un’icona specifica per ogni delitto: beni confiscati, roghi dolosi, minacce a giornalisti e amministratori, processi solo per citare alcune delle categorie.

Tra i volontari del progetto andato online a metà novembre c’è il ravennate Massimo Manzoli, da tempo tra le anime dell’associazione Gruppo dello Zuccherificio, ma l’idea viene dalla 25enne Rebecca Righi di Carpi: «Nasce tutto con l’intenzione di essere uno strumento piuttosto che un fine: un mezzo per tenere traccia di quei fatti che servono a dare il resoconto della presenza mafiosa, un mezzo a disposizione della società civile». E in tre mesi si sta già realizzando l’auspicio dei promotori: «Arrivano segnalazioni e proposte e ci fa piacere. Da questi nasce ad esempio la decisioni di introdurre la categoria dei reati ambientali e la volontà di tradurre il sito in inglese puntando a essere accessibile agli immigrati, che vivono il nostro territorio e spesso sono le fasce più deboli esposte alle mosse della criminalità».

Il sito ha levato il velo ufficialmente nel corso di una serata a Bagnacavallo, nella Bassa Romagna che ha visto proliferare il clan Femia: «Per la mia esperienza ho notato che quando si parla di infiltrazione mafiosa in luoghi così piccoli come Conselice si fa fatica ad accettare l’idea che l’avevi nel cortile di casa. Quando la dimensione del luogo coinvolto è più grande viene più spontaneo. I territori sperimentano la fatica di riconoscere al proprio interno la presenza radicata. Se il contesto è piccolo è più difficile accettare con senso critico».

Anche Righi, come i tanti impegnati da volontari in questi progetti, ha accolto con un sollievo la sentenza Black Monkey: «Una condanna non scontata perché nei processi in abbreviato non era passata l’associazione mafiosa. Sappiamo che parliamo di primo grado e tutto può essere ribaltato però restare sempre la traccia di un tribunale che ha affermato quello che noi dicevamo da tempo a dimostrazione che non erano solo nostre convinzioni».

«La guerra cibernetica è già in corso, nel mondo un milione di attacchi al minuto»

Spionaggio e controspionaggio: il presidente di Itway, colosso della cyber security, analizza i nuovi fenomeni che viaggiano in rete. L’azienda ha una squadra top secret di hacker etici impegnati in attività di intelligence

Andrea Farina, presidente del gruppo Itway

La webcam in cima allo schermo del computer nell’ufficio di Fornace Zarattini è coperta da un post-it giallo. Rustico ma impenetrabile accorgimento antispionaggio, «perché so, pur essendo protetti, che se qualcuno riesce a entrare in un computer può attivare la telecamera e vedere cosa c’è davanti senza che ci sia modo di accorgersene». Andrea Farina è il fondatore e presidente di Itway, il gruppo nato a Ravenna vent’anni fa che oggi è quotato in Borsa, vanta filiali in sette Paesi, conta 400 dipendenti e collaboratori, raggiunge un fatturato di cento milioni di euro all’anno nel settore delle tecnologie di informazione e comunicazione (Ict). Due mesi fa ha lanciato sul mercato il frutto di quattro anni di lavoro: Cerbero Cybersecurity Services, una piattaforma specializzata nella gestione dei servizi di cyber security, materia balzata agli onori delle cronache nazionali di recente con i due arresti a Roma per cyber spionaggio (riuscito o a volte solo tentato) ai danni di manager, banchieri e politici fino ai vertici più alti come l’ex premier Matteo Renzi o il presidente della Bce Mario Draghi.

Eye Pyramid è il nome del programma che usavano i fratelli Occhionero, i due arrestati, per l’attività di spionaggio. Come funziona? Nell’ambiente è qualcosa di noto?
«Esiste da anni ed esistono già gli strumenti per individuarlo ed eliminarlo. È un programma che si installa sul computer, magari facendo clic con troppa facilità sull’allegato di una email non sicura, e da quel momento quel computer e la sua attività sono controllabili con un collegamento in remoto da chi ha inviato l’email infetta».

Quanto è frequente ricevere email di quel tipo o simili?
«Io ne ricevo quasi ogni giorno. Che giro ai nostri operatori quando non sono sicuro della mia analisi».

L’operazione degli Occhionero andava avanti da qualche anno ed è stata individuata solo di recente. Lo Stato italiano non ha fatto un figurone…
«Il livello di alfabetizzazione informatica nazionale è purtroppo indecente. Fin quando sentiremo esponenti della classe dirigente dire di non capire nulla di informatica come se fosse un vanto, mancherà la cultura necessaria per capire l’importanza dell’argomento. Il massimo che sanno fare è affidarsi a qualche consulente a libro paga delle classiche cinque grandi società americane e ci ritroviamo nelle loro mani. Per fortuna il nuovo ministro degli Interni è un uomo che viene dal Copasir e si sta muovendo come uomo dei servizi».

