giovedì
23 Aprile 2026

I sindacati: «Trasporto sangue nel caos con Copura, sciopero il 6 febbraio»

Cgil, Cisl e Uil: «La coop ha vinto il bando Ausl con un ribasso del 37 percento e spalma le ore su altri suoi lavoratori, non è lecito»

Mansioni e impegni per i lavoratori non sono cambiate ma la ditta che è subentrata nell’appalto pubblico ha assunto il personale in servizio riducendo il monte ore settimanali da 40 a 27 e puntando a far svolgere le ore mancanti ai dipendenti già in forza ma assegnati ad altri incarichi, una condotta non permessa dal codice sugli appalti. È la denuncia dei sindacati Cgil, Cisl e Uil a proposito del bando Ausl da 1,2 milioni vinto da Copura per il trasporto sangue a servizio degli ospedali di Ravenna, Faenza e Lugo. Le tre sigle di categoria (Filcams, Fisascat e Uiltrasporti) hanno proclamato una giornata di di sciopero per il 6 febbraio con manifestazione dalle 9 alle 13 in via Missiroli davanti all’ingresso del Santa Maria delle Croci.

«Copura ha appena cominciato a svolgere il servizio e la situazione è nel caos. Ci arrivano segnalazioni di problemi seri», dicono in coro i funzionari sindacali Sokol Palushaj (Cgil), Roberto Billi (Uil) e Laura Chiarini (Cisl). Che poi entrano nel merito della questione mettendo in fila i numeri: «Due anni fa la ditta Plurima si aggiudicò questo stesso bando per due milioni di euro. Oggi invece la base d’asta era di 1,2 milioni: Plurima ha presentato un ribasso del 31 percento mentre Copura del 37 percento». L’appalto è andato assegnato quindi per circa 800mila euro (Plurima ha fatto ricorso al Tar). La legge e le clausole del capitolato di gara prevedevano la conservazione dei posti di lavoro: «Dei ventuno dipendenti in attività ne sono assorbiti diciotto ai quali è stata fatta un’offerta unilaterale senza margine di trattativa che consiste in una riduzione delle ore e quindi delle retribuzioni che arriva fino al 40 percento. I contratti di quarto e quinto livello sono stati trasformati in terzo». Con una proposta: «Li hanno assunti con un contratto del settore multiservizi nonostante il bando facesse esplicito riferimento alla categoria trasporto e logistica così possono proporre ai lavoratori di svolgere altre mansioni nei cantieri della coop per ridurre il divario di ore rispetto al lavoro con Plurima». Copura infatti vanta più di un appalto con l’azienda sanitaria: i sindacati parlano di circa 400 lavoratori della coop ravennate impiegati nei tre ospedali, dallo spazzamento al trasporto barelle.

I sindacalisti tratteggiano la strategia di Copura con cui ha potuto presentare un ribasso d’asta enorme: «Intanto va detto che circa il 30 percento del lavoro è in subappalto al Consar dimostrando che non erano pronti per operare. E in questo momento i lavoratori stanno operando affiancati da altri dipendenti Copura per formarli e sono necessarie molte ore di straordinario per garantire il servizio. Se prima servivano venti dipendenti a 40 ore, ora puntano a far lavorare meno i nuovi assunti scaricando le ore mancanti sui vecchi dipendenti. Non è questo il modo di vincere gli appalti con correttezza».

Ordinazioni via sms e consegne in bici a domicilio: arrestati due spacciatori

Il corriere fermato dai militari rispondeva solo a monosillabi perché teneva le dosi nascoste in bocca. Due condanne a venti mesi in totale

Prendevano le ordinazioni via sms su un numero dedicato poi uno confezionava le dosi in casa e attraverso la buca delle lettere le passava al complice fuori che faceva le consegne a domicilio in bicicletta nel centro storico di Ravenna. I carabinieri, il 2 febbraio, hanno arrestato un 38enne marocchino e un 30enne tunisino per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

I militari della stazione di Lido Adriano e dell’aliquota operativa della compagnia di Ravenna tenevano d’occhio il portone di una abitazione nella zona di via Maggiore accorgendosi del marocchino che faceva la spola lasciando qualcosa nella buchetta (soldi) e prendo altro (dosi). L’hanno pedinato e fermato: alle domande l’uomo rispondeva a monosillabi perché in bocca teneva due dosi di cocaina. A quel punto è scattata l’irruzione nell’appartamento trovando il tunisino intento a preparare le dosi: cocaina, eroina ed hashish.