Ha poca fiducia nei consulenti di società estere?
«La sicurezza nazionale deve essere in mano a italiani di specchiata virtù. Molti forse non sanno che l’attività di raccolta informazioni fatta da Edward Snowden, agente Cia, avveniva operando ufficialmente come consulente per la sicurezza della Booz Allen Hamilton, una delle grandi società americane cui si rivolgono in tanti. Una volta l’agente segreto si nascondeva nelle agenzie di import-export, oggi tra i consulenti informatici. E i numeri dicono che il 70-80 percento delle brecce nei sistemi informativi arrivano da figure interne».

E se qualche 007 si nascondesse tra gli ingegneri Itway?
«La sicurezza al cento per cento non c’è mai. Ma so anche che abbiamo un sistema di controllo dove ogni operazione è tracciabile e i nostri uomini hanno un nome e un cognome».

Che idea si è fatto del lavoro condotto dai due fratelli arrestati?
«Dalle informazioni in mio possesso direi che hanno fatto dossieraggio. Ma quando leggo che qualcuno pensa che agissero da soli mi viene da sorridere. Non perché non sia possibile ma ci sono troppi indizi che mi fanno pensare a un’attività seguita non in solitudine e con l’appoggio di qualche struttura del Paese dove sono ospitati i server (Stati Uniti, ndr)».

Del resto le rivelazioni di Snowden hanno messo in luce che l’agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) faceva anche gioco sporco…
«Non mi ha sorpreso quando si è saputo. Come non mi ha sorpreso che intercettassero il Blackberry della Merkel e dei membri del Governo tedesco. Il gioco non pulito fa parte dei servizi segreti. Se sei la colomba bianca che pensa che tutto il mondo sia buono, purtroppo, ti sbagli. L’informatica è come una pistola: diventa letale in base all’uso che ne fai».

Quanti sono gli attacchi per tentativi di intrusione in sistemi informatici?
«Se sommiamo tutti i tipi a livello mondiale viaggiamo alla media di un milione al minuto. Un numero in crescita. Partono per la maggior parte da Stati Uniti e Cina ma va sottolineato che la Russia non permette alle sonde della rete di analizzare, in modo ufficiale, se un attacco parte da loro. E l’Italia è quasi sempre tra i primi dieci Paesi bersaglio, evidentemente siamo considerati una piattaforma interessante da colpire».

Come ci si difende?
«Con programmi basati sull’attività di analisti di cyber intelligence in grado di leggere come si stanno muovendo gli attacchi nella grande ragnatela mondiale del Www e quindi fare una previsione di quale sarà il target finale entro ore o giorni. Di recente è capitato che abbiamo captato in anticipo un bombardamento hacker diretto contro la rete di una importante banca italiana. Finalmente qualcuno ha cominciato a parlare di guerra cibernetica o cyber war».

Si combatterà sempre più da uno schermo all’altro e meno sul campo di battaglia con le armi?
«Sono profondamente convinto che gli scontri fra Paesi avverranno sempre più sul fronte cibernetico. Non solo fra Paesi ma anche come abbiamo visto da parte del terrorismo islamico con il Daesh. Gli Stati più importanti stanno investendo miliardi di dollari per gli strumenti di sicurezza, pensi che il solo budget di Obama approvato a febbraio 2016, prevede 12 miliardi di dollari all’anno. Mi auguro che qualcuno alzi il budget italiano, che va comunque detto è stato introdotto per la prima volta nel 2015 da Renzi, visto che siamo al penultimo posto in Europa prima solo della Grecia».

Chi combatte la guerra dalla parte dei buoni?
«Hacker etici, come quelli che compongono il nucleo consulenziale al nostro servizio. Ingegneri che hanno le capacità per fronteggiare le minacce facendo a tutti gli effetti attività di intelligence nel deep web, la parte di internet sconosciuta agli utenti comuni».

Per fronteggiare un milione di attacchi al minuto che esercito ci vuole?
«Nel deep web c’è un mercato grigio in cui avviene la negoziazione tra chi progetta l’antivirus e gli hacker che producono i virus per averli in anticipo ed essere già pronti quando viene diffuso. Chi non trova l’accordo arriva per secondo sperando di limitare i danni. Si fanno trattative con hacker che senza sapere dove siano e chi siano».

Qualunque strumento di chiunque è potenzialmente hackerabile?
«Sì. Il programma sicuro al cento per cento non esiste ma ne esistono alcuni più sicuri di altri».

E il privato che non può assoldare un plotone di hacker buoni?
«Si protegge con un antivirus che ha un canone annuale di alcune decine di euro e lo tiene aggiornato perché molti dei virus fanno leva sui ritardi negli aggiornamenti».

Ma a parte i grandi enti, il cittadino comune quanto deve preoccuparsi di proteggere il computer di casa che usa per le operazioni più banali?
«Deve. Lasceremmo la nostra abitazione senza porta o alla meglio con la porta aperta? Sicuramente no. Quindi noi privati cittadini possiamo informarci dei livelli di sicurezza che il gestore di telefonia scelto è in grado di garantire e avere un sistema di antivirus, meglio due, sempre aggiornato».

Fare l’hacker è ancora possibile a livello amatoriale?
«Solo per colpa dell’ignoranza in materia che ancora è diffusa. I tempi romantici del Condor Kevin Mitnick sono finiti. Oggi gli hacker sono ingegneri e come ho detto prima terroristi al servizio anche del Daesh, hanno studiato nelle nostre università o lavorato nelle nostre aziende».

Però a volte la cosa più sicura è un post-it sulla webcam. È un trucchetto introdotto dopo il film di Oliver Stone su Snowden?
«È un sofisticatissimo e costosissimo strumento manuale che è lì da parecchi anni e ogni tanto va sostituito».

Due studenti dell’istituto geometri collaborano con il Comune per ristrutturare la scuola

Stage di tre settimane per le iniziative di alternanza scuola-lavoro: progetto da 100mila euro per le medie Baracca

Se la scuola ha bisogno di ristrutturazione, ci pensano gli studenti. Due aspiranti geometri dell’istituto tecnico di Lugo, nell’ambito delle iniziative per l’alternanza scuola-lavoro, stanno collaborando con il Comune per lo sviluppo di un progetto di ristrutturazione della segreteria della scuola media Baracca. Si tratta di due studenti del quarto anno (indirizzo Costruzioni, ambiente e territorio) impegnati in uno stage di tre settimane che terminerà il 18 marzo.

Il progetto che stanno seguendo, coordinati dall’ingegner Barbara Boninsegna, riguarda l’ampliamento e la riorganizzazione della segreteria (al piano terra) e del laboratorio attività espressive (primo piano). Il costo dell’intervento è di 100mila euro e, insieme alla messa a norma antincendio del plesso scolastico di Voltana (progetto anch’esso del valore di 100mila euro), è stato in questi giorni oggetto di richiesta di finanziamenti regionali.

«Il progetto preliminare per la ristrutturazione della segreteria della scuola Baracca è stato approvato nel 2015 – sottolinea l’assessore Fabrizio Lolli -, e i ragazzi ora stanno redigendo il progetto definitivo. Si tratta per loro di una grande occasione, visto che l’opportunità di seguire la redazione di un progetto definitivo a scuola può essere insegnata solamente a livello teorico».

Agricoltore ravennate dona 160 quintali di mangime agli allevatori terremotati del Piceno

Petitoni della ditta La Speranza di Conselice ha raccolto l’appello di Coldiretti consegnando il prodotto a tre colleghi

Dopo l’appello lanciato da Coldiretti, non si interrompe la catena di solidarietà che sta portando agli allevatori delle aree terremotate nel centro Italia migliaia di quintali di prodotti funzionali ad assicurare l’alimentazione degli animali, stremati dalle difficoltà causate dalla neve e dal crollo dei fienili. Nei giorni scorsi, al fine di aiutare gli allevatori del Piceno alle prese con i danni provocati da terremoto e maltempo, 160 quintali di mangime sono partiti da Ravenna alla volta di Ascoli. Il carico di mangime, donato dall’azienda agricola La Speranza del conselicese Alessandro Petitoni, è stato consegnato e distribuito personalmente dall’imprenditore romagnolo alle aziende di Vito D’Ignazio, Nunzia Tomassina D’Ignazi e Adriana Massimi.

«Un grande grazie alla Coldiretti ravennate che sostiene le nostre aziende in un momento difficile – sottolineano Paolo Mazzoni, presidente di Coldiretti Ascoli Fermo e il direttore Alessandro Visotti –. Garantire l’alimentazione degli animali è una priorità, ma è anche ora di mettere in sicurezza le aziende terremotate dallo scorso 24 agosto che stanno ancora aspettando il completamento o l’arrivo delle stalle mobili».

La campagna “Dona un ballone” segue le altre numerose iniziative promosse dalla Coldiretti assieme all’Associazione Italiana Allevatori e ai Consorzi Agrari che hanno consentito anche la consegna di mangiatoie, carrelli per la mungitura, generatori di corrente oltre a roulotte, camper e moduli abitativi.

Rapine in banca con le dita fasciate: 80mila euro in due colpi, arrestato il palo

Si cercano altri tre uomini. Banda bolognese ben organizzata: numerosi sopralluoghi preventivi. In azione a Bagnacavallo e Castelbolognese

L’auto che guidava abitualmente, intestata a un familiare, è stata ripresa più volte da varie telecamere di videosorveglianza pubblica nelle strade attorno alle banche rapinate, negli orari a ridosso dei colpi ma anche diverse volte nelle settimane precedenti. I carabinieri sono convinti di aver individuato il palo e autista di una banda criminale bolognese, specializzata in rapine a istituti di credito, a cui attribuiscono almeno due colpi nel Ravennate nel 2016 (46mila euro a Bagnacavallo l’8 marzo e 33mila a Castelbolognese il 2 maggio). Nei giorni scorsi i militari della compagnia di Faenza, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Antonella Guidomei su richiesta del pm Monica Gargiulo, hanno arrestato il 42enne Andrea Saba residente a Bologna. L’uomo ha precedenti specifici e lavora come magazziniere: per gli inquirenti era l’incaricato dei sopralluoghi per conto di un gruppo che conterebbe almeno altri tre uomini al momento ancora ignoti alle forze dell’ordine.