In tribunale oggi l’arreato è stato convalidato e i due sono stati condannati: un anno di reclusione con duemila euro di multa per il marocchino e otto mesi con 1.400 euro di multa per il tunisino.

Le braccia tornano all’agricoltura In crescita il settore tra gli under 35

Analisi Coldiretti sui dati della Camera di Commercio: in provincia imprese in aumento del 12 percento nei primi nove mesi del 2016

Al 30 settembre 2016, sulla base di un’analisi condotta da Coldiretti su dati del registro delle imprese della Camera di Commercio di Ravenna, le aziende agricole guidate da imprenditori under 35 erano 195, con un aumento percentuale del 12 percento e un saldo attivo di 21 imprese – il più elevato tra tutti i comparti economici in provincia – rispetto ai primi nove mesi dell’anno precedente. Linea sempre più verde per l’agricoltura ravennate.

Il settore agricolo ravennate, dunque, si è mosso in direzione opposta rispetto al panorama complessivo: nei primi nove mesi del 2016 infatti le imprese under 35 hanno registrato un calo dello 0,5 percento (2.637 in totale).

«La forte crescita – commenta Massimiliano Pederzoli, presidente di Coldiretti Ravenna – è sintomo di un rinnovo generazionale trainato anche dal richiamo che l’agricoltura esercita sui giovani come attività che consente di realizzare la voglia di essere imprenditori di se stessi, auspicio che spicca tra le nuove generazioni».

«C’è nuova linfa nel settore agricolo – afferma il delegato di Coldiretti Giovani Impresa Ravenna, Marco Gambi – sia in termini di nuove colture che di nuovo approccio al mercato, al punto che il lavoro in campagna si è esteso fino alla trasformazione e al commercio, con il boom delle vendite dirette dell’agricoltore di prodotti locali».

Proprio per incentivare e sostenere le idee innovative, l’attività di ricerca e diversificazione, la capacità di sfidare la globalizzazione, Coldiretti Giovani Impresa ha aperto dall’1 febbraio le iscrizioni all’edizione 2017 di Oscar Green, concorso giunto alla undicesima edizione, riservato agli imprenditori agricoli e agroalimentari under 40 che abbiano realizzato un modello d’impresa originale e innovativo. Le iscrizioni sono aperte fino al 31 marzo 2017 e possono essere fatte online sul sito web www.oscargreen.it oppure rivolgendosi alla sede provinciale di Coldiretti.

Pagani: «Così il Pd rischia di finire nel fosso. Renzi? Faccia bene il segretario…»

Il parlamentare ravennate critica esplicitamente l’ex premier: «Sbaglia se pensa di conquistare consenso imitando i grillini»

Dopo la sconfitta di dicembre al referendum e il pronunciamento della Consulta sulla legge elettorale (che di fatto riporta il Paese a un proporzionale con un funzionamento però diverso tra Camera e Senato) tutta la politica italiana è in fermento. In particolare nel Pd sembra di fatto in atto una guerra intestina tra Renzi e varie minoranze più o meno di sinistra che potrebbe portare dritti alla scissione.

Ne abbiamo parlato con Alberto Pagani, deputato Pd ravennate, eletto nel 2013 e allora convinto sostenitore di Bersani che non ha mai sposato la causa renziana pur avendo sempre votato in Parlamento secondo le indicazioni del partito e aver fatto campagna per il sì. Uno stile pacato, il suo, di comunicare. Ma anche dalle sue parole, molto critiche verso il segretario, si intuisce che la situazione nel partito è tutt’altro che in via di risoluzione.