L’attività di indagine ha permesso di tracciare un profilo del gruppo particolarmente esperto. Preparavano i colpi con largo anticipo, con più sopralluoghi nei dintorni dell’obiettivo ma anche ispezioni dei percorsi da seguire per la fuga. Poi il giorno del colpo raggiungevano la banca in carovana: capocordata Saba con l’auto pulita e dietro gli altri su veicoli rubati, motocicli o auto che poi venivano abbandonate per salire tutti sulla vettura del palo. In entrambi i casi finiti nel testo dell’ordinanza l’azione è scattata attorno alle 13, poco prima della pausa pranzo per sfruttare il momento di minor affluenza di pubblico. E dai filmati delle telecamere è emerso che alcuni membri si fasciavano le dita delle mani per non lasciare impronte. In un caso hanno estratto la lama di un cutter, in un altro hanno minacciato di morte un impiegato lasciando intendere di essere armati.

Lo spessore del bottino apre scenari di indagine su eventuali soffiate dall’interno degli istituti, spesso con ridotte disponibilità di contanti proprio per ragioni di sicurezza. Secondo gli investigatori lo stesso gruppo potrebbe essere responsabile di altre rapine in provincia di Ravenna e in Emilia Romagna.

Supporto fondamentale per le indagini è arrivato dalla tecnologia: «Voglio sottolineare l’importanza dei servizi di videosorveglianza installati da banche e Comuni – ha precisa il colonnello Massimo Cagnazzo, comandante provinciale dei carabinieri –. Quando si può attingere a filmati di qualità per i confronti è materiale prezioso. Per questo ringrazio le amministrazioni locali che investono in questi presidi di sicurezza».

Matrix, miglioramento sismico concluso In aprile la visita dei consiglieri comunali

L’azienda Officine dell’ambiente ha rispettato i tempi richiesti adeguanto tutto l’impianto e non solo una parte come previsto inizialmente

La società Oda (Officine dell’ambiente) ha depositato la comunicazione di fine lavori per il miglioramento sismico di tutti gli edifici dell’impianto Matrix a Conselice. I lavori sono stati eseguiti nei tempi stabiliti, entro i 210 giorni con decorrenza dall’11 agosto 2016. Inizialmente, il miglioramento sismico era previsto solo su una delle strutture preesistenti del sito ma su espressa richiesta dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna i medesimi miglioramenti sono stati apportati a tutte le strutture.

Su richiesta dell’amministrazione comunale, in aprile l’azienda organizzerà una visita ai propri impianti riservata ai rappresentanti eletti, consiglieri comunali e delle consulte cittadine del Comune oltre a rappresentanti dell’Unione della Bassa Romagna.

«Il miglioramento sismico e l’open day sono due risultati importanti che ci permettono di affrontare gli altri problemi rimasti sul tavolo come i monitoraggi aggiuntivi, i controlli sul traffico già attivati e che continuano, oltre alla sicurezza sul luogo di lavoro anch’esso oggetto di un protocollo già siglato – ha sottolineato il sindaco di Conselice Paola Pula, referente per l’Ambiente dell’Unione dei Comuni della Bassa Romagna».

Da Ravenna la proposta di Confcommercio: «L’aeroporto di Forlì diventi la seconda pista di Bologna per la Romagna»

L’associazione di categoria valuta lo sviluppo del Marconi ormai al suo limite e propone di riattivare lo scalo Ridolfi. Intanto il sindaco De Pascale annuncia contatti con Trenitalia per i collegamenti con Bologna

«Con i 7,7 milioni di passeggeri transitati nel 2016, l’aeroporto Marconi di Bologna è romai congestionato e non potrà avere un ulteriore aumento per come è strutturato e allora perché non fare del Ridolfi di Forlì la seconda pista dello scalo bolognese a servizio della costa romagnola?». Confcommercio Ravenna sposa la proposta di Federalberghi Ravenna e lancia la sfida a Regione e Comune. La suggestione è emersa nel corso del convegno “Ravenna: infrastrutture e competitività” che si è svolto il 2 marzo alla sala Bini di Confcommercio.

«Non sarebbero necessarie grandi risorse – scrive Confcommercio – in quanto l’aeroporto di Forlì è dotato di tutte le caratteristiche tecniche per poter partire immediatamente». Il Ridolfi ha cessato l’attività commerciale il 16 maggio 2013, in seguito al fallimento della società di gestione. Attualmente la pista ospita scuole di volo e può accogliere velivoli fino a 5.700 kg. Nel mese di giugno 2015, a seguito del bando europeo emanato dall’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, la società Air Romagna ha ufficialmente ottenuto la concessione per la gestione totale trentennale dello scalo forlivese. Attualmente però l’aeroporto non è ancora stato riaperto al traffico commerciale.

L’associazione di categoria cita il caso Venezia come esempio: «La società che gestisce l’aeroporto di Venezia, la Save, ha tre piste: oltre all’aeroporto Marco Polo che movimenta 9,6 milioni di passeggeri annui, gestisce l’aeroporto Catullo di Verona con 2,8 milioni e l’aeroporto Canova di Treviso con 2,6 milioni».

«Ravenna in materia di trasporti, stradali, ferroviari e aeroportuali deve fare molto di più – ha detto Mauro Mambelli, presidente di Confcommercio Ravenna –. Il livello dei nostri collegamenti sono inaccettabili, chiediamo investimenti mirati sul nostro territorio e non su altri territori per averne solo benefici di riflesso. Molti finanziamenti, prima promessi e mai arrivati, poi sono stati dirottati altrove. Puntare sull’aeroporto di Forlì come seconda pista dell’aeroporto di Bologna è una proposta che può essere realizzata, una scommessa da vincere. Ma prima dobbiamo crederci e poi tutti uniti dobbiamo provarci». Rimarcata, inoltre, da parte del Presidente Mambelli la richiesta di un collegamento veloce (treno) per raggiungere da Ravenna il capoluogo emiliano.

Sulla questione l’assessore regionale Raffaele Donini ha lasciato una porta aperta: «Con l’aeroporto di Rimini c’è un’interlocuzione, con Parma c’è una strategia, con Bologna un progetto, con Forlì non c’è nulla. L’unica soluzione è che l’Enac stacchi la spina a Forlì e così si possono fare altri ragionamenti. Ma al momento non c’è nulla».

Per quanto riguarda il collegamento ferroviario Ravenna-Bologna, il sindaco Michele de Pascale ha confermato che oggi «ci sono diversi livelli di limitazione, che vanno superati, l’obiettivo è che il collegamento con Bologna sia diretto, senza fermate in tutte le stazioni. Ma l’obiettivo più ambizioso, e in tal senso sono già stati presi contatti con Trenitalia, è quello di deviare un treno al giorno della tratta Milano-Lecce per farlo giungere a Ravenna». Siamo solo all’inizio di un percorso, ma il sindaco ha annunciato che «è stato commissionato uno studio per potenziare la linea ferroviaria».

Premi annuali ai dirigenti: la spesa del Comune sale da 214mila euro a 224mila

In crescita il totale erogato nel 2016 per la valutazione delle prestazioni dell’anno precedente: in media 10mila euro lordi a testa

Nel 2016 il Comune di Ravenna ha distribuito oltre duecentomila euro in premi di risultato (riferiti al 2015) ai 22 dirigenti in servizio. Per la precisione 224.433 euro, con una media dunque di poco superiore ai diecimila euro lordi a testa. L’anno prima il totale era leggermente più basso: 214mila euro (vedi articolo correlato). A distribuire i premi di risultato a direttore generale, segretario generale e capi area è il sindaco, su proposta della Struttura Indipendente di Valutazione. Si tratta di un soggetto che viene nominato in ogni amministrazione pubblica e, si legge nel sito governativo che ne spiega le funzioni, “supporta l’amministrazione sul piano metodologico e verifica la correttezza dei processi di misurazione, monitoraggio, valutazione e rendicontazione della performance”.

La distribuzione dei premi di risultato del 2016 è stata decisa con una delibera di giunta del 17 giugno, una delle ultime sedute guidate dal sindaco Fabrizio Matteucci (Michele de Pascale si è insediato il 21 giugno). In fondo alla pagina sono riportati gli importi lordi attribuiti ai dirigenti in base al raggiungimento degli obiettivi fissato ogni anno da un atto di giunta. Migliore è la performance, maggiore è la percentuale sullo stipendio lordo che porta alla retribuzione di risultato. Nel 2015 Paola Bissi, Carlo Boattini, Massimo Camprini e Dianella Maroni hanno ottenuto un premio pari al 17,75 percento. Ruggero Stabellini del 15,75. Maria Grazia Marini e Claudia Giuliani del 13 percento, Paolo Neri del 10 percento.

La valutazione dei dirigenti non capo area viene invece disposta con un atto firmato dal direttore generale. Nel giugno 2016 era ancora Boattini, poi andato in pensione. Le migliori performance del 2015 sono state quelle di Maria Brandi (vice segretario comunale e responsabile delle risorse umane e qualità) e Laura Rossi del servizio Infanzia, che arrivano al 17,75 percento. Seguono, al 15,75: Patrizia Alberici, Paolo Fenati, Anna Ferri, Flavio Magnani, Valentino Natali e Stefano Rossi. Al 13 per cento: Claudio Bondi, Mirella Borghi, Gloria Dradi, Nadia Freddi. Al 9 c’è Angela Vistoli, al 7,5 Vanna Moro.