Cosa sta succedendo nel Pd? Si rischia davvero una scissione?
«Non lo so, spero ben di no, ma per scongiurare questa ipotesi serve il buon senso da parte di tutti. Chiaramente chi ricopre incarichi di maggiore responsabilità deve essere il più responsabile».
Renzi dovrebbe andare incontro alla minoranza che chiede prima un congresso e elezioni senza eccessiva fretta?
«Dovrebbe fare bene il segretario di partito, ascoltare rispettosamente le opinioni di tutti e alla fine fare la sintesi, cercando di fare le scelte giuste per l’Italia e di tenere unito il Pd».
Ma secondo lei ci sono ancora i margini per tenere dentro tutti, compreso D’Alema? O ormai si è arrivati a un punto di non ritorno?
«Mi pare che D’Alema abbia già fatto la sua scelta, che io non condivido, ma non si può fare spallucce quando si presenta un problema come quello che abbiamo davanti. La capacità di D’Alema di danneggiare il Pd dipende più da Renzi che da lui. C’è molto smarrimento tra gli elettori e gli iscritti del Pd, bisogna provare a rimettere insieme i cocci, invece di calpestarli».
Anche Bersani pare non escludere l’ipotesi di andarsene; Emiliano ha lanciato una raccolta firme e annunciato la sua possibile candidatura alla segreteria come hanno fatto Rossi e Speranza. Quante minoranze del Pd esistono?
«Lo ignoro e mi interessa poco. Bisogna ragionare del Pd, non delle correnti del Pd, altrimenti si cade nell’errore mortale, ed è finita».
Ma c’è qualcuno a cui si sente particolarmente vicino? Ragionare del Pd sembra assai difficile…
«Lo so, ma bisogna provarci e non pensare di risolvere i problemi promettendo poltrone e facendo il bilancino degli incarichi con le correnti. Cosí non si discute dei problemi che abbiamo, non si cerca insieme la soluzione, non si corregge nessun errore, ma si prosegue sulla strada che porta dritti nel fosso».
Quindi sarebbe meglio andare prima a congresso, per discutere?
«Io penso che sarebbe meglio lavorare sodo e parlare poco. Ci sono problemi seri da affrontare, come il terremoto, che non si risolvono nei salotti televisivi. Abbiamo proposte di legge depositate per affrontare questioni che sappiamo esserci. Io ad esempio ne ho sottoscritto una sui voucher; ci sono le leggi delega approvate dal Parlamento, ma mancano i decreti delegati che deve fare il Governo, penso alla legge sulla povertà. I soldi sono nel fondo dedicato, ma i poveri non se ne accorgono se non fai i decreti per poterli spendere. C’è bisogno di una legge elettorale che possa portare alla possibilità di dar vita a un Governo. Il Congresso del Pd è necessario, ma non si discute solo nei congressi».
Renzi dice che bisogna votare a giugno per evitare che per voi parlamentari scatti il vitalizio. Si sente chiamato in causa? Cosa pensa di questa dichiarazione?
«Il vitalizio parlamentare è stato abolito nella legislatura scorsa. Lo percepiscono solamente coloro che sono stati parlamentari nel passato. Chi è stato eletto nel 2013 non percepisce vitalizio, ha versato i contributi per la pensione. Se il problema è la pensione non serve andare a votare, basta una riunione dell’ufficio di presidenza della Camera per decidere di restituire i contributi versati a tutti e togliere la questione dal tavolo. Io l’ho proposto al capogruppo del Pd Rosato. Si può risolvere tutto con una riunione. Se non lo si fa è perché si vuole usare la questione delle pensioni dei parlamentari per fare della propaganda, invece di risolverla. Renzi sbaglia se pensa di conquistare consenso imitando i grillini, porterà voti a loro».
A proposito di voti. Lei crede verosimile un Pd al 40 percento?
«No. Comunque con questo sistema elettorale non servirebbe perché il premio di maggioranza previsto per la Camera dei deputati non permette di votare la fiducia a un Governo se non c’è la maggioranza anche al Senato».
Quale correzione alla legge si può realisticamente apportare?
«A me piacerebbe il Mattarellum, ma lo vogliamo solo noi del Pd. Trovo più realistico un accordo su di un sistema proporzionale, con piccoli collegi uninominali come erano quello delle elezioni provinciali, ed un premio di governabilità di qualche punto, che renda un po’ più stabile la vita del governo di coalizione, che sicuramente sarà il solo governo possibile dopo le prossime elezioni, in ogni caso».
Lei intende ricandidarsi?
«Non lo so, e non dipende da me».
Non le piacerebbe tornare in Parlamento?
«Se fosse il problema in cima alle mie preoccupazioni non direi quello che sto dicendo, Renzi non ama molto le critiche, nemmeno se a farle è uno come me, che si comporta lealemente e cerca di dare sempre una mano. Chi è ossessionato dal desiderio di restare in Parlamento, sapendolo, lo compiace anche quando dice delle sciocchezze. Io lo apprezzo quando fa bene e lo critico quando credo che stia sbagliando».

Domenica 12 marzo i ravennati tornano a votare. Per i consigli territoriali

Potranno farlo tutti i residenti a partire dai 16 anni

Domenica 12 marzo si vota per rinnovare i dieci consigli territoriali del comune di Ravenna: Centro Urbano, Ravenna Sud, Darsena, Sant’Alberto, Mezzano, Piangipane, Roncalceci, San Pietro in Vincoli, Castiglione di Ravenna e del Mare.

Potranno votare, come già accaduto nel 2013, quando i consigli territoriali sono stati eletti per la prima volta, tutti i cittadini italiani e stranieri che abbiano compiuto 16 anni e risultino residenti nel comune di Ravenna alla data dell’11 gennaio 2017.
Si voterà solamente nella giornata del 12 marzo, dalle 8 alle 20, presentando un documento di riconoscimento con foto. Non occorre la tessera elettorale. Ogni elettore avrà a disposizione una scheda sulla quale barrare le preferenze inserite nelle liste dei partiti. Si potranno scegliere un singolo candidato o una singola candidata, oppure due purché siano un uomo e una donna.
Si voterà in 38 seggi, che non coincideranno, in molti casi, con quelli utilizzati solitamente per le elezioni. La loro collocazione sarà divulgata attraverso svariati canali informativi, di cui si darà conto nel dettaglio nei prossimi giorni, in modo che gli aventi diritto al voto possano verificare a quale seggio corrisponde quello indicato nella tessera elettorale.
Chi non è maggiorenne voterà nel seggio dei genitori/genitore con i quali vive, presentando un documento di riconoscimento con foto che attesti la via di residenza.

Cosa sono i consigli territoriali
Citiamo la nota inviata alla stampa dall’Amministrazione: «Il Comune di Ravenna, per promuovere la partecipazione e consultazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica e alla propria amministrazione, articola il proprio territorio in aree territoriali in cui insistono i consigli territoriali, costituiti su base volontaria. I consigli territoriali sono il riferimento per i cittadini che risiedono nel territorio comunale; valorizzano e promuovono la partecipazione dei cittadini, degli organismi e delle libere forme associative; nell’ambito degli indirizzi politici dell’amministrazione comunale esercitano le proprie funzioni consultive e propositive. Composti ciascuno da venti consiglieri volontari, questi organismi hanno dato prova di svolgere un ruolo preziosissimo. Gli eletti esercitano la loro attività in modo volontario e assolutamente gratuito. Rappresentano un importantissimo canale di comunicazione, attraverso il quale i cittadini possono tenere aperto il dialogo con l’amministrazione comunale sui principali temi di ciascun territorio. E la voce dei territori per il Comune è un contributo fondamentale».

Domenica 12 marzo i ravennati tornano a votare. Per i consigli territoriali

Potranno farlo tutti i residenti a partire dai 16 anni

Domenica 12 marzo si vota per rinnovare i dieci consigli territoriali del comune di Ravenna: Centro Urbano, Ravenna Sud, Darsena, Sant’Alberto, Mezzano, Piangipane, Roncalceci, San Pietro in Vincoli, Castiglione di Ravenna e del Mare.

Potranno votare, come già accaduto nel 2013, quando i consigli territoriali sono stati eletti per la prima volta, tutti i cittadini italiani e stranieri che abbiano compiuto 16 anni e risultino residenti nel comune di Ravenna alla data dell’11 gennaio 2017.
Si voterà solamente nella giornata del 12 marzo, dalle 8 alle 20, presentando un documento di riconoscimento con foto. Non occorre la tessera elettorale. Ogni elettore avrà a disposizione una scheda sulla quale barrare le preferenze inserite nelle liste dei partiti. Si potranno scegliere un singolo candidato o una singola candidata, oppure due purché siano un uomo e una donna.
Si voterà in 38 seggi, che non coincideranno, in molti casi, con quelli utilizzati solitamente per le elezioni. La loro collocazione sarà divulgata attraverso svariati canali informativi, di cui si darà conto nel dettaglio nei prossimi giorni, in modo che gli aventi diritto al voto possano verificare a quale seggio corrisponde quello indicato nella tessera elettorale.
Chi non è maggiorenne voterà nel seggio dei genitori/genitore con i quali vive, presentando un documento di riconoscimento con foto che attesti la via di residenza.