Queste le retribuzioni lorde sui quali vengono calcolate poi le percentuale: Boattini percepiva poco meno di 124mila euro all’anno, Neri arrivava nel 2015 a 94.500. Un capoarea guadagna dai 72mila ai 77mila euro mentre i dirigenti semplici guadagnano poco più di 60mila euro con il comandante dei vigili che arrivava a circa 76mila euro.

La retribuzione di risultato fu introdotta dalla legge Bassanini negli anni Novanta per sostituire lo strumento degli scatti di anzianità a quello – appunto – del raggiungimento degli obiettivi. Importata dall’Inghilterra, è stata adattata alla realtà Italiana: nel Regno Unito la valutazione dell’utenza è fondamentale e il premio di risultato è collettivo, nel senso che viene giudicata l’intera amministrazione, non il singolo dirigente. In Italia la situazione, come si è visto, è ben diversa: con una programmazione interna degli obiettivi, una valutazione sostanzialmente interna (a parte il parere della Struttura indipendente che è però una proposta) e un premio individuale ai dirigenti.

Tutti i premi di risultato riferiti al 2015.

Carlo Boattini (direttore generale): 18.690,12 euro
Paolo Neri (segretario generale): 9.453,09 euro.

Dirigenti Capo Area

Paola Bissi (Urbanistica): 13.678,93 euro
Massimo Camprini (Infrastrutture): 13.678,93 euro
Claudia Giuliani (direttore Classense): 9.457,63 euro
Maria Grazia Marini (Turismo e Cultura): 9.457,63 euro
Dianella Maroni (Istruzione): 12.880,17 euro
Ruggero Stabellini (Economo) :11.428,88 euro

Dirigenti non Capo Area

Patrizia Alberici (Attività produttive): 10.956,38 euro
Claudio Bondi (Edilizia pubblica): 8.458,37 euro
Mirella Borghi (Progetti pedagogici): 8.316,74 euro
Maria Brandi (Risorse umane e qualità): 12.347,66 euro
Gloria Dradi (Pianif. area territoriale): 8.458,37 euro
Paolo Fenati * (Coord. Politiche fiscali): 1.524,17 euro
Paolo Fenati ** (Coord. Politiche fiscali): 8.004,31 euro
Anna Ferri (Strade): 10.247,64 euro
Nadia Freddi (Sportello per i cittadini): 8.458,37 euro
Flavio Magnani (Sportello unico Edilizia): 10.076,05 euro
Vanna Moro (Università e formazione): 4.879,83 euro
Valentino Natali **** (Prog. urbanistica): 8.220,17 euro
Laura Rossi (Ambiente): 11.355,55 euro
Stefano Rossi (Comandante Municipale): 11.966,06 euro
Angela Vistoli **** (Ambiente): 2.438,58 euro

Totale 224.433,63 euro

* dal 1 marzo al 30 giugno al 40% al Comune di Lugo, dal 1 marzo al 31 dicembre a Ravenna Entrate;
** dal 1 marzo al 31 dicembre a Ravenna Entrate;
*** a partire dal 1 aprile;
**** fino al 31 maggio

Il sindaco in visita alle scuole superiori: domande degli studenti via Twitter, email e Facebook

Il primo cittadino in tour tra gli istituti tra marzo e aprile

Tra marzo e aprile il sindaco di Ravenna, Michele de Pascale, visiterà le scuole superiori della città per incontrare gli studenti dell’ultimo anno: «Ho chiesto loro di rivolgermi tutte le domande che desiderano sul funzionamento delle istituzioni, sull’attività del Comune, sulla città, sui progetti in corso e futuri». I ragazzi potranno farlo al momento dell’incontro oppure prima via email (sindaco@comune.ra.it), inviando un messaggio privato alla pagina Facebook del primo cittadino o via Twitter taggando @mdepascale con l’hashtag sindacoascuola (indicando sempre la scuola di appartenenza). Il primo degli incontri è in programma per venerdì 10 marzo all’istituto tecnico commerciale Ginanni.

«Considero fondamentale l’opinione dei giovani cittadini perché sono il nostro futuro – afferma De Pascale –. Sono certo che le loro domande ci offriranno un punto di vista diverso e prezioso per renderci amministratori migliori. Con questi incontri, intendo iniziare un importante progetto di ascolto e coinvolgimento dei ragazzi delle scuole superiori, che continuerà per tutto il mio mandato, con l’obiettivo di colmare quella distanza che purtroppo in questo momento storico si è creata tra loro e le istituzioni».