Cosa sono i consigli territoriali
Citiamo la nota inviata alla stampa dall’Amministrazione: «Il Comune di Ravenna, per promuovere la partecipazione e consultazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica e alla propria amministrazione, articola il proprio territorio in aree territoriali in cui insistono i consigli territoriali, costituiti su base volontaria. I consigli territoriali sono il riferimento per i cittadini che risiedono nel territorio comunale; valorizzano e promuovono la partecipazione dei cittadini, degli organismi e delle libere forme associative; nell’ambito degli indirizzi politici dell’amministrazione comunale esercitano le proprie funzioni consultive e propositive. Composti ciascuno da venti consiglieri volontari, questi organismi hanno dato prova di svolgere un ruolo preziosissimo. Gli eletti esercitano la loro attività in modo volontario e assolutamente gratuito. Rappresentano un importantissimo canale di comunicazione, attraverso il quale i cittadini possono tenere aperto il dialogo con l’amministrazione comunale sui principali temi di ciascun territorio. E la voce dei territori per il Comune è un contributo fondamentale».

Spaccata al ristorante e gomme tagliate: «Solo perché siamo vegani». Ma l’Amaranto non si fa intimidire e invita a parlare un noto antivaccinista…

«Non è stato un ladro ma qualcuno che ce l’ha con i vegani, i vegetariani: una reazione contro quello che noi rappresentiamo». Ne è certo Stefano Pezzi, titolare del primo ristorante vegano di Ravenna, intervistato sull’edizione del Corriere Romagna del 2 febbraio all’indomani della spaccata notturna ai danni del proprio locale, l’Amaranto di via Mura San Vitale. Con una sedia di ferro è stata spaccata la vetrata della porta d’ingresso ed è stata danneggiata l’insegna dell’Amaranto, proprio dove c’era la scritta “vegano-vegetariano”. E negli ultimi mesi anche l’auto del titolare sarebbe stata presa di mira, con tanto di gomme tagliate.

Ma il ristoratore e il suo staff non si lasciano scoraggiare e proseguono naturalmente nella loro attività, con tanto di un ciclo di incontri a tema. Il prossimo è in programma il 17 febbraio e i posti per la cena sono già quasi esauriti. L’ospite è Marcello Pamio, noto a livello nazionale anche per apparizioni televisive, fondatore del sito www.disinformazione.it (dal sottotitolo eloquente “Oltre la verità ufficiale”), naturopata e autore di numerosi libri, si occupa di temi legati all’alimentazione, ai vaccini e alle cure alternative. Lui stesso – sottolineano dal locale – non ha mai vaccinato il bambino e non usa farmaci da vent’anni.

Spaccata al ristorante e gomme tagliate: «Solo perché siamo vegani». Ma l’Amaranto non si fa intimidire e invita a parlare un noto antivaccinista…

«Non è stato un ladro ma qualcuno che ce l’ha con i vegani, i vegetariani: una reazione contro quello che noi rappresentiamo». Ne è certo Stefano Pezzi, titolare del primo ristorante vegano di Ravenna, intervistato sull’edizione del Corriere Romagna del 2 febbraio all’indomani della spaccata notturna ai danni del proprio locale, l’Amaranto di via Mura San Vitale. Con una sedia di ferro è stata spaccata la vetrata della porta d’ingresso ed è stata danneggiata l’insegna dell’Amaranto, proprio dove c’era la scritta “vegano-vegetariano”. E negli ultimi mesi anche l’auto del titolare sarebbe stata presa di mira, con tanto di gomme tagliate.

Ma il ristoratore e il suo staff non si lasciano scoraggiare e proseguono naturalmente nella loro attività, con tanto di un ciclo di incontri a tema. Il prossimo è in programma il 17 febbraio e i posti per la cena sono già quasi esauriti. L’ospite è Marcello Pamio, noto a livello nazionale anche per apparizioni televisive, fondatore del sito www.disinformazione.it (dal sottotitolo eloquente “Oltre la verità ufficiale”), naturopata e autore di numerosi libri, si occupa di temi legati all’alimentazione, ai vaccini e alle cure alternative. Lui stesso – sottolineano dal locale – non ha mai vaccinato il bambino e non usa farmaci da vent’anni.

Cambia gestione la Vecchia Falegnameria Una storia lunga 30 anni partita da Chilò

I ricordi dei proprietari, che nel 1989 rilevarono lo storico locale di via Maggiore, prima di spostarsi nella falegnameria con un secolo di vita

La falegnameria di Cesare Pezzi aprì a Ravenna circa un secolo fa, nel 1920. Oggi a ricordarla c’è un ristorante, la Vecchia Falegnameria appunto, al civico 54 di via Faentina. Chiuso da novembre, riapre sabato 4 febbraio con una nuova gestione affidata a Francesco Moretto, alla sua prima volta in un ristorante dopo diverse esperienze come barista in locali della città.

Si fanno da parte, quindi, gli storici proprietari (che già da più di un anno avevano comunque affidato la gestione, prima della temporanea chiusura di novembre, a un loro ex cameriere): la figlia Rita del noto falegname di cui sopra, Cesare, e suo marito, il cuoco Sandro Albanelli. Una famiglia importante nel mondo della ristorazione ravennate, con quasi trent’anni di carriera alle spalle.

Un’avventura iniziata al MarePineta di Milano Marittima, dove i due si conoscono: lei lavapiatti, lui cuoco spoletino. Insieme rileveranno nel 1989 lo storico ristorante Chilò, in via Maggiore, molto noto tra i ravennati. «Ricordo ancora il menù a prezzo fisso per i lavoratori da 3.500 lire – sorride Rita Pezzi –, e poi i dieci anni dei nostri tre servizi: pranzo, cena e cena di mezzanotte per il dopo teatro, grazie al quale abbiamo conosciuto tanti grandi attori, con cui abbiamo fatto insieme le 4 del mattino…».

A fine anni novanta la svolta con il locale di via Maggiore che, complice la morte del proprietario, di fatto diventa indisponibile: marito e moglie dedidono di ripartire quindi proprio dalla falegnameria di Cesare Pezzi, che nel frattempo aveva definitivamente chiuso i battenti. Ristrutturata e restaurata, riapre alla città nel marzo del 2000, ma come ristorante. Dopo quindici anni, quindi, l’addio dei coniugi, che ora possono finalmente riposarsi. «Siamo della vecchia scuola, di quelli che hanno preferito fare sempre tutto da soli o quasi, senza mai un attimo di respiro – conclude Rita –, io ci ho rimesso anche due vertebre, ma rifarei tutto, è stato anche molto divertente… Peccato solo per questa crisi, che ha cambiato naturalmente anche le abitudini a tavola: una volta si andava al ristorante con spensieratezza e con l’obiettivo solo di “godersela”, ora si viene con le scarpe sporche di fango e facendo attenzione ai prezzi…».

Ora la signora Pezzi è soddisfatta anche per aver dato in mano la “sua” falegnameria a un imprenditore esperto del settore (il “socio comandante” di questa nuova avventura, quello che ha effettuato l’investimento economico ma che non contribuirà nella gestione diretta del ristorante, nonostante le voci di questi giorni…), che però preferisce non comparire con nome e cognome proprio per evitare malintesi.

Cambia gestione la Vecchia Falegnameria Una storia lunga 30 anni partita da Chilò

I ricordi dei proprietari, che nel 1989 rilevarono lo storico locale di via Maggiore, prima di spostarsi nella falegnameria con un secolo di vita

La falegnameria di Cesare Pezzi aprì a Ravenna circa un secolo fa, nel 1920. Oggi a ricordarla c’è un ristorante, la Vecchia Falegnameria appunto, al civico 54 di via Faentina. Chiuso da novembre, riapre sabato 4 febbraio con una nuova gestione affidata a Francesco Moretto, alla sua prima volta in un ristorante dopo diverse esperienze come barista in locali della città.

Si fanno da parte, quindi, gli storici proprietari (che già da più di un anno avevano comunque affidato la gestione, prima della temporanea chiusura di novembre, a un loro ex cameriere): la figlia Rita del noto falegname di cui sopra, Cesare, e suo marito, il cuoco Sandro Albanelli. Una famiglia importante nel mondo della ristorazione ravennate, con quasi trent’anni di carriera alle spalle.

Un’avventura iniziata al MarePineta di Milano Marittima, dove i due si conoscono: lei lavapiatti, lui cuoco spoletino. Insieme rileveranno nel 1989 lo storico ristorante Chilò, in via Maggiore, molto noto tra i ravennati. «Ricordo ancora il menù a prezzo fisso per i lavoratori da 3.500 lire – sorride Rita Pezzi –, e poi i dieci anni dei nostri tre servizi: pranzo, cena e cena di mezzanotte per il dopo teatro, grazie al quale abbiamo conosciuto tanti grandi attori, con cui abbiamo fatto insieme le 4 del mattino…».