Cambio al vertice della capitaneria di porto: il comando al capitano di vascello Ruberto

Dopo tre anni il contrammiraglio Meli lascia Ravenna: andrà a Bari
 

Il capitano di vascello Pietro Ruberto è il nuovo comandante della capitaneria di porto di Ravenna. Si conclude così dopo tre anni l’incarico del contrammiraglio Giuseppe Meli che negli ultimi dieci mesi del 2016 è stato anche commissario straordinario dell’Autorità portuale tra la fine del primo mandato del presiente Galliano Di Marco e l’inizio della presidenza di Daniele Rossi.

Il comandante Ruberto proviene dal comando generale di Roma dove ha diretto il secondo ufficio del reparto Affari Giuridici ed Internazionali. Per quanto riguarda Meli invece andrà ad assumere il nuovo incarico di direttore marittimo della Puglia e comandante della capitaneria di porto di Bari.

Con una solenne cerimonia militare, il passaggio di consegne si è svolto stamattina 3 marzo sulla banchina antistante il terminal crociere, alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose. Alla cerimonia ha presenziato, da Roma, in rappresentanza del comando generale del corpo delle capitanerie di porto, il vicecomandante generale, ammiraglio ispettore Giovanni De Tullio.

Pini candidato al consiglio territoriale La commissione vuole spiegazioni

Ricorso di tre forze di opposizione: il deputato leghista dovrà dimostrare l’esistenza di un’attività prevalente nell’area di riferimento

Il deputato ravennate della Lega Nord, Gianluca Pini, ha tempo fino al 9 marzo per fornire la documentazione che possa comprovare l’attività prevalente di lavoro o di studio nell’area che ricade sotto la competenza del consiglio territoriale del Mare. Così ha deciso la commissione elettorale comunale di Ravenna dopo il ricorso presentato da tre capigruppo di opposizione – Maurizi Bucci (Pigna), Raffaella Sutter (Ric), Michela Guerra (Cambierà) – contro la candidatura del parlamentare leghista al parlamentino. In altre parole la commissione decide di procedere a un controllo di merito della autocertificazione presentata da Pini. La commissione ha però anche deciso che Pini va considerato candidabile perché l’incarico di deputato non è in contrasto.

A giudizio dei tre ricorrenti, Pini non avrebbe i requisiti per la candidatura perché «come noto non risiede nel comune di Ravenna» e, in alternativa, «non svolge la propria attività prevalente di lavoro e di studio nell’area territoriale in cui si candida», come prevede invece il regolamento. «È infatti noto a tutti – scrivono i tre capigruppo – che Gianluca Pini svolge ininterrottamente dal 28 aprile 2006 a oggi la propria attività lavorativa prevalente in qualità di deputato per il gruppo Lega Nord e che tale prevalenza è testimoniata sia dai redditi da deputato presente nelle sue dichiarazioni che dall’attività parlamentare svolta».

Proprio ieri sera, 2 marzo, si è svolta un’assemblea di presentazione deicandidati al consiglio territoriale del Mare (elezioni il 12 marzo): «L’onorevole Pini – commenta Sutter sulla base di quanto riportatole dai presenti – ha dimostrato un reale interesse ai problemi del territorio del mare, pur rimarcando i suoi molteplici impegni istituzionali; indubbiamente la sua candidatura dimostra che la Lega Nord intende affermare la propria forte presenza nel consiglio territoriale del mare; cosa che dal punto di vista politico ovviamente non auspico, ma comprendo». Collegandosi al ricorso presentato, Sutter rimarca «l’incongruità del regolamento elettorale per i consigli territoriali, regolamento che dichiara incandidabili i consiglieri comunali, ma non i parlamentari la cui attività lavorativa prevalente, a mio parere, si svolge e si deve svolgere alla Camera dei Deputati o al Senato. Ritengo urgente una modifica del regolamento».

Associazione mafiosa, condanne pesanti: nella Bassa il cervello del clan Femia

In totale oltre 170 anni di carcere, è la prima sentenza in regione per il 416 bis: i giudici hanno accolto la ricostruzione dell’accusa che fa riferimento a metodi ‘ndranghetisti. Il sistema guadagna milioni di euro dalle slot truccate. Il capo arrivò a Sant’Agata nel 2002

Il gioco d’azzardo con slot machine truccate era il core business del clan Femia

«Io non sono un boss né un maffioso in quanto è riscontrato da oltre 100 magistrati che in 30 anni mi hanno indagato per maffia e sono sempre stato assolto». Usava con convinzione la doppia effe nella lettera che inviò nel 2015 dal carcere di Parma alla nostra redazione per lamentarsi di quello che avevamo scritto. Il 22 febbraio scorso, a distanza di due anni da quella lettera, il tribunale di Bologna ha condannato in primo grado il 56enne Nicola Femia, detto Rocco o il corto, a ventisei anni e dieci mesi di carcere ritenendolo colpevole del reato previsto e punito dall’articolo 416 bis del codice penale: associazione di tipo mafioso, con una effe. E se la sua è la condanna più alta, addirittura superiore ai 24 anni chiesti dall’accusa, tra le ventitré sentenziate nel processo Black Monkey, è un indizio sul suo ruolo: secondo i pm della direzione distrettuale antimafia di Bologna (sostituto procuratore Francesco Caleca) era a capo di una associazione di stampo ‘ndranghetista che aveva il suo core business nella gestione truccata di slot machine e giochi online (1.500 le schede contraffatte in circolazione), in Emilia- Romagna e non solo. I proventi, sempre secondo la Dda, venivano in seguito riciclati in altre attività come alberghi o con l’acquisto di case, auto e quote bancarie, attraverso società fittizie create ad hoc e con la complicità di imprenditori del settore e prestanome.