A fine anni novanta la svolta con il locale di via Maggiore che, complice la morte del proprietario, di fatto diventa indisponibile: marito e moglie dedidono di ripartire quindi proprio dalla falegnameria di Cesare Pezzi, che nel frattempo aveva definitivamente chiuso i battenti. Ristrutturata e restaurata, riapre alla città nel marzo del 2000, ma come ristorante. Dopo quindici anni, quindi, l’addio dei coniugi, che ora possono finalmente riposarsi. «Siamo della vecchia scuola, di quelli che hanno preferito fare sempre tutto da soli o quasi, senza mai un attimo di respiro – conclude Rita –, io ci ho rimesso anche due vertebre, ma rifarei tutto, è stato anche molto divertente… Peccato solo per questa crisi, che ha cambiato naturalmente anche le abitudini a tavola: una volta si andava al ristorante con spensieratezza e con l’obiettivo solo di “godersela”, ora si viene con le scarpe sporche di fango e facendo attenzione ai prezzi…».

Ora la signora Pezzi è soddisfatta anche per aver dato in mano la “sua” falegnameria a un imprenditore esperto del settore (il “socio comandante” di questa nuova avventura, quello che ha effettuato l’investimento economico ma che non contribuirà nella gestione diretta del ristorante, nonostante le voci di questi giorni…), che però preferisce non comparire con nome e cognome proprio per evitare malintesi.

Quei giganti abbandonati al porto

Dalle tre caravelle russe al mercantile della morte: cinque navi lasciate da anni al loro destino per troppi debiti o questioni giudiziarie

Battono bandiera maltese ma sono registrate al porto di San Pietroburgo con nomi russi impronunciabili e negli uffici della capitaneria di porto di Ravenna, per comodità, le hanno ribattezzate amichevolmente le tre caravelle. Ufficialmente si chiamano V-Nicolaev, Vomvgaz, Orenburg Gazprom: tre navi fluviali di fine anni Ottanta, lunghe circa 110 metri, di proprietà di una società riconducibile al colosso russo Gazprom, ferme nelle acque del Candiano dal 2006, ridotte a relitti (una ha già una falla nello scafo). La loro non è l’unica storia di navi abbandonate a Ravenna, spesso per via di debiti dell’armatore o questioni giudiziarie. Poi il tempo passa e non solo non c’è più resa economica sufficiente per rimetterle in mare ma addirittura non sono buone nemmeno come ferro da rottamare.

Le tre caravelle arrivarono ormai undici anni fa da Sebenico con un carico di pietrame calcareo diretto al terminal della Fassa Bortolo. Vennero fermate per una questione di sicurezza: mancava un’abilitazione. Non si sono più mosse perché nel tempo si sono accumulati debiti e sequestri conservativi fino al punto da non essere più appetibili per l’armatore. Per un periodo sono state ormeggiate in darsena di città e dal 2009 sono a ridosso della scarpata della cassa di colmata della penisola Trattaroli. Sono in stallo in un limbo. Il codice della navigazione consente l’intervento dell’autorità per ragioni di sicurezza se c’è intralcio alla navigazione o rischi ambientali: il punto di ormeggio è fuori da ogni transito e prima di essere sistemate lì erano state bonificate. Ormai non sono più appetibili nemmeno da rottamare: i costi delle operazioni sarebbero più alti di quanto ricavabile vendendo il ferro per la fusione.

Il destino che invece toccherà alla Berkan B, general cargo di 108 metri abbandonata nel 2009 da un armatore turco travolto dai debiti. Al terzo esperimento è andata venduta all’asta per meno di 100mila euro: comprata da una società di Pesaro e subito venduta a Spezia. Verrà smantellata a Ravenna esattamente dove si trova, ormeggiata in banchina nella pialassa Piomboni.

Ma può anche capitare che la nave sia un investimento interessante, per stazza o qualità dell’imbarcazione. In quel caso la sorte è diversa. Come accaduto per la Marina K, messa all’asta dalla banca greca che se l’era presa dall’armatore che non pagava il mutuo. Lunga 160 metri, è rimasta a Ravenna un paio di anni (quattro mesi dei quali trascorsi ancorata in rada con l’equipaggio a bordo) e poi è ripartita trovando un nuovo acquirente. Destino simile in precedenza per Delphinus e Volgodon, navi fluviali russe rimaste nello scalo bizantino un annetto e poi ripartite.