Il cuore finanziario del clan gravitava attorno Bologna e verso l’Emilia ma il cervello aveva radici ravennati: Femia e la famiglia vivevano da tempo tra Sant’Agata sul Santerno e Conselice. E nella Bassa vivevano anche altri sei dei condannati. Il presunto boss è originario di Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria) ma nel 2002 si trasferì a Sant’Agata, dove dal 1998 viveva già il fratello Franco detto il bersagliere, per scontare un provvedimento di obbligo di firma.

Le indagini sono partite nel 2010 dalla denuncia di un immigrato residente a Bologna, che dopo esser stato pestato da componenti dell’associazione per una questione di debiti ha raccontato tutto alle forze dell’ordine. A gennaio 2013 la prima retata: una trentina di arresti, tra cui anche il capo, per custodia cautelare e beni sequestrati per un valore di 90 milioni di euro. Il processo si è chiuso dopo quasi tre anni di dibattimento: Femia rispondeva, oltre che di associazione mafiosa (contestata ad altre tredici persone), anche di altri reati tra cui estorsione, frode informatica, intestazione fittizia di beni, corruzione. Mano pesante dei giudici anche nei confronti dei figli (dieci anni e tre mesi per Guendalina, quindici anni per Rocco Maria Nicola) e del genero (dodici anni e due mesi a Giannalberto Campagna). In totale con gli altri diciannove condannati si arriva a oltre 170 anni di reclusione.

Tra i presunti fiancheggiatori locali del sodalizio spicca la coppia composta da un brigadiere della guardia di finanza di Lugo e il commercialista Ettore Negrini di Massa Lombarda. Per il secondo è arrivata la condanna a sette anni mentre il primo è tra i sette che scelsero l’abbreviato arrivando a un’assoluzione. Il militare era accusato di aver messo al corrente Femia, direttamente o attraverso Negrini (all’epoca presidente della squadra di basket di Massa Lombarda di cui Lo Monaco era allenatore), di notizie relative all’inchiesta o ad accertamenti fiscali.

Mai finora in Emilia-Romagna era arrivata una sentenza per questo reato e con queste dimensioni. Il peso di questa sentenza, che in molti hanno definito storica, sta infatti proprio nell’aver accolto l’impianto accusatorio della procura: nella requisitoria il pm ha insistito su un potere intimidatorio autonomo del gruppo, tipico a suo avviso delle nuove formazioni di ‘ndrangheta, presenti nelle regioni del Nord. Caleca ha tratteggiato il sistema Femia, parlando di centri di potere, rapporti con le associazioni ’ndranghetiste, forza intimidatoria, rincorsa alla ricchezza e attenzione agli organi di stampa per come venivano descritti i componenti del gruppo. Così è stato confermato il 416 bis, ribaltando le precedenti pronunce dei giudici sul caso Black Monkey. Nel processo in rito abbreviato relativo alla stessa inchiesta – tenutosi nei confronti di altri imputati negli anni passati – pur essendo state pronunciate molte condanne (otto sono arrivate alla conferma della Cassazione), era tuttavia caduta l’accusa di associazione mafiosa e tutte le aggravanti mafiose.

Questi tutti i nomi delle condanne di primo grado: Francesco Agostino: 7 anni e 2mila euro di multa. Domenico Cagliuso: 15 anni e 6mila euro. Giannalberto Campagna: 12 anni e due mesi. Manuele Cappiello: 3 anni e 600 euro. Daniele Chiaradia: 3 anni. Massimiliano Colangelo: 4 anni e 3mila euro. Luigi Condelli: 8 anni e 9 mesi. Filippo Crusco: 3 anni. Letizia Cucchi: 2 anni e 600 euro. Guendalina Femia: 10 anni e 3 mesi. Nicola Femia: 26 anni e 10 mesi. Rocco Maria Nicola Femia: 15 anni e 6mila euro. Viktoriya Khmelevskaya: 2 anni. Calogero Lupo: 5 anni. Giuliano Maccari: 4 anni. Ettore Negrini: 7 anni e 2 mesi. Virgilio Petrolo: 7 anni e 2mila euro. Massimiliano Rizzo: 3 anni e 6 mesi. Rosario Romeo: 9 anni. Teresa Tommasi: due anni e sei mesi e 800 euro. Guido Torello: 9 anni. Valentino Trifilio: 8 anni e 9 mesi. Salvatore Virzì: 7 anni e tre mesi.

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