E infine l’ultima arrivata, la Lady Aziza attraccata in darsena di città. Nave del 1991, armatore libanese, batte bandiera del Belize: il 28 dicembre del 2014 al largo si scontrò con il Gokbel causando il naufragio di quest’ultimo e la morte di sei membri dell’equipaggio. È sotto sequestro amministrativo, richiesto dai parenti delle vittime: andrà all’asta il prossimo 19 maggio, come si apprende da Il Resto del Carlino, e il ricavato spetterà in parte a loro. Importo minimo di partenza 516mila euro. Nel 2013 venne comprata per 900mila euro. È ferma e abbandonata: il comandante ha lasciato la nave per ultimo a maggio 2015.

Quei giganti abbandonati al porto

Dalle tre caravelle russe al mercantile della morte: cinque navi lasciate da anni al loro destino per troppi debiti o questioni giudiziarie

Battono bandiera maltese ma sono registrate al porto di San Pietroburgo con nomi russi impronunciabili e negli uffici della capitaneria di porto di Ravenna, per comodità, le hanno ribattezzate amichevolmente le tre caravelle. Ufficialmente si chiamano V-Nicolaev, Vomvgaz, Orenburg Gazprom: tre navi fluviali di fine anni Ottanta, lunghe circa 110 metri, di proprietà di una società riconducibile al colosso russo Gazprom, ferme nelle acque del Candiano dal 2006, ridotte a relitti (una ha già una falla nello scafo). La loro non è l’unica storia di navi abbandonate a Ravenna, spesso per via di debiti dell’armatore o questioni giudiziarie. Poi il tempo passa e non solo non c’è più resa economica sufficiente per rimetterle in mare ma addirittura non sono buone nemmeno come ferro da rottamare.

Le tre caravelle arrivarono ormai undici anni fa da Sebenico con un carico di pietrame calcareo diretto al terminal della Fassa Bortolo. Vennero fermate per una questione di sicurezza: mancava un’abilitazione. Non si sono più mosse perché nel tempo si sono accumulati debiti e sequestri conservativi fino al punto da non essere più appetibili per l’armatore. Per un periodo sono state ormeggiate in darsena di città e dal 2009 sono a ridosso della scarpata della cassa di colmata della penisola Trattaroli. Sono in stallo in un limbo. Il codice della navigazione consente l’intervento dell’autorità per ragioni di sicurezza se c’è intralcio alla navigazione o rischi ambientali: il punto di ormeggio è fuori da ogni transito e prima di essere sistemate lì erano state bonificate. Ormai non sono più appetibili nemmeno da rottamare: i costi delle operazioni sarebbero più alti di quanto ricavabile vendendo il ferro per la fusione.

Il destino che invece toccherà alla Berkan B, general cargo di 108 metri abbandonata nel 2009 da un armatore turco travolto dai debiti. Al terzo esperimento è andata venduta all’asta per meno di 100mila euro: comprata da una società di Pesaro e subito venduta a Spezia. Verrà smantellata a Ravenna esattamente dove si trova, ormeggiata in banchina nella pialassa Piomboni.

Ma può anche capitare che la nave sia un investimento interessante, per stazza o qualità dell’imbarcazione. In quel caso la sorte è diversa. Come accaduto per la Marina K, messa all’asta dalla banca greca che se l’era presa dall’armatore che non pagava il mutuo. Lunga 160 metri, è rimasta a Ravenna un paio di anni (quattro mesi dei quali trascorsi ancorata in rada con l’equipaggio a bordo) e poi è ripartita trovando un nuovo acquirente. Destino simile in precedenza per Delphinus e Volgodon, navi fluviali russe rimaste nello scalo bizantino un annetto e poi ripartite.

E infine l’ultima arrivata, la Lady Aziza attraccata in darsena di città. Nave del 1991, armatore libanese, batte bandiera del Belize: il 28 dicembre del 2014 al largo si scontrò con il Gokbel causando il naufragio di quest’ultimo e la morte di sei membri dell’equipaggio. È sotto sequestro amministrativo, richiesto dai parenti delle vittime: andrà all’asta il prossimo 19 maggio, come si apprende da Il Resto del Carlino, e il ricavato spetterà in parte a loro. Importo minimo di partenza 516mila euro. Nel 2013 venne comprata per 900mila euro. È ferma e abbandonata: il comandante ha lasciato la nave per ultimo a maggio 2015.

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